Per l’estate mancano 300.000 lavoratori
  • Sulla carta promette di essere una grande stagione. Ma il poco personale e il far west degli affitti e del Web compromettono le vacanze serene. Nell’indifferenza del governo.
  • Il numero due di Confcommercio Aldo Cursano: «Nella ristorazione mancano 300.000 lavoratori. Le paghe sono buone, la colpa è dei sussidi».
  • Il presidente delle agenzie viaggi Fulvio Avataneo: «L’Ue non ha mai regolamentato le prenotazioni sui portali. Così nessuno si accorge delle commissioni nascoste che ci penalizzano».
  • L’esperto Pierluigi Paganini: collegarsi ai wifi negli aeroporti è molto rischioso.

Lo speciale contiene quattro articoli

È la prima estate normale. Dopo oltre due anni di pandemia, i turisti sono tornati a invadere le città e le località sulle coste. Le stime indicano che sarà una stagione con i botti. Tutto bene, quindi? Non proprio. Il nostro Paese, che avrebbe dovuto mettere a frutto il periodo pandemico per raddrizzare le storture legislative che affliggono il settore, arriva impreparato all’appuntamento con l’estate dei record. Le istanze degli albergatori sulla concorrenza sleale dei b&b non sono state ascoltate. Le grandi piattaforme delle prenotazioni sul Web continuano a dettar legge, schiacciando le agenzie di viaggi. E anche il reddito di cittadinanza continua a creare una vera emergenza per l’occupazione stagionale. Uno scenario paradossale, che non solo penalizza gli operatori del turismo, ma sottrae risorse al Paese in un momento in cui il turismo è uno dei pochi comparti che potrebbe dare una mano a sollevare il pil.

Le città d’arte come le località dei litorali sono il regno incontrastato degli affitti brevi in nero. Mansarde, locali abusivi, perfino garage sono riadattati alla meglio e messi a reddito. L’operazione è semplice; basta inserire la struttura sui grandi portali delle prenotazioni online e il gioco è fatto. Nessuno verrà a controllare perché queste piattaforme non forniscono l’indirizzo esatto dell’immobile, ma si limitano a indicare l’area, magari aggiungendo qualche foto scenografica per solleticare l’interesse del turista. In questo modo, acchiappare gli abusivi equivale a cercare un ago in un pagliaio. I proprietari di queste case, non essendo registrati e privi di qualsiasi licenza, non devono sottostare alle regole sanitarie imposte dalle Asl e tanto meno dotarsi dei dispositivi di sicurezza che invece sono richiesti agli alberghi. Ma soprattutto godono del vantaggio competitivo di potersi sottrarre al versamento della tassa di soggiorno e di pagare Imu e Tari come se fossero semplici cittadini e non gestori di una struttura ricettiva. La maggior parte delle città europee ha posto un freno a questa forma di abusivismo, ma in Italia sembra che il problema non si possa – o voglia – risolvere.

Allo stesso modo non si riesce a mettere un argine allo strapotere che le piattaforme di prenotazione esercitano sul mercato ai danni degli alberghi e delle agenzie di viaggi. Per chi è nel turismo, fare a meno di Expedia o di Booking, solo per citare un paio tra le maggiori, è impossibile. Ormai chi vuole programmare un viaggio si rivolge alle agenzie online perché è più comodo, e anche con la convinzione, che spesso è un’illusione, di trovare l’offerta scontata. Da questa posizione di predominio, esplosa negli ultimi anni, favorita anche dal disinteresse delle autorità europee, esse impongono pesanti commissioni alle transazioni: si va dal 10 al 20% con punte anche fino al 30% sul costo della prenotazione. D’altronde, le agenzie online riescono a veicolare volumi di turisti da tutto il mondo e sono diventate indispensabili.

L’unico tentativo di porre un argine a questa sorta di monopolio vessatorio, effettuato su iniziativa del senatore di Forza Italia Massimo Mallegni, è fallito. L’emendamento al decreto Taglia prezzi, per introdurre un tetto massimo dell’8% alle commissioni sulle prenotazioni, è stato bocciato – così si è detto – per evitare un sicuro intervento dell’Antitrust europea contro l’introduzione di un limite alla libertà di iniziativa economica e di impresa. Questi colossi del Web non solo stritolano gli alberghi e le agenzie fisiche che devono sostenere i costi dei negozi e del personale, ma sono piuttosto opache nel pagamento dell’Iva, come ha denunciato Mallegni. A perderci quindi sono tutti.

L’altro paradosso di questa estate è che l’aumento della domanda di personale da parte degli esercizi pubblici potrebbe non essere soddisfatta. Come è possibile, a fronte di due milioni di disoccupati? Eppure ristoranti, bar, alberghi, discoteche, faticano a trovare addetti. Gli annunci vanno deserti o chi si presenta pone condizioni (dal fine settimana libero a nessuno straordinario serale) impossibili da soddisfare. È l’effetto del reddito di cittadinanza irrobustito dai bonus elargiti, dei quali i 200 euro una tantum erogati a luglio sono solo gli ultimi. Con 700 euro in tasca di reddito di cittadinanza, perché impegnarsi per poche centinaia di euro in più dietro il banco di un bar fino a tardi, o nella cucina di un ristorante, o a portare sdraie e ombrelloni in spiaggia? Prima un disoccupato lottava per il contratto fisso o quello stagionale regolare, ora invece si preferisce concordare con il datore di lavoro una soluzione precaria, magari al nero, pur di continuare a riscuotere il sussidio pubblico.

Secondo la Confcommercio nel 2019, anno pre pandemia, bar e ristoranti avevano 80.400 dipendenti, scesi a 56.800 nel 2020, risaliti a 59.200 nel 2021: a tutt’oggi mancherebbero 21.200 lavoratori. Molti ristoranti hanno scelto di aprire solo a pranzo o a cena, e spesso vi lavora tutta la famiglia, mentre alcuni bar hanno sostituito la consumazione al tavolo con le macchinette che distribuiscono le bibite o il servizio solo al banco. La Confartigianato, che stima con un afflusso inaspettato di turisti, un aumento di introiti tra il 5 e il 7%, ritiene che sono difficili da reperire 3 lavoratori su 10 (il 32%).

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