Operazioni di soccorso a Osoppo (Udine) la mattina del 7 maggio 1976 (Getty Images)
Una violenta scossa con epicentro in Carnia seminò morte e distruzione in meno di un minuto, con 990 morti e migliaia di feriti. La gestione dei soccorsi e la ricostruzione furono un esempio unico di efficienza e solidarietà tra civili, militari e istituzioni.
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L’«Orcolat», il mostro mitologico della tradizione popolare carnica, si era risvegliato con tutta la sua ferocia da un lungo sonno durato dal 25 gennaio 1348, l’anno del flagello della peste nera. Quel giorno un devastante sisma con epicentro nella vicina Carinzia colpì il Friuli con una magnitudo di circa 6,6 gradi Richter, che causò gravissimi danni a Gemona, San Daniele, Tolmezzo e Venzone. Altre volte nei secoli quell’essere spaventoso terrorizzò il Friuli: nel 1511, 1690, 1776, 1928 con eventi sismici meno potenti ma non meno terrorizzanti.
Giovedì 6 maggio 1976 alle ore 21:06 quando l’ultima luce del giorno ancora accarezzava i monti, le colline e la pianura friulana, l’«Orcolat» si svegliò di colpo dal suo antro sul monte San Simeone, in Carnia.
Il rilievo che affaccia sull’abitato di Venzone fu l’epicentro di un terremoto della magnitudo di 6,4 gradi Richter che generò una lunga scossa della durata di 59 secondi, in grado di radere al suolo quasi completamente 45 comuni e di danneggiarne gravemente altri 92, seminando morte e distruzione su un’area di oltre 5.000 km/q. Le vittime del sisma del maggio 1976 furono 990, di cui 400 solo a Gemona del Friuli, uno dei simboli del dramma di 50 anni fa. E poi Buja, Venzone, Trasaghis, Osoppo, Artegna, Bordano e tanti altri centri abitati in pochi istanti non esistevano più. I feriti furono 4.000 e Il numero dei sinistrati altrettanto impressionante: oltre 100.000 su un totale di 600.000 persone danneggiate dal sisma. 18.000 le abitazioni colpite. La rete elettrica e quella idrica erano interrotte. Migliaia di persone, soprattutto nei paesi di montagna, rimasero isolate e minacciate dalle frane. Le strade erano interrotte in più punti. La macchina dei soccorsi si mosse subito, grazie anche alla presenza massiccia dell’Esercito nella regione. Le caserme furono immediatamente mobilitate, nonostante i militari fossero stati gravemente colpiti, con 32 soldati morti e 242 feriti nei crolli. Già nella notte tra il 6 e il 7 maggio si mossero verso le zone maggiormente colpite le brigate «Mantova», «Ariete» e «Julia» che con tutti gli uomini e i mezzi a disposizione scavarono disperatamente per cercare di estrarre dalle macerie i vivi e i morti. Le caserme ed i loro magazzini furono aperti e messi a disposizione come primo riparo per i superstiti. Il giorno seguente nelle zone terremotate giunsero il presidente della Repubblica Giovanni Leone, il premier Aldo Moro e il ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Mentre da tutta Italia affluivano gli aiuti (l’esercito arriverà ed impiegare più di 14.000 uomini) il governo nominò Commissario straordinario per l’emergenza in Friuli il sottosegretario all’Interno, il varesino Giuseppe Zamberletti. Fu sotto la sua supervisione che nacque il cosiddetto «modello Friuli», considerato in seguito come un modello di efficienza nell’assistenza alla popolazione e nella ricostruzione integrale delle zone devastate dal sisma. Zamberletti, che rimase in Friuli per tutta la durata delle operazioni, concepì nel 1976 il principio che negli anni successivi sarà alla base della futura Protezione Civile. Considerata l’efficienza delle amministrazioni locali e dello spirito di resilienza dei friulani che da subito, pur colpiti da lutti e perdite materiali, si misero al lavoro, il commissario organizzò un sistema gestionale che prevedeva un organico misto tra istituzioni locali (i sindaci e le associazioni) e militari. Per la prima volta le forze armate vennero messe ai comandi delle amministrazioni civili, con il merito di aumentare l’efficienza dei soccorsi e la fiducia della popolazione nei confronti delle istituzioni e delle forze armate. Zamberletti, sentiti i sindaci e le rappresentanze civili, capì che i friulani volevano ricostruire ciò che avevano perso esattamente com’era prima del sisma e negli stessi luoghi, evitando la costruzione di nuovi comuni in pianura come avvenuto pochi anni prima in occasione del sisma del Belice. Quando gli americani, che inviarono subito aiuti materiali dalla vicina base di Aviano, offrirono finanziamenti per circa 100 milioni di dollari, Zamberletti ne affidò la gestione all’Associazione Nazionale Alpini, come garanzia di onestà morale di una realtà profondamente radicata e amata dai friulani. Gli Alpini in congedo affluirono come volontari da tutta Italia, organizzando da subito una febbrile opera di ricostruzione con la costituzione di 11 cantieri, coordinati da un ingegnere o da un geometra, ognuno formato da circa 100 persone. Tutte le industrie locali misero a disposizione uomini e materiali che andarono ad alimentare le risorse già attivate dall’Esercito.
Nei tre mesi successivi, mentre erano ancora in atto le operazioni di sgombero e messa in sicurezza di abitazioni e infrastrutture, dalle tendopoli i friulani cominciavano a credere in un rapido ritorno alla normalità. Le speranze furono bruscamente interrotte il 15 settembre 1976 quando un violento sciame sismico colpì nuovamente generando altre vittime e altri crolli. Il nuovo sisma generò un esodo della popolazione che generò un’emergenza nell’emergenza. Zamberletti e i vertici delle autorità preposte al soccorso si trovarono in gravi difficoltà nella gestione dello sfollamento. Fu in questa occasione che il commissario e sottosegretario della Dc prese alcune decisioni radicali, che per sua stessa ammissione misero a rischio la sua figura all’interno del governo e del partito. Per fare rapidamente fronte alla seconda emergenza relativa allo sgombero della popolazione di giovani e anziani, visto anche l’avvicinarsi della stagione fredda, Zamberletti ordinò la requisizione di abitazioni e di roulottes per poter dare rifugio a chi non poteva rientrare nella propria casa, dando garanzie di restituzione ed eventuale risarcimento che fecero temere un’emorragia di voti nella Dc. L’appello ebbe successo e 15.000 caravan giunsero in breve tempo nei luoghi sinistrati, per poter accogliere chi doveva restare per non paralizzare il lavoro soprattutto nei campi. Ancora una volta i militari furono decisivi per la riuscita delle operazioni. In particolare grazie al generale Giovanni De Acutis, allora comandante della Brigata alpina «Julia», che fu decisivo nella logistica per il trasferimento dei terremotati nelle zone del litorale friulano, dove le temperature erano più miti. Ad una diffidenza iniziale di fronte ai mezzi offerti dal commissario all’emergenza, alla vista delle penne nere le famiglie di montagna si affidarono senza esitazione, salendo sui pullman per raggiungere le località di sfollamento.
La ricostruzione dei paesi fu il fiore all’occhiello della determinazione e della forza dei friulani. Come dichiarato fermamente fin dai primi giorni dopo il sisma del 6 maggio 1976, gli abitanti rifiutarono lo spostamento in centri abitati ricostruiti ex novo in luoghi diversi. Tutto avrebbe dovuto essere ricostruito «com’era, dov’era». Zamberletti e le autorità assecondarono il desiderio, appoggiando una difficile ricostruzione tecnicamente chiamata «anastilosi». In termini semplificati, si trattava di una meticolosa operazione di catalogazione delle macerie, applicata alle abitazioni storiche e alle chiese prevalentemente in pietra che, una volta numerate, furono riposizionate singolarmente nella stessa posizione precedente il crollo. Uno degli esempi più significativi fu la ricostruzione del duomo di Venzone, le cui macerie furono stese sul letto del fiume Tagliamento e numerate ad una ad una.
L’opera di ricostruzione dei comuni proseguì per un decennio sotto la supervisione della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia dopo il termine del mandato a Giuseppe Zamberletti, che, per la sua opera e per il successivo ruolo nella costituzione della Protezione Civile, sarà insignito dell’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce al Merito nel 1996. Il commissario straordinario è ancora oggi ricordato con gratitudine dai friulani, assieme agli Alpini in armi e in congedo che in quei drammatici mesi di 50 anni fa aiutarono la popolazione a sconfiggere l’«Orcolat», cancellando le ferite del terremoto con il lavoro e la dignità caratteristiche di quel popolo che, soffocando il dolore, dimostrò in silenzio un amore sconfinato per la propria terra, sapendo ringraziare per sempre chi venne per aiutare.
In una frase, coniata in quei giorni dal prete e linguista don Francesco Placereani, sta tutta la determinazione dei friulani dimostrata nell’affrontare la catastrofe del 1976: «Il Friûl al à di vignî fûr dal taramot pal cjâf, no pai pîts» («Il Friuli deve venir fuori dal terremoto con la testa, non con i piedi»). E così è stato.
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(Ansa)
In arrivo linee guida per risparmiare cherosene, in barba a sicurezza e regole esistenti.
L’Europa vuole mettere becco anche dentro i serbatoi degli aeroplani. La portavoce della Commissione europea per l’energia, Anna-Kaisa Itkonen, nel briefing quotidiano con la stampa ha dichiarato: «La Commissione europea ha una visione completa della quantità di carburante che hanno gli Stati membri».
Fin qui meno male, vien da dire, ma subito dopo il discorso è cambiato: «In settimana pubblicheremo al riguardo le linee guida per le compagnie aeree che riguarderanno tra le altre cose le misure anti-tankering, ovvero contro la pratica delle compagnie aeree di viaggiare con più carburante del necessario per risparmiare sui rifornimenti, così come le possibili importazioni del carburante per aerei di tipo Jet-A utilizzato negli Usa». La portavoce ha poi spiegato: «Questo meccanismo di condivisione delle informazioni funziona, ha aumentato la trasparenza e aiuta a coordinare le nostre azioni» La Itkonen ha poi concluso: «Pochi giorni fa abbiamo presentato il piano AccelerateEu. Una delle proposte è l’istituzione di un osservatorio sui carburanti che aiuterà ad avere una migliore visibilità delle scorte commerciali, comprese quelle di carburante per aerei, e sui volumi esatti che saranno necessari in futuro».
Sulla pratica dell’Anti-tankering si era già espressa l’Organizzazione internazionale dell’Aviazione civile (Icao), conscia che la disponibilità di carburante ecologico è oggi limitata rispetto al fabbisogno. Ma è innegabile che a portare i vettori a rifornirsi in un luogo piuttosto che in un altro sono innanzitutto le enormi differenze dei regimi fiscali che persistono nell’Unione. Subito dopo, pare che la Ue voglia mettere becco al meccanismo di calcolo della quantità di carburante sugli aeromobili (che in Europa è stabilito dalle norme dell’autorità aeronautica Easa, le quali non possono essere in contrasto con quelle dell’Icao), quando esiste già un metodo preciso per stabilire il fabbisogno minimo di ogni volo in base a diversi fattori che prevedono anche la cosiddetta «contingenza», ovvero quel quantitativo in più che ogni comandante può decidere di imbarcare a sua discrezione in base a situazioni particolari. Un esempio: in alcuni voli da Roma Fiumicino a Madrid, stante il notevole traffico aereo sulla capitale spagnola diretto allo scalo di Barajas, che causa attese in volo, molte compagnie imbarcano un paio di tonnellate in più di cherosene per non atterrare con la quantità inferiore imposta dalle regole. Anche perché l’imprevisto è sempre in agguato e ogni volo, per legge, deve dichiarare quale aeroporto alternativo intende raggiungere durante la rotta o all’arrivo proprio per evitare di restare a corto di combustibile. Un esempio: supponiamo che il volo precedente al nostro subisca un’uscita di pista e blocchi lo scalo. Il volo successivo dovrà avere una riserva sufficiente per raggiungere l’alternativo e gestire anche un’eventuale ulteriore attesa, magari dovuta al traffico.
L’Icao, nel suo report 2022 sulla possibilità di raggiungere un «Long-Term global Aspirational goal» per la riduzione delle emissioni di CO2, disegnava scenari in cui, pur considerando una continua crescita del traffico aereo, le emissioni e i consumi potevano essere ridotte da vari fattori come l’aumento dell’efficienza dei velivoli, l’adozione di procedure di volo più efficienti e l’introduzione di carburanti sostenibili di origine vegetale (Saf, la cui produzione costa 2.5 volte quella del cherosene). Nel 2023 la Commissione europea aveva introdotto il Regolamento 2023/2405 sulla «garanzia di condizioni di parità per un trasporto aereo sostenibile» detto Refuel-Eu Aviation, che definisce le quote minime di Saf che nel periodo 2025-2050 i fornitori di carburanti devono rendere disponibili presso i principali aeroporti comunitari.
Tali quote sono crescenti: dal 2% del 2025 fino al 70% del 2050. Sebbene l’obbligo si applichi ai fornitori di carburanti, RefuelEu Aviation fa sì che i vettori siano spinti a usare tale carburante meno inquinante. Tale meccanismo è assicurato da un’ulteriore misura contenuta nel Regolamento, appunto l’anti-tankering. Questo prevede l’obbligo per qualsiasi operatore, anche non europeo, di rifornirsi presso un dato aeroporto dell’Unione da cui opera, coprendo almeno il 90% del fabbisogno annuale di carburante legato alle tratte che originano da quell’aeroporto. Ma tutto questo ha un costo. E lo paga chi compra il biglietto.
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Nathan Trevallion e Catherine Birmingham (Ansa)
La piccola Trevallion ricoverata da domenica scorsa per problemi respiratori. Ma Catherine è stata informata dagli addetti della casa-famiglia a distanza di un giorno. Genitori sempre monitorati durante le visite. La Lega: «Valutiamo azioni legali».
«La bimba sta male». La telefonata, che doveva raggiungere prima di chiunque altro la mamma della piccola Trevallion, una dei tre bambini della «casa nel bosco», è arrivata a destinazione nientemeno che il giorno successivo, molte ore dopo che lo Stato si era già attivato per occuparsi della bambina, ricoverata in ospedale da domenica scorsa.
Le poche testate riportanti la notizia hanno scritto che le sue condizioni di salute «non sarebbero preoccupanti. Si tratterebbe, infatti, di una sindrome stagionale». Ma la versione dei media è diversa da quanto riportato ieri su Facebook da Marina Terragni, Garante per l’infanzia e l’adolescenza, che ha seguito fin dall’inizio la storia dei tre figli minori di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, affidati ai servizi sociali per divergenze sullo stile di vita scelto dai genitori: «Una dei bambini del bosco è ricoverata in ospedale da domenica per crisi respiratoria. La mamma non è con lei», ha riferito Terragni.
Le poche notizie che sono filtrate sull’ultimo episodio della vicenda, che somiglia sempre più a un film dell’orrore, raccontano che nella serata di sabato la bambina si è sentita male e ha avuto problemi di respirazione, di natura clinica (bronchite acuta), probabilmente aggravati anche dall’ansia di vivere lontana dai genitori che l’hanno accudita fin dalla nascita. Gli addetti della casa-famiglia, dove i bambini sono stati collocati dopo essere stati strappati alla famiglia, a novembre dello scorso anno, hanno portato la bambina in ospedale, dove è tuttora ricoverata e dove rimarrà fino a venerdì, per un totale di quasi una settimana di degenza. Hanno quindi provato a chiamare il padre, il cui telefono cellulare è risultato staccato, ma non hanno avvisato la madre dei tre piccoli, Catherine: come se non esistesse. I genitori sono dunque venuti a conoscenza delle condizioni della figlia molte ore dopo l’accaduto, riuscendo a raggiungere l’ospedale e vedere la figlia soltanto il giorno dopo. Inoltre, la visita alla piccola di 7 anni è avvenuta in presenza di un assistente che ha «monitorato» l’incontro.
Una vicenda sempre più raccapricciante, su cui ha voluto dire la sua anche Alessandra De Febis, Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Abruzzo. «Ho fatto personalmente visita alla bambina lunedì mattina. Il ricovero è stato disposto in via meramente precauzionale, di concerto tra il reparto che ha in cura la minore e la pediatra di riferimento. I genitori sono stati informati tempestivamente (sic!) ed entrambi hanno fatto regolarmente visita alla piccola sia ieri che oggi. La situazione è sotto controllo e, non appena le condizioni lo consentiranno, la bambina sarà dimessa».
Per quanto le parole di De Febis tendano a sminuire la portata degli ultimi avvenimenti, il caso non può non sollevare interrogativi sulla gestione e la tutela dei minori coinvolti. Il Garante abruzzese, appellandosi al «principio di riservatezza», ha sottolineato di essere suo malgrado «costretta» a fornire precisazioni sul ricovero della piccola. «Nel prendere atto con amarezza come continuino a essere posti sotto i riflettori dei minori che meritano la dovuta riservatezza, prevista prima di tutto dall’etica e poi dalla legge», afferma, «sono a sottolineare che il Garante dell’infanzia ha come principale compito quello di garantire la difesa dei diritti dei minori, tra cui c’è certamente il diritto alla riservatezza». Che evidentemente, per De Febis, viene prima del benessere e della serenità dei bambini, che da novembre 2025 non hanno più una famiglia. Non è la prima volta, inoltre, che in nome della riservatezza vengono sottaciute le reali condizioni di salute dei piccoli Trevallion, sottratti ormai da sei mesi ai genitori accusati di avere uno «stile di vita» non conforme agli standard educativi (vivere nei boschi, homeschooling). A fine aprile era infatti già stato diffuso un audio, ripreso anche dalla Verità, che rivelava dettagli agghiaccianti su un fatto avvenuto mesi prima, quando alla mamma dei tre bambini era ancora consentito di vivere presso la casa-famiglia di Vasto dov’erano i figli, da cui è stata poi allontanata. Una notte, uno dei tre bambini aveva cominciato a piangere e urlare, disperato. Le sue grida angoscianti avevano raggiunto la madre, che con dolcezza era riuscita a calmare il bambino. Una madre che oggi è accusata di «incapacità genitoriale».
Le polemiche sul caso, dunque, continuano a rimanere accese. Il caso della famiglia non è più soltanto una vicenda giudiziaria ma uno scontro frontale fra il potere dello Stato e la libertà di scelta educativa delle famiglie. La distruzione della famiglia Trevallion rappresenta un pericoloso precedente che ha messo ufficialmente in discussione il diritto fondamentale di ogni genitore di educare i propri figli al di fuori degli schemi convenzionali. Le istituzioni hanno interpretato la diversità familiare di Nathan e Catherine come «inadeguatezza», trasformando la mancanza di una caldaia o di una certificazione burocratica per l’home schooling in una motivazione sufficiente per distruggere un nucleo familiare. E a farne le spese sono tre bambini innocenti.
La Lega, con un pool di legali, sta seguendo con massima attenzione la vicenda. «C’è grande preoccupazione per lo stato di salute fisico e psicologico dei tre bimbi da mesi strappati all’amore di mamma e papà, con addirittura notizie di un ricovero ospedaliero per uno dei minori», la nota del Carroccio. «La situazione è così grave da non far escludere ogni iniziativa giuridicamente possibile nei confronti di coloro che sono responsabili di un inspiegabile accanimento ai danni di questa famiglia».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Le norme istitutive sancivano la garanzia di approvvigionamento. Ma in 30 anni l’Ue ha ottenuto solo un balzo dei prezzi del 35%.
L’allarme per la crisi energetica non accenna a diminuire. Lo Stretto di Hormuz è ancora bloccato e i prezzi di gasolio e benzina sono elevati, mentre i governi cercano di evitare il contagio inflazionistico abbassando le tasse sull’energia
Nel frattempo, dall’Ue non è arrivato granché, se non una serie di raccomandazioni e di impegni a «coordinare» stoccaggi e informazioni, con l’esortazione a investire in fonti rinnovabili. Di concreto si è visto solo il METSAF (Middle East crisis Temporary State Aid Framework), ovvero il quadro temporaneo di sospensione del divieto di aiuti di Stato in seguito alla crisi di Hormuz. Mentre nel caso della crisi energetica del 2021-2022 l’Ue è stata direttamente parte in causa del vertiginoso aumento dei prezzi del gas, in questo caso Bruxelles non è direttamente coinvolta nello scontro tra Usa e Iran.
Tuttavia, non si può fare a meno di rilevare che ancora una volta l’Europa si trova disarmata davanti ad uno shock esterno che colpisce il suo settore più strategico, quello dell’energia. La prima grande direttiva sulla liberalizzazione del mercato elettrico europeo è la 96/92/CE del 1996, a seguire le altre su gas e fonti rinnovabili. Evidentemente, non sono bastati 30 anni di direttive, raccomandazioni, regolamenti, programmi, piani, strategie, relazioni, comunicazioni e atti della più varia natura per mettere un punto fermo.
L’Europa dell’energia è ancora un cantiere di cui non si vede la fine e di cui si è persa la ragione d’essere. Diamo qualche numero. Nel 1995, un consumatore domestico nell’Ue pagava in media circa 13 centesimi di euro per kWh, che corrispondono a poco più di 21 centesimi a prezzi attuali, secondo le serie storiche di Eurostat contenute nel volume «Electricity prices» 1990-2003. Si tratta del prezzo al consumatore finale, tasse e trasporto inclusi. Nel 2025, sempre secondo Eurostat, la media europea si colloca attorno a 28,7 centesimi per kWh. In termini reali, cioè al netto dell’inflazione, significa un aumento compreso tra il 30% e il 40%. Il dato si conferma nei principali Paesi europei. In Germania si passa da circa 28 centesimi del 1995 a prezzi 2025 di quasi 39 centesimi, con un incremento vicino al 40%. In Francia si va da circa 18 centesimi nel 1995 a 24 centesimi del 2025, pari a un aumento nell’ordine del 30%. L’eccezione è l’Italia, dove nel 1995 il prezzo, riportato a valori odierni, era già attorno a 33 centesimi per kWh e oggi si colloca poco sopra 31 centesimi, risultando sostanzialmente stabile. Non si può dire che l’Unione europea abbia fatto bene ai prezzi dell’energia elettrica, dunque, né che il passaggio dai vari monopoli nazionali al «mercato» abbia dato frutti degni di questo nome. Ci risparmiamo qui i calcoli sul prezzo del gas.
I motivi di questo fallimento sono nella architettura stessa dell’Unione. L’articolo 194 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (Tfue) è la base della politica energetica europea. Introdotto con il Trattato di Lisbona dal 2009, stabilisce che l’Unione deve perseguire quattro obiettivi: garantire il funzionamento del mercato dell’energia, garantire la sicurezza degli approvvigionamenti, promuovere l’efficienza energetica e lo sviluppo delle rinnovabili, promuovere l’interconnessione delle reti. La differenza tra «garantire» e «promuovere» è piuttosto lampante, ma con il Green deal si sono ribaltate le priorità. Lo sviluppo delle rinnovabili è diventata priorità, a scapito della sicurezza degli approvvigionamenti. La costruzione del gasdotto Nord Stream 2 ha esposto l’Europa intera a una dipendenza eccessiva dal gas russo, mettendo a rischio la sicurezza degli approvvigionamenti, come infatti è successo. Ma, in seguito, la corsa a distaccarsi in tutta fretta dalle forniture di gas dalla Russia mentre l’Europa ne era ancora pienamente dipendente rappresenta a sua volta un vulnus alla sicurezza degli approvvigionamenti.
Quanto al funzionamento del mercato dell’energia elettrica, siamo oggi al paradosso di vedere prezzi negativi dell’energia, che segnalano un dannoso eccesso di offerta, mentre in altri paesi i prezzi superano costantemente la media annuale di 100 €/MWh. Si è assistito a un clamoroso blackout in Spagna, dovuto al mancato adeguamento delle reti in seguito all’assalto degli impianti fotovoltaici, mentre la Germania ha spento le sue centrali nucleari provocando un aumento dei prezzi in tutta Europa. La Francia ha nazionalizzato di nuovo EdF e nessuno a Bruxelles ha alzato un sopracciglio. L’Ue impone il Green, che richiede ingenti sussidi pubblici, mentre dall’altra parte prescrive vincoli di bilancio che costringono i governi a scelte dolorose.
Tutta compresa nel suo ruolo di punta di lancia del green, l’Ue non si è mai preoccupata di avere una strategia su greggio e combustibili derivati, come se tutto riguardasse solo l’energia elettrica e il gas e non l’energia primaria, cioè tutta l’energia che viene utilizzata da famiglie e imprese. L’Ue non ha una idea di quante riserve di carburanti abbia a disposizione, per dirne una.
Anche il progetto di elettrificazione dei consumi energetici rappresenta una minaccia per la sicurezza degli approvvigionamenti. Non solo perché estremamente costosa, non solo perché stravolge i mercati elettrici, e non solo perché se il sistema elettrico cade non ci sono alternative. Ma anche perché si fonda sulla dipendenza tecnologica pressoché totale dalla Cina. In questo bailamme, famiglie e imprese sono vittima dei prezzi alti, l’economia europea frena e la recessione è alle porte. Se agli apprendisti stregoni di Bruxelles è stata lasciata mano libera troppo a lungo, occorre prenderne atto. Tocca ai governi, che rispondono ai cittadini, farsi carico delle scelte e prendere le decisioni utili a rimetterci in carreggiata, prima che sia troppo tardi.
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