Per i fan dei Måneskin è la kryptonite, la dimostrazione scientifica dell’infallibilità della legge di Murphy: se qualcosa può andare storto… allora una cantante jazz sconosciuta al grande pubblico si aggiudicherà a sorpresa il Grammy per il «miglior nuovo artista», proprio nell’anno in cui la rockband di Damiano & Co. si presenta alle nomination pregustando il trionfo. Per gli appassionati di Guinnes dei primati è «la prima jazz star della generazione Z», una delle pochissime a proporre, senza filtri e senza inganni, Round midnight di Thelonious Monk o Someone to watch over me di George Gershwin ai suoi milioni di giovanissimi follower su TikTok. Per il New York Times la sua voce è «ricca come crema pasticcera» e la stessa sensazione devono averla provata i giurati della Sarah Vaughan international jazz vocal competition, che nel 2019 l’hanno incoronata regina, a soli 20 anni (secondo posto – allora è un vizio – per la nostra, sicilianissima, Daniela Spalletta).
Ma chi è veramente Samara Joy, la cantante del Bronx che con il suo disco d’esordio con l’etichetta Verve, Linger Awhile, registrato durante la pandemia, si è aggiudicata anche una seconda statuetta a forma di grammofono, nella categoria «Best jazz vocal album»? È già pronta a volare o, a 24 anni appena compiuti, rischia di bruciarsi le ali in mezzo a tutti questi riflettori accesi?
Mentre il lettore che fosse interessato può iniziare a farsi un’idea, lasciando giudicare alle proprie orecchie, chiedere un parere in più ad Ashley Kahn non guasta. Anche perché il giornalista e critico musicale, che intercettiamo a Milano, di Grammy se ne intende – con le note di copertina dell’inedito Evenings at the Village Gate (Impulse!) del quintetto di Coltrane con Eric Dolphy, si è infilato nel taschino la sua quarta nomination – ma soprattutto oggi pomeriggio, davanti agli studenti del Conservatorio di Bologna, sottoporrà Samara Joy al tradizionale blindfold test della storica rivista statunitense Downbeat. Una sorta di degustazione alla cieca, ma con i dischi al posto delle bottiglie di vino.
«Io mi sbilancio», ci confida l’autore di due saggi fondamentali su altrettante pietre miliari del jazz: Kind of Blue di Miles Davis e A Love Supreme di John Coltrane (pubblicati in Italia dal Saggiatore), «Samara ha un enorme talento e sa di doverlo coltivare con lo studio perché è una ragazza con i piedi ben piantati a terra. È cresciuta in una chiesa gospel del Bronx, dove si impara tutto, tranne che a sentirsi delle star. È circondata da una famiglia fantastica (esattamente quello che è mancato ad Amy Winehouse) e a guidarla ha un manager esperto come Matt Pierson. La sua voce cattura perché racconta una storia e lei la sa controllare con grande naturalezza, anche quando va al piano di sotto (nel registro grave, ndr). L’istinto non le manca e lo dimostrano le sue scelte da artista matura. Ma soprattutto è una cantante totalmente dentro la tradizione, senza risultare anacronistica. Quando la ascolti, per intenderci, non hai la sensazione di entrare nel laboratorio di Frankenstein, come può accadere in altri casi…».
Non resta che chiamare la diretta interessata mentre è in dirittura d’arrivo per le sue due date italiane (sold out da tempo sia il concerto di questa sera al Bologna jazz festival – da non perdere, da qui al 27 novembre, Fabrizio Bosso, Bill Frisell e Steve Coleman – sia quello milanese di domani, per Jazzmi, che guarda già a maggio dell’anno prossimo con il trio di Brad Mehldau).
Si può dire che lei è figlia e nipote d’arte, visto che è nata in una famiglia votata alla musica. I suoi nonni, Elder Goldwire e Ruth McLendon, hanno fondato i Savettes, gruppo gospel di Filadelfia. Suo padre invece suonava con Andraé Crouch.
«Papà aveva lo studio di registrazione a casa. Sono cresciuta ascoltandolo cantare, anche alla radio. Dai nonni agli zii, suonare assieme era il nostro modo di volerci bene e di tenere unita la famiglia, al di là di ciò che poteva accadere nella vita di ciascuno. Abbiamo sempre vissuto la musica come un dono speciale da condividere con il mondo».
Una bella palestra, a livello tecnico, ma non solo.
«Non me ne rendevo conto, ma fin da piccola sono stata immersa in questo ear training continuo (l’educazione dell’orecchio musicale, ndr)», (ride). «In casa avevo un pianoforte, potevo strimpellare il basso o ascoltare i dischi di Kim Burrell, Lalah Hathaway, Stevie Wonder, Luther Vandross, Chaka Khan. Il momento clou poi era quando si andava in chiesa tutti insieme».
Qual è la lezione più importante che si impara dalla musica gospel?
«Il centro di tutto non è la performance di un singolo per un pubblico che viene guardato dall’alto. Quando la comunità canta non c’è una diva sul piedistallo e la gente sotto, questa divisione scompare. Anzi è proprio l’opposto: davanti a qualcosa di più grande, visto che si parla di Dio, il popolo è unito nella musica. Forse il disco sta andando così bene perché le persone percepiscono che con me è possibile questo tipo di connessione».
Anche a livello musicale è stata una grande scuola?
«Assolutamente. Da bambina ero circondata da voci intense e potenti e questo mi ha aiutato a non avere paura di tirare fuori la mia».
Quando si parla di lei si fanno paragoni da far tremare i polsi: Sarah Vaughan, Ella Fitzgerald. Qualcun altro cita Betty Carter e Carmen McRae. Quale di queste artiste sente più vicina?
«Non saprei, io provo a imparare qualcosa da tutte loro. A livello di swing direi soprattutto Ella e Billie (Holiday, ndr), che erano molto ispirate rispettivamente da Dizzy Gillespie e da Louis Armstrong. Sarah Vaughan ha un bellissimo legato, che mi ricorda l’Opera, mentre di Betty e Carmen adoro lo stile diretto e poco acrobatico: sanno raccontare, riescono a farti vivere quello che stanno cantando».
Quando ha capito che la musica poteva essere la strada della sua vita?
«Al momento di scegliere il college mi sono trovata davanti a un bivio: un sentiero proseguiva nella direzione del canto, iniziando però a fare sul serio; l’altro portava verso un lavoro probabilmente più sicuro, magari in ufficio. Sono molto felice di non aver rinunciato. Sento che è quello che dovevo fare e che è questo l’ambito nel quale devo continuare a crescere. Anche se le sfide sono sempre più grandi».
Sta accadendo tutto troppo in fretta?
«Le cose hanno iniziato a farsi serie dopo la Sarah Vaughan competition. Poi mi sono ritrovata a vincere due Grammy e a ricevere i complimenti di Stevie Wonder e Beyoncé. E ancora non ci credo. La mia famiglia come sempre era al mio fianco. Per cui vado avanti tranquilla, affrontando i prossimi impegni».
Il suo stile, che attinge a piene mani dalla tradizione del jazz, sta attirando molta curiosità.
«In realtà non c’è una strategia, è tutto molto naturale: affronto i brani che mi piacciono con lo stile che sento più mio. Basta il suono dei musicisti che suonano con me e la mia voce. Nient’altro».
Ashley Kahn ci vede un legame con la sua passione per i vestiti vintage.
«Confermo» (ride). «Vado matta per i Thrift stores, appena posso faccio shopping in questo modo. Forse c’è un nesso con il mio modo acustico di vedere la musica. Non so cosa accadrà in futuro, ma al momento affronto con lo stesso approccio un brano di Duke Ellington o di Stevie Wonder. E non sento la necessità di aggiungere strumenti elettronici o chissà quali effetti speciali».
Lei sta arrivando in Italia, Paese con cui sembra avere un legame preferenziale. Il pubblico di Umbria Jazz l’ha conosciuta prima della grande ribalta. Nel suo disco suona un chitarrista italiano, Pasquale Grasso, e gira voce che le piacciano anche le arie d’Opera.
«“Lusinghe più care”, (inizia a cantare), “d’Amor veri dardi. Vezzose volate sul labbro, nei guardi”. È di Georg Friedrich Händel, l’avevo studiata a scuola e quando mi sono trovata sul palco del teatro Morlacchi di Perugia non ho resistito. Con quel testo in italiano, in un luogo così stupendo, mi sembrava il momento giusto per cantarla».
Conosce altre arie, magari di Bellini, Verdi o Puccini?
«Sì, ma non ho il coraggio di cantarle. Credo di essere un contralto… Tutta presa da Händel non le ho risposto su Pasquale: ci siamo conosciuti a una masterclass, a una dimostrazione su come accompagnare la voce e lui sapeva farlo divinamente. Per il primo album, in generale, sentivo il bisogno di avere una band molto solida, che mi fosse di supporto. Per cui ho puntato in alto».
Un’ultima curiosità, nelle note di Linger Awhile lei ringrazia a uno a uno tutti i membri della sua famiglia, gli amici, i musicisti e i collaboratori. Con una dedica finale a Barry Harris, pianista ed educatore, scomparso nel 2021. Qual è l’insegnamento che le ha lasciato e a cui è rimasta più legata?
«“Posso insegnarti molte cose, ma lo swing devi impararlo da sola”».
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