- Reclusa a Genova, viene portata a Torino per le sedute di terapia sostenute dall’Asl. La polizia penitenziaria: «Spesa da evitare».
- Il racconto di Denise Shick, attivista che difende i figli dei genitori che si scoprono trans.
Lo speciale contiene due articoli.
Nella casa circondariale di Pontedecimo, a Genova, c’è una detenuta che intende diventare un detenuto. Liberissima di farlo, ovviamente. Il fatto che è il cambio di sesso è a carico dei contribuenti italiani. La signora in questione non è esattamente un angioletto: deve scontare una condanna fino al 2022 per reati di futo, evasione e resistenza. A quanto pare, è stata trasferita a Pontedecimo da Torino proprio per motivi di ordine e sicurezza, visto che aveva aggredito alcuni agenti della polizia penitenziaria.
Questa donna è soltanto all’inizio del percorso di transizione, ed è questo particolare che rende il suo caso quasi inedito. Nelle carceri italiane, infatti, ci sono decine di detenuti transgender, i quali spesso ottengono di poter assumere i medicinali necessari a continuare le terapie ormonali. Più difficile è imbattersi in un detenuto che decida di cambiare sesso.
In ogni caso, la reclusa di cui stiamo parlando ha ottenuto il via libera da parte delle autorità. Proprio in questi giorni è stata condotta a Torino per la terza volta in poche settimane, onde poter affrontare i colloqui psicologici. In tutto la donna dovrà partecipare a 12 sedute di terapia prima di poter procedere alla transizione chirurgica.
In tutte e dodici le occasioni – oltre che alla necessaria visita endocrinologica – sarà la polizia penitenziaria ligure a condurre la detenuta all’Asl. Un particolare che ha fatto irritare non poco il sindacato degli agenti.
Secondo il segretario regionale della Uilpa, Fabio Pagani, «uomini e donne della Polizia penitenziaria saranno impegnati da Genova a Torino per ben 12 volte, solo per iniziare, in pieno piano ferie , in carenza di organico e senza ore di straordinario pagate, senza anticipo delle missioni, per un calendario psicologico e per la volontà di una detenuta di cambiare sesso, quando la stessa poteva essere assegnata in un istituto nei pressi dell’Ospedale di Torino, risparmiando straordinario, mezzi e missioni».
Insomma, secondo il rappresentante dei poliziotti si tratta di un dispendio assurdo di uomini e mezzi. «Facendo un calcolo a spanne», dice Pagani alla Verità, «ogni uscita verrà a costare circa 500 euro». Ai quali poi si devono aggiungere i costi a carico dell’Asl per le varie terapie.
«Questi errori dell’amministrazione penitenziaria», continua Pagani, «incidono fortemente sui carichi di lavoro della Polizia penitenziaria: non ci sono i soldi per pagare le missioni e gli straordinari agli agenti, non ci sono soldi per garantire il trasporto dei detenuti». Il sindacalista sostiene che il caso della detenuta che intende cambiare sesso sia il primo in Italia a presentarsi con queste modalità. E si chiede: «Non poteva attendere la fine della detenzione? La sua pena si conclude nel 2022, non è tantissimo tempo, forse poteva attendere di essere fuori per rivolgersi all’Asl».
Le ragioni degli agenti penitenziari sono più che condivisibili. Tuttavia la detenuta ha la legge dalla sua parte. Se alla reclusa è concesso di cambiare sesso a spese dello Stato, il merito è del decreto legislativo numero 123 del 2 ottobre 2018, intitolato «Disposizioni per riforma dell’assistenza sanitaria in ambito penitenziario». A firmarlo è stato il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.
L’articolo 1 comma 10 del suddetto decreto recita: «Ai detenuti e agli internati che, al momento della custodia cautelare in carcere o dell’esecuzione dell’ordine di carcerazione, abbiano in corso un programma terapeutico ai fini di cui alla legge 14 aprile 1982, n. 164, sono assicurati la prosecuzione del programma e il necessario supporto psicologico». La legge 164 del 1982 è quella che contiene la «norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso».
In buona sostanza, i detenuti che hanno iniziato un percorso per il cambiamento di sesso è garantita per legge la prosecuzione delle terapie. Se debbano essere loro a pagarle o l’Asl competente dipende dall’orientamento delle varie regioni, e a quanto pare alla detenuta di Pontedecimo è andata molto bene, visto che sarà l’azienda sanitaria pubblica a pagare tutto. Qui però sorgono almeno due interrogativi.
Il primo riguarda lo specifico della vicenda. La legge infatti garantisce la prosecuzione delle terapie a coloro che hanno già intrapreso il percorso di transizione e poi finiscono in custodia cautelare. Nel caso della detenuta di Genova, tuttavia, sembra che il percorso sia iniziato proprio all’interno della casa circondariale (se non in Liguria, a Torino). Dunque si tratterebbe di una bella novità.
In più c’è l’annosa questione riguardante il cambio di sesso più in generale. Come noto, il 25 maggio 2019 la World Health Assembly, l’organo direttivo dell’Organizzazione mondiale della sanità che rappresenta i 194 stati membri, ha votato a favore di nuove linee guida diagnostiche che «non definiscono più la non-conformità di genere come un “disordine mentale”». Insomma, chi vuole cambiare sesso non presenta più una patologia. Il punto è esattamente questo: se una persona non è malata, perché i contribuenti devono pagarle le cure?
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