Oggi in tarda mattinata Leone XIV entra al Policlinico Gemelli, e secondo diverse fonti l’intervento per rimuovere il nodulo al polmone potrebbe avvenire già nel tardo pomeriggio, mentre altri parlano di domani mattina.
La notizia l’aveva data lui stesso domenica, a sorpresa, quando dopo la preghiera dell’Angelus ha aggiunto poche frasi che piazza San Pietro non si aspettava: «Di recente, durante alcuni controlli, i medici mi hanno trovato un nodulo circoscritto al polmone». Il nodulo, ha spiegato, è stato individuato «in una fase molto iniziale e ben localizzato», e poiché i medici «ritengono opportuno intervenire» ha deciso di farsi operare, congedandosi con un «mi affido alla vostra preghiera!», che dice già molto dello stile con cui intende affrontare la cosa.
Il direttore della Sala Stampa vaticana, Matteo Bruni, ha precisato che quei controlli erano «di routine» e che il ricovero dopo l’operazione durerà «circa una settimana». Ieri il Papa, 71 anni compiuti il 14 settembre, ha tenuto tutte le udienze del mattino, ma nel pomeriggio non si è visto in Aula Paolo VI dove si stanno svolgendo i lavori a dieci anni dalla pubblicazione dell’esortazione Amoris laetitia dedicata alla pastorale familiare.
L’intervento e i tempi del recupero
Che cosa sia quel nodulo lo dirà solo l’esame istologico, e conviene diffidare di chi già lo sa. La grande maggioranza dei noduli polmonari è benigna, e la chirurgia toracica oggi lavora per lo più con accessi minimi, spesso robotici; a seconda di quel che troveranno, i chirurghi potranno asportare una piccola porzione di polmone, un segmento o un intero lobo, e da questo dipenderanno i tempi del ritorno al lavoro, a cominciare dal viaggio in Uruguay, Argentina e Perù in calendario dal 6 al 17 novembre, che riporterebbe Leone nella terra dove è stato missionario e vescovo di Chiclayo.
Il decennale di Amoris laetitia senza il Papa
Intanto a farne le spese è proprio l’incontro internazionale che in questi giorni celebra i dieci anni di Amoris laetitia. Su richiesta del Papa, che vuole prima ascoltarla e poi dire la sua, la relazione di sintesi finale non sarà pubblicata, e la messa conclusiva di domani, mercoledì, in piazza San Pietro sarà presieduta, per sua decisione, dal cardinale Luis Antonio Tagle, neo decano del Collegio cardinalizio. «Nella messa pregheremo in modo particolare per la salute del Santo Padre oltre che per le famiglie», ha detto il gesuita padre Giacomo Costa, che cura la metodologia dei lavori.
Il decennale, di fatto, ne esce depotenziato. La discussione di questi giorni è corsa, com’era prevedibile e con una certa sollecitudine, a ribadire la continuità con l’insegnamento precedente, a cominciare dalla esortazione Familiaris consortio (1981) di Giovanni Paolo II, ma l’esortazione che nel 2016 chiuse i due Sinodi sulla famiglia voluti da Francesco nel 2014 e nel 2015 divise il mondo cattolico come pochi documenti recenti, soprattutto per l’ottavo capitolo e per quella nota a piè di pagina sui sacramenti ai divorziati risposati, fino ai dubia presentati nel settembre 2016 da quattro cardinali, Walter Brandmüller, Raymond Leo Burke, Carlo Caffarra e Joachim Meisner, e rimasti sostanzialmente senza risposta. C’era perciò una certa attesa per capire che cosa avrebbe detto Prevost davanti a un nuovo testo di sintesi, e inutile dire che la sua assenza pesi non poco.
Le malattie dei Papi e il rischio dello sciacallaggio
Ma da oggi il nodulo diventerà anche un’altra cosa, perché le malattie dei Papi sono da tempo un genere letterario a sé, con i suoi autori e i suoi lettori affezionati.
Ci sono i sospetti sulla morte di Pio XI, che tra i suoi medici aveva Francesco Petacci, padre di Claretta; c’è l’archiatra di Pio XII, Riccardo Galeazzi Lisi, che lo fotografò in agonia e vendette gli scatti ai giornali; ci sono il tumore di Giovanni XXIII, seguito fino alla morte il 3 giugno 1963, e l’operazione alla prostata di Paolo VI, eseguita nel 1967 dentro il Palazzo apostolico; ci sono i gialli sui 33 giorni di Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II, che il Gemelli lo chiamava scherzando il Vaticano numero tre, dato per morente nel 1994, che sarebbe vissuto altri undici anni; ci sono, infine, i 38 giorni di Francesco al Gemelli nel 2025, con bollettini quotidiani, voci di dimissioni e necrologi pronti nei cassetti.
Eppure questa morbosità per la salute del successore di Pietro dice qualcosa che va oltre il pettegolezzo. Dice, ancora una volta, quanto pesi questa figura per il mondo intero, anche per quel bel mondo che la considera un residuo del passato e poi si scopre a contare i giorni di ricovero di un uomo vestito di bianco.
Ma dice anche che cosa prenderà il sopravvento da qui in avanti, ossia un certo sciacallaggio, fatto di fonti rigorosamente anonime, diagnosi a distanza nei salotti televisivi e totonomi sul successore. Per chi può, e un cattolico può sempre, resta la preghiera che il Papa stesso ha chiesto domenica dalla finestra; per gli altri, almeno il rispetto che si deve a un uomo che entra in sala operatoria, senza inutile gossip. Il resto lo diranno i medici, e la Provvidenza, alla quale Leone si è consegnato con le parole più semplici: «Mi affido alla vostra preghiera!».
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