I numeri sono numeri, dunque di per sé indiscutibili, per definizione. Ma la loro interpretazione è affare maledettamente complicato, che può portare ad analisi e a esiti politici assai diversificati.
Ieri ad esempio (sentito da 24 Mattino a Radio 24) il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, ha tratto due conseguenze molto rassicuranti dai dati relativi alla cassa integrazione: «Le aziende la richiedono (la cassa integrazione, ndr): tuttavia ne usufruiscono di meno, poiché nel rendiconto il tiraggio è di molto inferiore. L’anno scorso eravamo al 50%; per i primi mesi di quest’anno siamo invece al 25-30%: è ancora un dato altalenante con dei picchi come a marzo ad esempio, ma è di molto inferiore rispetto all’anno scorso». E ancora, a conferma del suo ragionamento, Tridico ha chiosato: «Il governo lo scorso anno aveva messo 20 miliardi difatti; quest’anno, invece, solo 8».
E quali sono le due conseguenze molto rassicuranti (se fossero confermate, però), tratte da Tridico? La prima riguarda la solidità della ripresa e il riverbero positivo che ciò determinerà sui conti dell’Inps: «Sarà una ripresa robusta, e se questo trend sarà confermato, e questo può avvenire se non ci saranno nuove chiusure, vorrà dire che arriveremo ai livelli del 2019 in termini di entrate contributive. Noi lo scorso anno abbiamo avuto un disavanzo di 7,1 miliardi a causa delle minori entrate e delle maggiori uscite; quest’anno, probabilmente a fine anno, questo disavanzo potrebbe essere assorbito visto che nei primi 5 mesi dell’anno abbiamo incassato già 5 miliardi».
La seconda conseguenza positiva, sempre nel ragionamento del presidente Inps, riguarda una stima dei futuri licenziamenti inferiore ai timori dei mesi passati: «Le persone a rischio sono effettivamente qualche migliaio: siamo di gran lunga al di sotto rispetto alle cifre nell’ordine delle centinaia di migliaia che si facevano negli scorsi mesi». E ancora, sullo sblocco dei licenziamenti: «L’accordo trovato a Palazzo Chigi qualche giorno fa indica anche un processo graduale per cui le aziende prima di licenziare si impegnano a utilizzare strumenti di cassa: c’è una costruzione che ci permette di pensare che non si verificheranno quei licenziamenti di massa nell’ordine delle 200-300.000 persone paventati qualche mese fa. Su questo possiamo dirci più ottimisti».
E naturalmente c’è davvero da augurarsi che il presidente dell’Inps abbia ragione. A ben vedere, però, ci sono almeno tre incognite che restano, e che Tridico ben difficilmente può fugare.
La prima. Il tiraggio della cassa integrazione è molto probabilmente basso perché le aziende non la chiedono, o la chiedono meno del previsto. Era dunque sbagliata l’impostazione della Cgil e della vecchia maggioranza giallorossa. Non solo: a quel punto, i consistentissimi stanziamenti anche di quest’anno (a Tridico 8 miliardi paiono pochi: ma sono l’equivalente del doppio della vecchia Imu prima casa, che ne valeva 4, tanto per dare un ordine di grandezza, quindi stiamo parlando di cifre enormi) potevano avere utilizzazioni differenti. Una parte significativa di quelle risorse poteva ad esempio essere usata per politiche attive, o comunque per fronteggiare in altro modo più adeguato l’evoluzione post-pandemica del mercato del lavoro.
La seconda. Un caso è troppo poco per giudicare, ma non è affatto detto che invece licenziamenti significativi non scattino. A lanciare l’allarme è persona non certo (è da presumere) politicamente ostile a Tridico, e cioè una sottosegretaria (grillina) al Lavoro, Rossella Accoto: «152 operai licenziati dalla Gianetti Fad Wheel, in Brianza, sono il primo risultato della mancata proroga del blocco dei licenziamenti. Decine di commentatori», ha detto ancora la sottosegretaria, «si sono spellati le mani nel plaudire all’accordo della scorsa settimana che prevede interlocuzioni, ricordo non vincolanti, tra aziende e sindacati prima di licenziare. Ora chiedo: come mai puntualmente si licenzia senza accordi? Come mai Confindustria si straccia le vesti per la proroga del blocco e non proferisce verbo se gli industriali, prevedibilmente, disattendono gli accordi sottoscritti?». Lasciamo da parte l’aspetto più surreale e tragicomico della vicenda (una sottosegretaria che attacca la mediazione partorita dal governo di cui fa parte) e anche l’aspetto dogmatico-ideologico (l’idea grillina e di una certa sinistra di poter imporre alle aziende in eterno di non ridurre il personale, anche a prezzo di portarle eventualmente alla crisi, compromettendo tutti i dipendenti e non solo una parte di essi). Ecco, al netto di queste precisazioni, è comunque utile capire cosa accadrà davvero nel tessuto produttivo italiano: e non è affatto detto che l’ottimismo di Tridico venga confermato.
La terza e ultima osservazione ha a che fare con un elemento che politica e sindacato sembrano non vedere. L’Italia avrà una ripresa fortemente asimmetrica e differenziata. Socialmente parlando, il nostro Paese sarà diviso in tre: i garantiti (per cui nulla è cambiato e nulla cambierà); la grande impresa e i relativi dipendenti (c’è da sperare che la robustezza delle aziende maggiori ci dia segnali positivi); ma poi ci sono anche gli autonomi e le piccolissime imprese (con i loro dipendenti). È in questa terza fascia (peraltro, una constituency elettorale prevalentemente di centrodestra) che rischia di avvenire una valanga di chiusure, di fallimenti, di crisi, trascinando in un vortice di difficoltà sia gli imprenditori che i lavoratori. Ma di questa terza Italia senza voce non vuole occuparsi quasi nessuno, a quanto pare.
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