- Zelensky chiede contraeree. Il capo dei servizi militari: «Siamo sull’orlo del baratro». Parigi: «Prepararsi al collasso di Kiev».
- Kuleba: «Falso che nel 2022 rifiutammo la pace». Mosca esclude nuove coscrizioni.
Lo speciale contiene due articoli.
L’Ucraina è sospesa tra le promesse e la realtà.
Ieri, Antony Blinken si è recato a sorpresa a Kiev, per ribadire «il sostegno degli Usa» alla resistenza, nonché sedurla con la prospettiva di un futuro ingresso nella Nato. È stata la quarta visita del segretario di Stato americano, che è arrivato nella capitale con un treno notturno, partito dalla Polonia. Il diplomatico ha incoraggiato gli alleati: «Siamo stati dalla parte dell’Ucraina dal primo giorno e ci rimarremo». Dopodiché, ha incontrato il suo omologo, il ministro degli Esteri Dmytro Kuleba, nella pizzeria aperta da un veterano. Volodymyr Zelensky ha reiterato la consueta richiesta di difese aeree. Vuole che Washington invii due sistemi Patriot per proteggere Kharkiv, sottoposta a una nuova offensiva del nemico: «Per noi è fondamentale che arrivino il più rapidamente possibile», ha insistito.
Il leader è stato accontentato dalla Germania, che gli ha destinato una batteria missilistica e ha predisposto aiuti militari per un valore di 7 miliardi. L’aria che tira, però, non è esattamente quella che si respirava ai tempi delle copiose forniture belliche di due anni fa. La decisione di Berlino di donare il terzo Patriot consecutivo, infatti, è stata accompagnata da un caveat del cancelliere Olaf Scholz, che l’ha definita «difficile, poiché il Paese non dispone di molti di questi sistemi». Le scorte europee sono pressoché esaurite e stiamo rischiando noi stessi di scoprirci, in una fase di preoccupanti minacce reciproche con Mosca.
frenata di bucarest
Non è un caso che la Romania abbia frenato sulla consegna della propria contraerea: «La Difesa ha serie riserve», ha fatto sapere il primo ministro, Marcel Ciolacu. La settimana scorsa, il presidente della Repubblica, Klaus Iohannis – in corsa per succedere a Jens Stoltenberg come segretario Nato – aveva assicurato a Joe Biden che Bucarest avrebbe preso in considerazione la possibilità di fornire agli ucraini l’agognato strumento. Ma aveva anche sottolineato che «è inaccettabile che la Romania rimanga senza difesa aerea». Scholz ha rivolto un appello agli Stati europei, affinché inviino più equipaggiamenti. Ma l’amara verità è che l’apparato industriale dell’Occidente non è in grado di far fronte al fabbisogno degli aggrediti. Un’idea l’ha data Rivista italiana difesa, calcolando che persino mettendo insieme l’intera capacità produttiva di munizioni da artiglieria di Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Canada, Repubblica Ceca e Finlandia – le nazioni più avanti nel riarmo – non si arriverebbe nemmeno a raccogliere quei 4,2 milioni l’anno di proiettili, che sono indispensabili per garantire la sopravvivenza dell’Ucraina. Ed è di sopravvivenza, ormai, che bisogna parlare.
Il ministro della Difesa, Rustem Umerov, e il numero uno dell’esercito, Oleksandr Sirksi, hanno illustrato alla Casa Bianca la situazione sul campo. Blinken ha lodato la «dura ma necessaria» decisione di Kiev di avviare un’ennesima mobilitazione su larga scala. Ma Kyryl Budanov, capo dell’intelligence militare, era già stato sincero con il New York Times: «Ogni ora, la situazione si muove in una direzione critica. Siamo sull’orlo del baratro», ha ammesso. Scarseggiano proprio gli uomini: «Tutte le nostre truppe», ha riferito, sono nella zona di Kharkiv «o a Chasiv Yar», località strategica per il controllo del Donetsk, che i russi stanno provando a espugnare. «Ho usato tutto quello che abbiamo», ha sospirato Budanov. «Purtroppo non abbiamo più nessuno di riserva». È la fotografia di un’emergenza esistenziale, oltre che del massacro di intere generazioni. Se volevamo combattere questa guerra per procura fino all’ultimo ucraino, be’, ci siamo quasi riusciti. E se l’obiettivo di Vladimir Putin, con l’assalto via terra nel Nord Est, era di «causare panico e confusione», lo zar lo ha centrato.
Il Times di Londra ha pubblicato un’analisi, osservando che a questo stadio la resistenza deve scegliere se prendere sul serio il presunto bluff dell’Armata russa e, dunque, spostare soldati al confine, oppure se difendere la roccaforte del Donbass. Ancora più cupi i toni di Le Monde, che ha citato fonti diplomatiche francesi, secondo le quali «un collasso dell’Ucraina è possibile in ogni momento e dobbiamo essere pronti». A cosa? Tutto dipende, appunto, dalle reali intenzioni di Mosca. Lo sfondamento verso Kharkiv è un tentativo autentico di aprirsi un’autostrada in direzione di Kiev, magari per una manovra a tenaglia da compiere attraverso la Bielorussia? Oppure è una rappresaglia per i raid lanciati dagli ucraini nella regione russa di Belgorod? Di certo, un contingente di 50.000 uomini – quelli mobilitati sin qui dalla Federazione – non è abbastanza per assediare il capoluogo. È sufficiente, invece, a obbligare i comandi ucraini a dirottare i già scarsi contingenti, scoprendo il fianco orientale. È in questo quadro che s’inserisce l’annuncio dell’Estonia, a proposito di un piano per spedire truppe al fronte: queste ultime stazionerebbero nelle retrovie, consentendo alla resistenza di mantenere i suoi presidi nel Donbass.
da madrid alla svizzera
Zelensky fa quel che può: venerdì andrà a Madrid da re Felipe VI e lì firmerà un accordo sulla sicurezza con il premier spagnolo, Pedro Sánchez. Si è inoltre accertato che Emmanuel Macron – meno loquace sull’ipotesi di un coinvolgimento diretto di Parigi nel conflitto – confermi l’offerta, per un domani, di un ombrello nucleare e partecipi alla conferenza di pace in Svizzera, tra un mese. La Russia non siederà al tavolo. E purtroppo viene da domandarsi se potrà farlo l’Ucraina.
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