2018-09-18
Dall’8 maggio è in vigore il decreto-legge sul Piano Casa varato dal governo di Giorgia Meloni. Entro il 6 luglio il provvedimento dovrà essere convertito in legge dal Parlamento.
L’obiettivo è rendere disponibili, nell’arco di dieci anni, circa 100.000 alloggi a prezzi inferiori a quelli di mercato. Il piano punta a raggiungere questo risultato attraverso il recupero di circa 60.000 alloggi popolari già esistenti ma attualmente inagibili e mediante la realizzazione di nuove abitazioni a canone calmierato, ottenute con nuove costruzioni, riconversioni di immobili e recupero di strutture inutilizzate.
Il recupero degli immobili pubblici è destinato principalmente alle fasce economicamente più fragili. L’housing sociale, invece, è rivolto a quelle famiglie che non possiedono i requisiti per accedere alle case popolari ma che, allo stesso tempo, hanno difficoltà a sostenere i prezzi del mercato immobiliare.
Il Piano prevede l’impiego di circa 10 miliardi di euro di risorse pubbliche, ai quali si aggiungeranno investimenti privati. Per incentivare la partecipazione degli operatori privati, lo Stato offre procedure burocratiche semplificate. In cambio, almeno il 70% degli alloggi realizzati dovrà essere assegnato a prezzi calmierati, garantendo uno sconto minimo del 33% rispetto ai valori di mercato.
L’obiettivo dichiarato è aumentare l’offerta di abitazioni accessibili, ridurre il disagio abitativo e facilitare l’accesso alla casa per famiglie, giovani lavoratori e cittadini con redditi medio-bassi.
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Romano Prodi, Elly Schlein e Maurizio Landini (Ansa)
Progressisti novelli Robin Hood: rilanciano l’ideona di tassare i ricchi per dare ai poveri. Ma pure a sinistra c’è chi dice no.
Un tempo li chiamavano progressisti, ma le idee di questo Pd sono tutt’altro che nuove. La patrimoniale, ancora. Tassare i ricchi per distribuire ai poveri. Dovrebbe essere il collante di questo campo largo trainato dal padre nobile dei dem: Romano Prodi.
«La patrimoniale è una cosa bellissima», ripete nei salotti di La7, riconoscendo però che «non si può fare», non perché sia sbagliata, ma perché «fa vincere la destra». «Ribadisco che quando si parla di tasse e migrazione, poi vince la destra. O facciamo una riflessione seria su quale può essere un modello economico diverso, oppure vince la destra con il modello Thatcher, che va ancora avanti. Le disuguaglianze, però, aumentano sempre di più e prima o poi queste situazioni scoppiano», ha detto a Otto e mezzo.
Non sembrano d’accordo il segretario del Pd, Elly Schlein, né il suo più fido alleato, Maurizio Landini, formalmente a capo della Cgil ma di fatto braccio armato di questa nuova versione dei dem che sta via via allontanando tutti i riformisti da quella che un tempo era definita la loro «casa». Di nuovo insieme, di nuovo a farsi sponda a vicenda: insistono sulla patrimoniale con un secondario obiettivo di isolare il presidente del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte.
«Abbiamo una Costituzione che dice che la tassazione deve essere progressiva e chi più ha più deve pagare, adesso siamo al paradosso che la tassazione è più alta per lavoro dipendente e pensionati che sulla rendita», ha detto Landini, insistendo: «Abbiamo bisogno di una riforma fiscale vera per aumentare gli stipendi e fare gli investimenti, per creare lavoro. Che ci sia un intervento da fare è un tema che si sta discutendo in tutti i Paesi, è una questione di giustizia sociale». Sulla stessa linea, immancabilmente, anche Schlein che insiste pure sul salario minimo: «Abbiamo avuto un calo degli stipendi reali in 4 anni di nove punti percentuali, il costo dei beni alimentari è aumentato del 25%. C’è un drammatico calo del potere d’acquisto. Negli ultimi 30 anni in Italia gli stipendi reali sono diminuiti di tre punti percentuali. La buona notizia è che stiamo lavorando a proposte concrete per intervenire su lavoro e salari con le altre forze progressiste. Tra queste, il salario minimo». E a chi le chiede se il Pd non è più la casa dei riformisti, replica: «Non condivido questa lettura, il Pd continuerà a essere plurale e inclusivo», dichiarandosi poi «dispiaciuta» per l’addio al del vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno.
L’occasione è la presentazione di un libro a Roma nella libreria Feltrinelli di largo Argentina. Il volume si intitola: L’Italia che non arriva a fine mese. Lavoro e salari: una questione di sinistra. Scritto da Mimmo Carrieri, Cesare Damiano e Agostino Megale, visto il titolo potrebbe forse diventare il manifesto di questa nuova versione del Pd, modello assemblea studentesca e centro sociale. E mentre la sinistra continua a sognare le tasse, nell’esecutivo non ci si pensa neanche. «Non faremo la patrimoniale. Non ci pensiamo neanche», ha detto il vicepremier e leader della Lega, Matteo Salvini, liquidando l’argomento.
«A sinistra avanza un partito unico, quello della patrimoniale. Dal Pd di Schlein alla Cgil di Landini, passando per i 5 stelle di Conte e per i settori più ideologizzati del campo largo, la ricetta economica è sempre la stessa, immutabile da trent’anni. Una nuova tassa su patrimoni, case e risparmi», ha scritto il presidente dei senatori di Forza Italia, Stefania Craxi, in una lettera al Tempo. Per Craxi, «una patrimoniale non renderebbe l’Italia più giusta ma solo più povera», perché c’è bisogno «di liberare energie, non di soffocarle; di ridurre la pressione fiscale su chi produce e su chi ha meno, non di inventare nuovi prelievi più o meno diretti e forzati; ha bisogno di attrarre investimenti, non di metterli in fuga».
Il più duro è Federico Mollicone, deputato Fdi: «Altro che centrosinistra: il Pd ha programma di un centro sociale. Continua a perdere moderati e pezzi di moderatismo e tenta di fermare questa emorragia con proposte fatte in laboratorio e operazioni come quella di Goffredo Bettini di un altro finto centro civico», ha aggiunto.
Ma all’interno delle opposizioni non sono pochi a credere che riproporre una patrimoniale sia un errore. «Spiegherò in un video perché la patrimoniale non ha senso. Anzi: è un autogol», ha spiegato l’ex premier e leader di Italia viva, Matteo Renzi. «È la classica misura che piace e che funziona sui social. Ma governare un Paese è un’attività più complicata di ideare uno slogan».
Intanto, mentre si discute (ancora) di patrimoniale, il Consiglio dei ministri ieri ha approvato in via definitiva il Testo unico sulle imposte sui redditi (Tuir), «settimo degli otto provvedimenti di riordino del sistema tributario italiano previsti dalla riforma fiscale», ha spiegato il viceministro dell’Economia e delle finanze, Maurizio Leo. «I testi unici garantiranno a cittadini, imprese e professionisti un quadro di norme organico, chiaro e moderno».
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Manifestanti a sostegno di Henry Nowak (Getty Images)
Chiesta altra perizia sulla morte di Henry Nowak, ammanettato mentre agonizzava. I poliziotti: «Temevamo giudizi negativi ai corsi d’inclusione». Keir Starmer: «Elon Musk fomenta le divisioni».
L’omicidio di Henry Nowak, lo studente di 18 anni accoltellato a Southampton nel dicembre scorso, continua a infiammare il dibattito politico nel Regno Unito. Dopo la condanna all’ergastolo dell’assassino, il sikh Vickrum Digwa, l’attenzione si è infatti spostata sul comportamento della polizia intervenuta quella notte. Un’inchiesta pubblica, richiesta dal coroner, dovrà stabilire se la condotta «anti razzista» degli agenti abbia contribuito alla morte del ragazzo.
Il caso, ormai noto a livello mondiale, ha suscitato profonda indignazione dopo la recente diffusione dei filmati delle bodycam dei poliziotti. Le immagini mostrano Nowak che ripete più volte di essere stato accoltellato e di non riuscire a respirare, mentre gli agenti lo ammanettano dopo che Digwa aveva sostenuto di essere stato vittima di un’aggressione a sfondo razziale. Nel corso del processo, tuttavia, questa versione è stata smentita dalle prove presentate dall’accusa, che hanno portato alla condanna dell’aggressore.
Il capo della polizia dell’Hampshire, Alexis Boon, ha chiesto pubblicamente scusa alla famiglia del giovane, definendo il video «una tragedia assoluta». Boon ha riconosciuto l’errore commesso nell’ammanettare Nowak, ma ha respinto le accuse di una «politica dei due pesi e due misure». Dopo lo scoppio di numerose proteste in tutto il Paese, la vicenda è arrivata fino a Downing Street. Ieri il premier Keir Starmer ha incontrato la famiglia di Nowak, così come ha fatto la leader conservatrice Kemi Badenoch. Entrambi hanno espresso vicinanza ai familiari e chiesto che sia fatta piena luce sull’accaduto.
Sul piano politico, tuttavia, le letture restano profondamente diverse. Nigel Farage, leader di Reform Uk (oggi primo partito nei sondaggi britannici), ha accusato le forze dell’ordine di aver dato credito alle accuse di razzismo formulate da Digwa senza verificare adeguatamente i fatti, denunciando una «politica dei due pesi e due misure» destinata a minare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Starmer, da parte sua, ha replicato accusando Farage, Elon Musk e altri commentatori di «alimentare le divisioni» nel Paese. Il premier ha ribadito che la Gran Bretagna resta una nazione composta in larga maggioranza da persone «ragionevoli e tolleranti», invitando a non strumentalizzare la tragedia.
Mentre Starmer tenta di gettare acqua sul fuoco, il dibattito si è già esteso all’intera architettura delle «politiche di diversità, equità e inclusione» (Dei) adottate negli ultimi anni dalle forze dell’ordine britanniche. Un sondaggio dell’Università di Reading, condotto su oltre 2.600 membri della polizia dell’Hampshire, ha rilevato che una parte degli agenti sottoposti ai corsi obbligatori del programma «L’inclusione conta» si sentiva «sotto pressione» e temeva di «dire la cosa sbagliata» o di subire conseguenze professionali in caso di errori.
Le critiche, peraltro, non arrivano soltanto dall’opposizione conservatrice. Jack Straw, ex ministro laburista dell’Interno e tra i principali promotori delle riforme antirazziste introdotte negli ultimi decenni, ha sostenuto che queste politiche sono «andate troppo oltre». Straw ha inoltre criticato alcune linee guida emanate dal National police chiefs’ council che, nel perseguire la cosiddetta «equità razziale», sostengono che trattare tutti allo stesso modo non sempre produrrebbe risultati equi. Anche il ministro della Polizia, Sarah Jones, ha definito quel documento «sbagliato», mentre lo stesso organismo ha annunciato una prossima revisione del testo.
Le accuse più dure, però, sono arrivate dalle pagine del Telegraph. In un editoriale destinato a far discutere, la nota opinionista Allison Pearson ha affermato che la morte di Nowak rappresenta il risultato estremo di una cultura istituzionale ormai ossessionata dalle accuse di razzismo. La Pearson ha parlato apertamente di «razzismo antibianco», accusando i programmi Dei di aver fatto «il lavaggio del cervello» agli agenti e chiedendo una profonda riforma del College of policing, l’organismo che sovrintende alla formazione delle forze dell’ordine britanniche.
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Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale (Imagoeconomica)
L’ex generale: «Se importi il terzo mondo, diventi il terzo mondo. Stiamo drogando la nostra civiltà con culture incompatibili. Pozzolo pagherà la sanzione che merita, ma non scarico i compagni di partito, come non ho mai scaricato i miei soldati».
Roberto Vannacci, come prevedibile, non è disposto a moderarsi nemmeno un po’. Per commentare la vicenda di Amendolara usa frasi di granito: «Se importi il terzo mondo diventi il terzo mondo», dice. «Lo vediamo sfortunatamente in ogni caso che coinvolge immigrati. C’è il caso di Amendolara, c’è il caso del colombiano che Roma è sceso di casa e ha accoltellato al petto un cittadino italiano per una lite sull’immondizia, c’è il caso dell’italiano di seconda generazione - o meglio, dello straniero naturalizzato italiano - che a Modena si è buttato contro la folla... Questa è la realtà. Si importano persone di culture diverse, spesso non compatibili con la nostra, che si comportano come sono abituate a comportarsi: si uccidono, si bruciano vivi... Solo che purtroppo quando importiamo queste persone non importiamo anche i sistemi di controllo sociale che ci sono nei loro Paesi».
Che intende?
«Probabilmente in Pakistan una cosa come quella di Amendolara non sarebbe successa e neanche in Marocco, perché la polizia pachistana e quella marocchina hanno dei sistemi ben diversi per controllare i loro connazionali. Qui invece abbiamo un sistema sociale che è abituato a una determinata cultura, e importando culture diverse non siamo in grado di controllarle. Diciamo che i nostri sistemi giustamente libertari non sono adeguati per controllare queste persone».
Nel caso di Amendolara però si chiamano in causa le responsabilità del sistema economico, i mancati controlli sul caporalato...
«Sì, diciamo però che alla fine sono sempre dei pachistani che hanno portato a termine questo crimine efferato. Per quale motivo bisogna come al solito trovare una giustificazione di fronte a un fatto oggettivo e assodato? Sono stati addirittura ripresi da telecamere... È come quando riguardo ai maranza si dice “ma è colpa dell’alienazione giovanile, del disagio”...».
Non è così?
«Un paio di ciufoli. È come parlare di gente che rapina e che fa i furti negli appartamenti e dire che è colpa della ridistribuzione della ricchezza... Fino a che non la smetteremo di giustificare qualsiasi cosa e non accetteremo invece di combattere questi fenomeni per quello che sono, continueremo a non risolvere un bel niente».
E lei come risolverebbe questi problemi? Intendo qui e ora, diciamo nel brevissimo periodo.
«Beh, nel brevissimo periodo intanto bisogna ripotenziare e rilegittimare le forze dell’ordine, perché il problema fondamentale è questo. Poi c’è il passo successivo che è la remigrazione. E non possiamo perdere un attimo, non è più un’opzione o una possibilità: la remigrazione è una necessità, abbiamo già superato la soglia limite».
Lei ha sottoscritto il Save Europe Act. Può spiegare in che cosa consista?
«È esattamente quello di cui stavo parlando. Fondamentalmente la remigrazione si basa su strumenti come il rimpatrio di chi non ha diritto di stare in Europa o di chi commette reati o di chi ha una cultura incompatibile. Ma la remigrazione stabilisce anche un criterio assolutamente corretto, ovvero il diritto, il sacrosanto diritto delle popolazioni autoctone di difendere la propria cultura e la propria civiltà. Con la remigrazione vogliamo sostenere una politica di difesa dell’identità e della cultura delle popolazioni autoctone. Identità e cultura senza le quali queste popolazioni scomparirebbero. Il manifesto che ho firmato e che viene portato avanti da Eva Vlaardingerbroek sostiene tutto questo. Guardi, sono in realtà cose perfino banali e scontate, ma sembrano quasi eccezionali dopo decenni di pensiero unico che ci hanno abituato a considerare chi viene da noi per approfittare del nostro sistema in maniera più favorevole rispetto ai cittadini autoctoni».
Pensa che altre forze di centrodestra oltre a Futuro nazionale sottoscriveranno questo manifesto?
«Spero che qualsiasi cittadino di buonsenso lo faccia. Al di là dell’appello alle forze politiche, è un appello a tutti i cittadini europei, a tutti i cittadini italiani. Non stiamo chiedendo nulla di strano: stiamo chiedendo di rispettare le civiltà e le culture autoctone e quindi anche di far ritornare nel suo Paese chi non ha diritto di rimanere qua. Stiamo chiedendo anche di modificare il modo in cui oggi si educano le persone, rimettendo al centro di tutto la cultura autoctona prevalente, cosa che invece oggi viene messa ai margini. Sembra quasi che drogare la nostra civiltà e la nostra cultura con elementi esogeni sia diventata la regola principale, il mantra della modernità».
A proposito delle posizioni del centrodestra. A Vigevano il candidato di Futuro nazionale ha preso il 14%. Andranno al ballottaggio la candidata di sinistra e quello di Forza Italia. Voi come vi comporterete? Chi sosterrete?
«Ha già deciso il candidato, ci siamo consultati. Avevamo presentato 3-4 punti che consideravamo le nostre linee rosse. Uno di questi era la chiusura della moschea abusiva che è registrata come un ente ricreativo. Poi c’era un altro punto non negoziabile riguardante i turni notturni della polizia locale e un altro che riguardava l’installazione di videocamere a circuito chiuso per incrementare la sicurezza. Il candidato che va al ballottaggio ha deciso di non prendere in considerazione queste richieste e di non pronunciarsi. Quindi il nostro appello è di andare a votare scheda bianca, non votando questo candidato. Perché se c’è qualcuno che vuole dipingersi di destra ma in realtà fare la politica della sinistra non avrà mai il nostro appoggio».
Scrivono che avete già raccolto 300.000 euro di finanziamenti. «Da petrolieri e carciofari», dice il Corriere della Sera.
«A me andrebbe bene anche il venditore di cipolle, non mi interessa che cosa facciano, sono tutte persone che esprimono condivisione, simpatia e passione per il movimento politico e lo finanziano. Peraltro, senza neanche ricevere gli sconti fiscali previsti dalla legge per i partiti, perché noi ancora non possiamo accedere a questi benefici. Sono donazioni totali, complete, quindi solleviamo tanto di cappello a chi ha voluto finanziarci. E io mi auguro che si vada avanti, perché ci vogliono ben oltre che 300.000 euro per finanziare un partito. Quando l’ho fondato c’erano delle persone che dicevano “Vannacci non andrà da nessuna parte, se non ha milioni di euro per il partito”. Direi che per ora ce la stiamo cavando bene e mi auguro che i finanziatori siano molti altri, anche privati cittadini che vogliano finanziarci con piccole somme. E poi non ho capito: ma gli altri partiti non ricevono finanziamenti? Fanno clamore solamente i finanziatori di Vannacci?».
Lei ora è sotto i riflettori...
«Le dico un’altra cosa sui finanziatori. Non mi sono sfuggite negli ultimi giorni le solite illazioni, assolutamente false, secondo cui ci sarebbero dei finanziamenti occulti da parte della Russia, un articolo su Repubblica lo ha detto chiaro e tondo e ha sostenuto addirittura che ci aspettiamo qualcosa nei prossimi giorni, come se ci fossero delle inchieste giudiziarie».
E non li ha, questi finanziamenti?
«Mi piacerebbe avere la villa in Crimea, ci andrei almeno in vacanza. Purtroppo ancora non ce l’ho».
I giornali dicono anche che lei sia imbarazzato dalla vicenda di Emanuele Pozzolo.
«Pozzolo purtroppo ha fatto un incidente. Se un incidente così l’avesse fatto un professore, esso universitario o di liceo, gli avremmo proibito di andare a fare lezione in aula dal giorno dopo? E se l’avesse fatto un giudice? Gli avremmo proscritto l’ingresso in tribunale per il resto della carriera? Sono tutte strumentalizzazioni. Pozzolo ha avuto un incidente e non ha causato danno ad altri, fortunatamente. Si prenderà la sanzione che si merita, perché è giusto, la legge è uguale per tutti. Io non faccio come Giani che è andato a proteggere la sua assessora quando si è messa nella corsia di sorpasso e le hanno ritirato la patente. Se Pozzolo ha sbagliato pagherà quello che è previsto che paghi, ma io - se non c’è dolo e non c’è malafede - non scarico gli appartenenti al mio partito, come non ho mai scaricato i miei uomini in combattimento».
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