• Spopola in tv Aboubakar Soumahoro, sindacalista di origini ivoriane che i social incoronano come prossimo condottiero. A Milano un manipolo di antagonisti organizza un corteo «contro il razzismo»: bruciata in strada una bandiera della Lega.
  • Viminale in pressing su Malta e Ue. Il ministro studia un piano anti barconi che richiami l’isola alle sue responsabilità.
  • Pretty Yende, nota artista di origine zulu, reclama le quote etniche anche nel mondo dell’opera.

Lo speciale contiene tre articoli

Gli immigrati, si sa, fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare. Tipo il leader della sinistra. Altro che Matteo Renzi, Andrea Orlando, Carlo Calenda: l’uomo che fa palpitare i cuori del popolo progressista ancora scombussolato dalla vittoria gialloblù è Aboubakar Soumahoro.

Sull’orecchiabilità del nome, in effetti, si può fare di meglio, soprattutto perché gli elettori avevano appena imparato dove andasse l’accento nel cognome di Gianni Cuperlo. Dirigente sindacale Usb, italoivoriano, 38 anni, laureato in sociologia, Soumahoro ha tutte le caratteristiche per piacere agli orfani del Pd, a cominciare dal colore della pelle che, scivoloni alla Patrizia Prestipino a parte (ricordate? «Per continuare la nostra razza bisogna dare sostegno concreto alle mamme»), da quelle parti gode sempre di un certo appeal. In fondo con le colf filippine hanno avuto ottimi riscontri, perché non allargare un po’ le regole d’ingaggio e far dirigere agli immigrati pure la sinistra italiana? Anche se forse Soumahoro riscuote più successo nella galassia antagonista. Con Leu scomparso dai radar una volta compiuta la missione di traghettare in Parlamento il solito giro ex Sel, con Potere al popolo che fa trenini con Luigi De Magistris ma è presto deragliato nell’irrilevanza, anche in quelle lande è grande la confusione sotto al cielo. Se non altro, con Soumahoro, il grande dilemma ideologico sul dover scegliere tra immigrati e lavoratori non si porrà più: con un sindacalista nero si va sul sicuro. Si scherza, ma le circostanze che hanno portato sotto le luci della ribalta l’italoivoriano sono serie: nei giorni in cui si è parlato molto dell’omicidio di Soumayla Sacko, il giovane maliano, anch’egli sindacalista, ucciso in Calabria nei giorni scorsi con un colpo di fucile alla testa, Soumahoro si è messo alla testa della rivolta dei lavoratori immigrati della zona. Cominciando dal prendersela con Matteo Salvini. «Ha dichiarato che è finita la pacchia. Ma è finita per lui, non per noi». Il che suona vagamente minaccioso, oltre che pretestuoso: il leader leghista era ministro da poche ore quando c’è stato l’omicidio in Calabria. In compenso, dal 2014 la Regione è governata da Mario Oliverio, che viene dal Pci. E alla guida dell’Italia, fino a ieri, c’è stato il Pd. Se ci sono responsabilità politiche sul delitto, cosa peraltro tutta da appurare, forse non bisognerebbe rivolgersi ai leghisti. Vaglielo a spiegare, non solo a Soumahoro, ma anche ai mille dei centri sociali che ieri sono scesi in piazza a Milano per Sacko, e che, durante il corteo, non hanno saputo fare di meglio che dar fuoco a una bandiera della Lega. In cartelli e striscioni, slogan contro il Carroccio e i suoi esponenti, definiti «assassini». La manifestazione, partita da via Palestro e con arrivo alla stazione Centrale, è stata promossa da associazioni come Naga e Libera, centri sociali come il Cantiere. Hanno partecipato anche i sindacati, Usb, i Sentinelli e Leu (e noi che ci preoccupavamo…).

«Saumayla era un cittadino, un bracciante, un lavoratore. Non era un extracomunitario, ma una persona, un sindacalista», aveva tuonato Soumahoro. Vivaddio, anni di boldrinismo ci avevano quasi convinto che il migrante fosse in quanto tale in odore di santità. Ma nel deserto di riferimenti della sinistra italiana, basta poco per essere incoronati nuovi «piccoli padri del proletariato»: parli per sbaglio di lavoro e ti scambiano immediatamente per Friedrich Engels, tanto erano disabituati all’argomento.

Sull’onda del clamore per la tragedia calabrese, Soumahoro ha cominciato a girare per trasmissioni, come una Madonna pellegrina. La sua comparsata a Propaganda live, su La7, ha mandato in tilt i social. «Ha un linguaggio e un pensiero limpido e profondo», «Più incisivo di qualsiasi politico italiano. Era da tanto che non sentivo un discorso così forte e chiaro. Applausi», «Per la sinistra e per il sindacato c’è ancora speranza», «Che la sinistra riparta da qui», sono solo alcuni dei commenti. Lui, del resto, ha sfoderato tutto il repertorio che fa andare in brodo di giuggiole gli orfani dell’ex Pci. Tanto per cominciare, ha citato il sindacalista Giuseppe Di Vittorio: «Se lui vivesse ancora, sarebbe con noi per rivendicare uguale lavoro, uguale salario. Come diceva lo stesso Di Vittorio, non si toglie mai il cappello davanti a un padrone». Poi, un altro classico del genere, il fuoco amico, trampolino imprescindibile per chiunque abbia pretese di carriera politica a sinistra.

Tuona, quindi, Soumahoro: «La sinistra non c’è. Va ricostruita a partire dai luoghi e dalle contraddizioni sociali. Bisogna partire dalle periferie, dalle aree rurali, da quei luoghi sperduti sui quali i riflettori non si accendono, fin quando un lavoratore e sindacalista non viene fucilato. La sinistra cosa è se non c’è in quei luoghi?». Insomma, un gol a porta vuota, ma per strappare un’ovazione alla curva basta e avanza. Come prossimo leader della sinistra, c’è solo da scegliere tra lui e Mario Balotelli.

Adriano Scianca


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