chiesa messa latino
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I lefebvriani saranno anche animati dalle intenzioni più genuine, ma di sicuro non sono mai stati dei grandi strateghi. Come nel 1988, anche adesso si sono resi indifendibili. Hanno tante ragioni, ma una sola cosa è certa: non c’è salvezza fuori dalla Chiesa. È vero: il Papa si è rifiutato di incontrare il loro superiore generale, don Davide Pagliarani. Fino all’ultimo, però, li ha esortati a desistere dai propositi scismatici. Invano.

Dopodiché, se la Fraternità sacerdotale San Pio X ha «lacerato la tunica di Cristo», come ha scritto Leone XIV, bisogna riconoscere che il corpo della Chiesa, oggi, subisce offese anche dal fronte progressista. A cominciare dall’episcopato tedesco. Per anni la Germania è stata sull’orlo dello scisma. Di recente è stata sancita una tregua, dopo che i vescovi hanno modificato il progetto per la costituzione di un Consiglio sinodale permanente, sostituendolo con una Conferenza sinodale i cui statuti sono stati sottoposti alla Santa Sede. I fattori di attrito sono molteplici: il coinvolgimento dei laici in questa specie di parlamentino nominato su base nazionale (come farebbe un protestante qualsiasi), istituzione che altererebbe le gerarchie; le linee guida sulle benedizioni delle coppie gay; le ordinazioni femminili. Il conflitto, al momento, è congelato. E ciò rispecchia il maggior senso tattico dei teutonici rispetto ai lefebvriani. La Chiesa tedesca sfrutta due vantaggi strutturali: primo, un atteggiamento più conciliante da parte del Vaticano, che ha accettato di partecipare a una specie di negoziato perenne; secondo, un certo peso specifico negli ambienti che contano – basti pensare al cardinale radicale Reinhard Marx; il suo connazionale Reiner Maria Woelki, arcivescovo di Colonia, si è chiamato fuori dal cammino sinodale lo scorso febbraio.

Per i riformisti di Germania, i quali contano su influenti alleati, può valere davvero il metodo Bergoglio: avviare un processo e aspettare pazientemente che si compia, senza cesure nette. Nel loro relativo isolamento, i super tradizionalisti avranno invece ritenuto – sbagliando – che rompere fosse l’ultima possibilità. Col senno di poi, avrebbero dovuto approfittare meglio della quarantennale disponibilità mostrata da Joseph Ratzinger.

Al di là delle azioni improvvide e dei giochi di potere, tra tedeschi e lefebvriani vi sono differenze sostanziali. I primi sono scivolati nell’eresia; i secondi no. La Chiesa tedesca è a corto di fedeli, a riprova del fatto che, quando inizi a somigliare troppo al mondo, la gente ti preferisce il mondo stesso; all’opposto, ad assistere alle ordinazioni illecite in Svizzera, mercoledì, c’era una folla di quasi 20.000 persone. Il Vaticano ha ricordato che chiunque aderisca alla Fraternità è da considerarsi scomunicato alla stregua dei prelati scismatici. Ma si potrà rinunciare a cuor leggero a tanti cattolici di comprovata fede – sicuramente molti di più di quelli che vanno dietro alle bizzarrie rivoluzionarie della Germania?

I lefebvriani sono stati mostrificati dalla stampa. Repubblica li ha associati a Mario Borghezio, identificandoli come la setta religiosa ufficiale del vannaccismo. Il complotto teologico-politico dell’ultradestra: roba buona a malapena per riempire due pagine di giornale. Fratel Enzo Bianchi, sul Fatto Quotidiano, ha ostentato una pelosa comprensione per poter confutare l’idea che «la fede sia sempre la stessa. No, non è vero!». È la conferma che la sottomissione formale al successore di Pietro non garantisce saldezza dottrinale. Perciò la ferita aperta dalla Fraternità San Pio X fa male: sancisce l’espulsione di buoni cattolici, solo disorientati dagli smottamenti teologici e, soprattutto, dall’accanimento patito a opera della Santa Sede, per il solo fatto di essere rimasti attaccati al magistero di sempre.

Roma è stata costretta a trarre le conseguenze dagli eventi dell’altro ieri. Ma ora dovrebbe prendere a cuore le esigenze dei suoi figli sofferenti: Leone rimuova le assurde restrizioni alle celebrazioni col messale del 1962, imposte da Francesco, che si rimangiò la liberalizzazione di Benedetto XVI. È quanto chiedono i cardinali conservatori, da Gerhard Müller ad Athanasius Schneider e Georg Gänswein, il quale, infatti, è tornato alla carica sul Corriere di ieri. Se la missione del pontefice è ripristinare l’unità della Chiesa, bisogna agire in fretta. Si può trattare sui sinodi e sui gay, ma non sulla messa in latino?

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