Quale sarebbe la politica estera di Donald Trump, se tornasse alla Casa Bianca? È questo l’interrogativo che molti si pongono sia negli Stati Uniti sia nel Vecchio continente, soprattutto per quanto concerne la crisi ucraina e quella mediorientale. Per cercare di avere un quadro leggermente più chiaro della situazione, La Verità ha deciso di intervistare Keith Kellogg. Generale in pensione dell’esercito degli Stati Uniti, Kellogg ha servito nell’amministrazione Trump prima come consigliere per la sicurezza nazionale ad interim e poi come consigliere per la sicurezza nazionale dell’allora vicepresidente, Mike Pence. Lo scorso agosto, Kellogg ha dato il proprio endorsement alla rielezione dello stesso Trump ed è attualmente co-presidente del Center for american security presso l’America first policy institute: un pensatoio particolarmente vicino all’attuale candidato presidenziale repubblicano. Tra febbraio e marzo, Reuters e la Cnn hanno definito Kellogg un «importante» consigliere di Trump in materia di sicurezza nazionale. Non solo. Un mese fa, il generale ha effettuato un viaggio in Israele, dove – a capo di una delegazione del think tank di cui fa parte – ha avuto modo di incontrare vari alti funzionari governativi dello Stato ebraico, tra cui il ministro della Difesa, Yoav Gallant.
Generale Kellogg, lei è uno dei principali consiglieri di Donald Trump sulla sicurezza nazionale.
«Il presidente Trump ha svariati consiglieri. È presuntuoso sottolinearne soltanto uno».
L’anno scorso lei ha dato l’endorsement alla rielezione di Trump. Che cosa la convince di lui?
«Trump è un leader che ha l’obiettivo finale di proteggere “prima” l’America. Lui ha uno stile da businessman nei suoi rapporti con i leader stranieri. Ci deve essere un concreto risultato positivo per i cittadini americani nei rapporti con gli Stati stranieri».
Quali sono, secondo lei, i principali fallimenti di Joe Biden in politica estera?
«Il presidente Biden è responsabile di molteplici fallimenti. Il primo è il suo stile di decision making presidenziale, che è cauto e avverso al rischio. Non comunica bene non solo con i cittadini americani, ma anche ai leader stranieri. Lui non è energico nell’essere in costante contatto con i leader stranieri (per esempio, non ha parlato con Vladimir Putin in due anni). Il presidente Trump credeva in un rapporto attivo con i leader stranieri. Ci sono cinque principali fallimenti in termini di sicurezza nazionale degli Stati Uniti ascrivibili al presidente Biden».
Me li spieghi.
«Il primo è la sua mancanza di controllo sul confine meridionale con il Messico contro i migranti illegali. Il secondo è il peggioramento dell’esercito americano, dal reclutamento alla leadership militare, al declino della base industriale. Il terzo è la mancanza di leadership americana in Medio Oriente e nel conflitto in corso tra Israele (da una parte) e Hamas e l’Iran (dall’altra). Il quarto è la mancanza di leadership nel contribuire allo sviluppo di uno stadio finale nella guerra tra Ucraina e Russia. Il quinto è la mancanza di leadership nell’affrontare la nostra più grande e crescente minaccia nazionale: una Cina espansionista».
Ha citato l’Iran. Secondo lei, che cosa farebbe un’eventuale seconda amministrazione Trump nei confronti di Teheran?
«Ricostituirebbe un’alleanza che impedisca all’Iran di sviluppare una capacità di armi nucleari. L’acquisizione di un ordigno atomico da parte dell’Iran destabilizzerà totalmente il Medio Oriente».
Se tornasse presidente, che cosa farebbe Trump per stabilizzare il Medio Oriente?
«Ci sarebbe un serio tentativo di ricostituire gli accordi di Abramo. E l’Arabia Saudita dovrebbe essere il Paese principale da assistere. La centralità dell’Arabia Saudita è dovuta alle risorse finanziarie di cui la regione ha bisogno».
Secondo lei, che cosa farebbe invece una seconda amministrazione Trump per risolvere il conflitto tra Russia e Ucraina?
«Il presidente Trump convocherà una conferenza di pace per fermare la guerra. Non ci sarebbero precondizioni per avviare i negoziati (per esempio consentendo alla Russia di trattenere il territorio illegalmente sottratto all’Ucraina)».
Quindi niente precondizioni per avviare i negoziati?
«Niente precondizioni da nessuna delle due parti».
In Europa, giornalisti e politici progressisti ripetono che, se tornasse presidente, Trump potrebbe abbandonare la Nato e avviare un appeasement nei confronti di Putin. Che cosa pensa di questa narrazione?
«Il presidente Trump non ha mai detto che avrebbe lasciato la Nato. Vuole che tutte le nazioni della Nato rispettino i requisiti dell’Articolo 3 della Nato, così come tutte le nazioni dell’Alleanza atlantica hanno concordato di fare nella Dichiarazione del summit Nato, tenutosi in Galles nel 2014. La narrazione dei progressisti europei riguardo a Putin e Trump è idiota».
Pensa che una nuova amministrazione Trump rafforzerebbe i rapporti di Washington con il governo di Giorgia Meloni?
«Sì».
Ci potrà essere cooperazione per la stabilizzazione del Mediterraneo?
«Spetta agli Stati mediterranei stabilizzare l’area, non agli Stati Uniti».
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