• Actionaid e ateneo barese: per i centri balcanici 114.000 euro al giorno a migrante, aperti solo cinque giorni Già: i giudici li hanno svuotati. La leader pd: «Un insulto agli italiani». Allora gli sprechi per tenere tutti qui?
  • La Gdf di Ortona smantella una truffa da 1,5 milioni: 63 extracomunitari si fingevano imprenditori per avere aiuti e permessi di soggiorno. Ottenute 19 cittadinanze indebite.

Lo speciale contiene due articoli

È inutile raccontarsi frottole: il modello Albania, finora, è servito a poco o niente. Il governo ci puntava molto, ma non ha retto all’assalto dei giudici, che hanno riportato qui i migranti trasferiti al di là dell’Adriatico in attesa di rimpatrio. Sollevando anche davanti alla Corte di giustizia europea una querelle sul concetto di «Paesi sicuri».

Adesso, Actionaid e l’Università di Bari segnalano che la Prefettura di Roma, competente sulle strutture di Shengjin e Gjadër, ha versato all’ente gestore, Medihospes, 570.000 euro: sono «114.000 euro al giorno per detenere 20 persone, tra metà ottobre e fine dicembre 2024, liberate poi tutte in poche ore», «per cinque giorni di reale operatività». Una cifra sproporzionata, che secondo l’associazione e l’ateneo pugliese qualifica il protocollo con Tirana come «il più costoso, inumano e inutile strumento nella storia delle politiche migratorie italiane». A dire la verità, in Europa lo studiano con attenzione: prima il Regno Unito, poi la Danimarca, entrambi guidati da partiti di sinistra. Copenaghen, cui tocca la presidenza del semestre Ue, pretende di andare persino oltre il progetto del governo italiano. Vuole hub in Stati terzi, per rispedire gli stranieri a casa oppure nelle nazioni di transito.

L’opposizione si è fiondata sui dati sciorinati a proposito dei centri nei Balcani. Durissima la numero uno del Pd, Elly Schlein: «Giorgia Meloni», ha tuonato, «deve chiedere scusa agli italiani, perché i numeri relativi ai costi della sua illegale operazione Albania sono un insulto anche a quei milioni di persone che oggi si trovano in difficoltà», dopo «anni» trascorsi «a blaterare contro i famosi 35 euro al giorno per l’accoglienza». Ma il problema è proprio questo: se oggi le cose non vanno bene, ieri andavano malissimo. E se oggi si pende per provare a rimpatriare gli irregolari, ieri si spandeva per mantenerli a casa nostra.

L’inquilina del Nazareno dovrebbe rispolverare i resoconti di ministero dell’Economia e servizio del bilancio del Senato. Noi li abbiamo recuperati e, anche grazie alle vecchie elaborazioni di Openpolis, abbiamo calcolato quanti soldi i contribuenti hanno sborsato per l’accoglienza degli stranieri tra il 2017 e il 2024. Abbiamo considerato Cas, centri governativi, Sprar e altre strutture, escludendo l’assistenza ai minori non accompagnati, che è intoccabile, almeno quando i minori non sono quelli che si spacciano per tali. Ebbene: parliamo di 14 miliardi e 885 milioni versati nel giro di otto anni. Quasi 15 miliardi. Una media di 1 miliardo e otto all’anno. Cinque milioni al giorno. Questa somma non è un insulto ai nostri connazionali in difficoltà? All’epoca dov’era Giuseppe Conte, che contesta un governo incapace di trovare «6 milioni per le mammografie e che toglie risorse dal fondo per vittime di mafia, usura e orfani di femminicidio» per finanziare Milano-Cortina? E non era sempre Actionaid, a marzo, a denunciare che nella gestione dell’accoglienza manca trasparenza, con il 71,1% dei contratti assegnato senza gara pubblica nel 2023 e il 40% nei primi otto mesi del 2024? Ricordate il business delle coop e i migranti che «rendono più della droga»?

Quale beneficio ci hanno recato le migliaia di extracomunitari ricevuti con tutti i crismi e mantenuti sul nostro territorio? Gli stessi che, secondo le toghe, non si possono spedire in Albania, in edifici che non sono delle segrete per torturarli, bensì istituti gestiti dalle autorità italiane e soggetti alle leggi italiane? Ci hanno forse pagato le pensioni? Sembrerebbe, piuttosto, che siamo stati noi a pagare a loro i bonus: com’è successo alla sessantina di partita Iva fasulle, pizzicate dalla Guardia di finanza di Ortona, in Abruzzo. Furbetti che si fingevano piccoli imprenditori per ottenere assegni familiari, reddito grillino, permessi di soggiorno, quando non la cittadinanza (per concedere la quale, peraltro, la Schlein dimezzerebbe i tempi). Di sicuro, i migranti sono tornati utili a caporali e datori di lavoro disonesti, che li hanno sfruttati per contenere i costi di produzione delle merci e aumentare i propri margini di profitto. A dem, sinistre radicali e +Europa vari, all’indomani dell’approvazione del ddl sul femminicidio, si potrebbe poi rammentare che il 44% dei reati sessuali – parola del Viminale – nei primi nove mesi del 2024 aveva avuto come autore un individuo sbarcato sulle nostre coste.

Il segretario pd insiste sulla presunta illegalità del patto con Tirana, «tanto che quelle prigioni» – se fossero davvero prigioni, i detenuti nel nostro Paese ci andrebbero volentieri – «sono rimaste vuote». Svuotate dai magistrati. Altrimenti, il Cpr avrebbe funzionato a pieno regime e avrebbe consentito il rimpatrio di qualche manciata di adulti in perfetta salute, provenienti da Stati che il nostro governo considera sicuri. Al contrario, aggrappandosi a un verdetto della Corte Ue, i giudici si sono messi a sindacare la classificazione delle nazioni di provenienza, segnatamente Egitto e Bangladesh. Il primo agosto dovrebbe arrivare una pronuncia dal Lussemburgo, i cui effetti potrebbero essere aggirati solo da un intervento dell’Europa stessa.

Sia i danesi, sia il commissario deputato alla pratica, l’austriaco Magnus Brunner, sia la presidente del Parlamento Ue, Roberta Metsola, ne parlano da tempo. Il mantra è: accelerare i rimpatri, uniformare le procedure, limitare i flussi. Magari, stilare una lista unica di Paesi sicuri. Fino ad oggi, però, chi ha fatto da sé ha fatto per tre. Tipo la Germania, che dopo la sfilza di attentati all’arma bianca perpetrati dalle sue «risorse», si vanta di aver rimandato gente in Afghanistan. Di certo senza essere passata per l’Albania. E nemmeno per la sede del Pd.

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