Beh, mica male come risultato. Essendosi rifiutati di votare il candidato presidente proposto dalla Lega, i consiglieri della vigilanza Rai eletti in quota Forza Italia hanno ottenuto il brillante successo di non mandare a casa Marcello Foa, ossia il candidato di Salvini, ma in compenso rischiano di mandare a casa, pensionandolo per sempre, il centrodestra così come lo abbiamo conosciuto fino a oggi. Già, perché dopo la mossa di mercoledì, che ha reso evidente a chiunque quali siano i rapporti fra leghisti e azzurri, nella casa dei moderati volano gli stracci e non è detto che lo strappo sarà ricucito. Il ministro dell’Interno, che si era recato al capezzale di Silvio Berlusconi all’ospedale San Raffaele, perorando la causa dell’ex dipendente del Giornale e ottenendo una mezza promessa, di fronte al voltafaccia del pomeriggio si è sentito pugnalato alle spalle. Per di più, assentandosi dall’aula al momento del voto e affossando l’ex dipendente del quotidiano di famiglia, i consiglieri di Forza Italia non hanno solo fatto un dispetto al capo leghista, ma hanno anche testimoniato che nel partito del Cavaliere regna il caos più totale e non si sa chi sia a prendere le decisioni. Così, ciò che va bene la mattina, può non andare bene al pomeriggio e viceversa, perché i colonnelli a, seconda del momento, prendono il sopravvento l’uno sull’altro.
Risultato, il mea culpa di Salvini, che si era rivolto a Berlusconi ammettendo di aver usato un metodo che non aveva consentito di condividere la scelta di Foa con l’alleato, cioè presentandosi in corsia con un ramoscello d’ulivo, alla fine non è servito a nulla, se non a surriscaldare gli animi. In particolare quelli della Lega che ora, dopo ciò che reputa un voltafaccia, medita la rappresaglia. Se fino a ieri i leghisti avevano respinto le molte offerte di parlamentari di Forza Italia pronti a traslocare armi e bagagli dalla corte di Arcore a quella di via Bellerio, ora Salvini non avrebbe più alcuna remora e ai suoi, anzi, avrebbe dato luce verde a ogni trasloco. Il ragionamento che circola nell’entourage del Carroccio è più o meno il seguente: a brigante, brigante e mezzo. Se Forza Italia ci fa lo sgambetto, noi ricambieremo con altri sgambetti.
Insomma, la guerra nel centrodestra è cominciata e se l’una e l’altra parte non troveranno il modo di accordarsi, c’è da giurare che ne vedremo delle belle. Soprattutto non vedremo più il centrodestra unito come lo abbiamo visto negli ultimi anni. Di strappi a dire il vero ce n’erano stati molti, prima con Umberto Bossi e poi Gianfranco Fini. Ma nonostante gli scontri (il più epico fu quello consumato al grido del leader di An: «Che fai, mi cacci?») finora era sempre stato il Cavaliere a dare le carte, perché tutto ruotava intorno alla sua leadership. Ora le cose sono mutate, e a prescindere dagli ultimi terrificanti sondaggi su Forza Italia (qualche istituto attribuisce al partito azzurro meno dell’8 per cento), la supremazia della Lega sugli alleati è un dato ormai acquisito. Dunque, rompendo, e passando realmente all’opposizione, Forza Italia rischia di isolarsi e di emarginarsi, avvicinandosi troppo al Pd, e incamminandosi perciò non solo su una cattiva strada, ma su un viale che porta al tramonto.
Preso atto del clima da resa dei conti che si respira dentro la casa dei moderati, c’è però da chiedersi se valesse la pena di provocare questo sconquasso. C’era proprio bisogno, per una questione di metodo, di sbarrare la strada a Marcello Foa, cioè a un giornalista cresciuto all’ombra del Giornale, cioè in una dependance di Arcore? La risposta è no, anche perché – ammesso e non concesso che non si volesse l’ex giornalista del quotidiano di via Negri ai vertici della Rai – non votandolo gli onorevoli di Forza Italia non hanno ottenuto di mandarlo a casa, ma semplicemente di non farlo diventare presidente. Dopo di che, se Foa vuole può restare in consiglio e come consigliere anziano presiedere il cda. Insomma, anche senza i gradi potrebbe rimanere a Viale Mazzini. La qual cosa non influirebbe su nulla, perché le nomine, sia quelle giornalistiche che quelle più strettamente aziendali, sono affidate all’amministratore delegato, il quale una volta presa una decisione porta i nomi in Consiglio e li mette all’ordine del giorno. La questione degli ostacoli giuridici sventolata dal Pd e, ahimè, anche da Forza Italia, non è dunque altro che propaganda, ma in un tribunale o presso la Corte dei conti sarebbe una lamentazione che non troverebbe nessuna accoglienza. Perciò, a maggior ragione occorre chiedersi: ne valeva la pena?
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