Una piazza del movimento Black Lives Matters (Getty Images). Nel riquadro la copertina del libro «L'età del malcontento» di Thomas Chatterton Williams
In un coraggioso libro da poco tradotto in Italia, Thomas Chatterton Williams mette il dito nelle piaghe della cultura progressista. Dalle manifestazioni violente di Black Lives Matters che hanno «fabbricato» razzismo dove non c’era, fino agli insulti alla logica del tempo della pandemia.
Nemmeno il documentario pubblicato su Netflix nell’agosto del 2025 riesce a raccontare tutta la verità. Confonde le carte, insinua dubbi. Fa venire il sospetto che la storia raccontata da Jussie Smollett nel gennaio del 2019 possa essere vera. E il bello è che c’è ancora gente convinta che lo sia, tra quelli che la ricordano.
Per i più, almeno dalle nostre parti, quella vicenda è al massimo l’eco di uno sbiadito ricordo. Eppure è l’emblema (uno dei tanti, ma anche uno dei più efficaci) del livello a cui è giunto il dibattito politico e culturale nel mondo occidentale. Si può sostenere che dica praticamente tutto dell’uso che facciamo della libertà di pensiero e di parola.
Smollett all’epoca recitava in una serie di successo, Empire, ed era in attesa del rinnovo del contratto. Una notte, a Chicago, chiamò la polizia e denunciò di essere stato picchiato da alcuni sostenitori di Donald Trump con tanto di accessori Maga. Costoro lo avrebbero menato fuori da un fast food, gli avrebbero messo un cappio al collo e versato addosso candeggina o simili per «sbiancarlo». Il dettaglio del cappio ovviamente rendeva il tutto un perfetto «linciaggio del XXI secolo». Smollett dichiarò di essere stato aggredito perché nero e gay e nel giro di poche ore divenne un eroe americano, cioè una vittima cui tutti sentivano di dovere compassione e solidarietà. Mezza Hollywood lo elesse a simbolo della ferocia razzista scatenata in America da Donald Trump, politiche come Kamala Harris e Alexandria Ocasio-Cortez attribuirono ai Maga l’aumento dei crimini di odio, attivisti di ogni ordine e grado si scatenarono contro le destre. Peccato che nessuno si premurò di verificare che la storia di Smollett fosse vera.
Non lo era.
L’attore aveva pagato due nigeriani per picchiarlo un po’ e mettergli un cappio al collo. Era una messinscena per farsi notare gridando al razzismo. Smollett non ha mai ammesso di avere organizzato tutto, nemmeno quando le autorità di Chicago gli hanno fatto causa. Nemmeno uno tra i Vip che lo hanno difeso ha chiesto scusa o ha pensato di fare un piccolo esame di coscienza. Diversi anni dopo, Netflix può diffondere un documentario che mistifica la realtà. Perché? Perché ai sedicenti buoni tutto è concesso, anche la menzogna, anche la mistificazione. Si prende un granchio? Poco male, si fa finta di niente e si tira dritto. Si difende un attentatore sostenendo che sia un pazzo vittima del razzismo e non un terrorista, ma poi si scopre che davvero voleva spargere terrore? Si sorvola e si ricomincia con le tirate moraliste su un altro caso. Così si comportano gli odierni padroni del pensiero.
Sono davvero pochi coloro che hanno il coraggio di denunciare l’odioso livello di polarizzazione e intolleranza che la discussione pubblica ha raggiunto in Occidente. Tra questi c’è Thomas Chatterton Williams, scrittore e critico culturale che vive a Parigi e lavora per lo più negli Stati Uniti. Uomo di sinistra, detesta nemmeno troppo cordialmente Donald Trump, e a sua volta pare vittima di qualche pregiudizio di troppo sui conservatori. Tuttavia ha avuto il fegato di scrivere un saggio intitolato L’età del malcontento (Mondadori) in cui addossa alla destra fin troppe responsabilità per il degradato stato delle cose, ma riesce a denunciare tanti dei vizi culturali della sinistra intellettuale e politica. Quasi nessuno è stato capace di una così profonda autocritica, e benché il suo libro sia almeno in parte - per chi non appartiene al circolo dei «buoni&giusti» - la scoperta dell’acqua calda, ne va ammirato non solo il coraggio ma anche l’eccezionale capacità di analisi e la spietatezza.
Riguardo al caso Smollett e all’ossessione per l’antirazzismo, egli scrive che «l’ossessione per l’identità e per i racconti eroici di emarginazione e oppressione, a cui non solo ci siamo aggrappati, ma che abbiamo anche coltivato e rafforzato, potrebbe di fatto aver alimentato proprio quelle divisioni e tensioni che dichiarava di voler combattere. In certi casi, questa fissazione ha persino prodotto razzismo e oppressione dal nulla, quando la realtà concreta non ne offriva una quantità sufficiente». Mostruoso a tale riguardo il caso della città di Minneapolis, nota per essere stata il teatro dell’omicidio di George Floyd. Dopo quel triste episodio divenne l’epicentro di una ondata globale di antirazzismo militante. Alcuni politici locali arrivarono a sostenere l’abolizione della polizia, tra gli applausi di folle militanti. Risultato? «Nel novembre dello stesso anno, il Washington Post riferiva che gli omicidi a Minneapolis erano aumentati di un vertiginoso 50%, con un bilancio di quasi 75 morti ammazzati in città. Erano state bersaglio di colpi d’arma da fuoco più di 500 persone, la cifra più alta da oltre un decennio e il doppio rispetto al 2019. E si sono registrati più di 4.600 reati violenti - tra cui centinaia di furti d’auto e rapine -, il dato più alto degli ultimi cinque anni». La maggior parte di quegli episodi di violenza era avvenuta dopo l’uccisione di Floyd e la successiva pressione per «porre fine al sistema di polizia così come lo conosciamo: un azzardo retorico che, a detta del capo della polizia, il latinoamericano Medaria Arradondo, aveva spinto oltre cento agenti - più del doppio rispetto al tasso annuale - ad abbandonare il corpo». L’ennesima battaglia dei padroni del pensiero, dei Grandi Educatori dell’umanità aveva prodotto un disastro di cui tutti, anche le minoranze oppresse che a parole si volevano difendere, hanno fatto le spese.
Thomas Chatterton Williams non ha timore nemmeno di parlare del delirio Covid. Resta, a quanto sembra, un illuminato sostenitore della scienza, non si arrischia a parlare di tutte le tremende falsità e degli abusi compiuti in quel periodo. Ma riesce comunque a mettere il dito nelle piaghe dolenti dei progressisti. Ricorda ad esempio una clamorosa contraddizione che avrebbe dovuto manifestare a tutti l’assurdità del regime sanitario allora in vigore. A un certo punto, nel 2020, dopo i primi lockdown e le prime prove di totalitarismo medico, il mondo scoprì che in determinati casi le ferree regole di reclusione si potevano violare per «una buona causa», cioè per consentire le proteste antirazziste di Black Lives Matter.
«È un semplice dato di fatto che, come diretta conseguenza dei lockdown e delle quarantene, molti milioni di persone in tutto il mondo sono rimaste senza reddito, hanno finito i risparmi, non hanno potuto dire addio ai propri cari né partecipare ai loro funerali, hanno rimandato screening oncologici, non hanno vissuto lauree e feste di fine anno, a tratti non hanno avuto il minimo contatto umano e, in generale, hanno messo la propria vita in pausa a tempo indeterminato. Hanno accettato quei sacrifici come terribili ma necessari di fronte a un virus altrimenti inarrestabile», scrive Chatterton Williams. «E poi, da un giorno all’altro, è stato detto loro, con la massima serietà, che era stato tutto inutile. “Il rischio di assembramento durante una pandemia globale non dovrebbe impedire di protestare contro il razzismo”, dichiarava Npr (radio pubblica americana, ndr) con una sicumera sconcertante, citando una lettera firmata da decine di funzionari della sanità pubblica ed esperti di malattie americani. “La supremazia bianca è un problema di salute pubblica letale che ha preceduto il Covid-19 e vi ha contribuito” proseguiva la lettera. Un noto epidemiologo si è spinto persino oltre, sostenendo che i rischi in termini di salute pubblica derivanti dal non protestare per porre fine al razzismo sistemico “superano di gran lunga i danni causati dal virus”. Che cosa avrebbe dovuto pensare una persona sensata di un messaggio tanto contraddittorio?».
Beh, avrebbe dovuto pensare che l’inganno era svelato. Ma nessuno ebbe il coraggio di dirlo, in quei giorni, anzi fior di esperti spiegarono che le manifestazioni, pur provocando assembramenti, non avevano fatto diffondere il virus. «Quando è diventato ancora più urgente convincere le masse scettiche a sottoporsi a un vaccino non ancora verificato, o a rispettare una nuova tornata di rigidissimi obblighi di isolamento domiciliare, esperti e autorità hanno scoperto con stupore che sempre meno gente aveva voglia o volontà di obbedire. Stiamo ancora facendo i conti con le molteplici ripercussioni di quell’incoerenza morale e intellettuale autoinflitta», chiosa Chatterton Williams.
Sono esempi che ben conosciamo, ma è davvero suggestivo che a portarli sia un uomo di sinistra. Dimostra che esiste ancora l’onestà intellettuale, e soprattutto rappresenta l’eccezione che conferma la regola. Anzi, non proprio. Le stesse tesi, le stesse argomentazioni non vengono prese altrettanto sul serio se ad avanzarle è qualcuno proveniente dal novero degli impresentabili, cioè da qualcuno che non faccia parte del circolo dei moralmente e intellettualmente superiori. Chatterton Williams viene tollerato perché non è trumpiano, non è di destra e comunque è probabile che la sua richiesta di riflessione sia ignorata.
In fondo, pur a ormai molti anni di distanza, una seria analisi delle aberrazioni del periodo pandemico non è stata fatta, soprattutto in Italia. Non è difficile capire perché. Gli illuminati padroni del pensiero sono al di là del bene e del male. Dettano le regole e tutti le devono rispettare. Se sbagliano, danno la colpa ai sudditi che non hanno adeguatamente rispettato le prescrizioni, oppure semplicemente negano di avere sbagliato, e riprendono a dettare legge. Fino al prossimo errore, oppressione dopo oppressione, diktat dopo diktat. E non importa chi governi una nazione: gli eletti resistono nei luoghi di potere, e alla fine anche chi ne è stato lungamente vittima prima o poi, per servilismo o quieto vivere, si piega al pensiero prevalente. Chi non lo fa è cancellato, o svilito, o demolito. I più cedono: la libertà, capite bene, è un pasto fin troppo frugale.
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Un bimbo afghano in piedi accanto a una tenda improvvisata durante l'inverno nel distretto di Kamber a Kabul (Getty Images)
- La situazione economica del Paese è sempre più drammatica. Gli investimenti di Stati Uniti e Regno Unito sono stati quasi azzerati. Non ci sono soldi (né cibo) per mangiare e la gente cede i propri figli pur di sfamarli.
- L’incursore di Marina in congedo, Giuseppe Cossu: «Una parte di me è rimasta lì. Non tutto è perso, abbiamo lasciato qualcosa che germoglierà».
- Le sedi diplomatiche stanno diventando «cavalli di Troia» degli estremisti. Con la complicità dei governi del Vecchio continente.
Lo speciale contiene tre articoli.
Le pagine dei giornali che raccontano la cronaca internazionale corrono veloci. Un Paese cede il passo all’altro. Dall’Iraq si passa all’Afghanistan. Dalla Siria a Israele. Dal Libano all’Iran. Come se il mondo si congelasse e non accadesse altro negli altri luoghi della terra. Inizia una guerra, l’altra si conclude. Il valzer della morte continua.
Capita poi di ritrovarsi da un giorno all’altro con un nuovo gruppo terroristico. Come se fosse nato dal nulla, apparentemente senza alcuna ragione.
L’Afghanistan è uscito dalle pagine dei giornali, per cedere il passo alle cronache mediorientali. Eppure, questo Paese, nel silenzio generale, è tornato a essere un santuario della jihad. Sono passati ormai cinque anni da quando gli eserciti occidentali lasciarono (malamente il Paese). C’era la calca, in quei giorni di agosto del 2021, attorno all’aeroporto di Kabul. Afghani che cercavano disperatamente di oltrepassare i cancelli per salire su quegli aerei che avrebbero dovuto portarli in quelle nazioni con le quali avevano lavorato, spesso anche rischiando la pelle, per così tanto tempo. C’è chi ce l’ha fatta e chi no. Tra questi ultimi c’è, Houssaini che, subito dopo il ritiro, aveva cercato rifugio, con scarsi risultati, in Iran. Qualche mese, poi è costretto a tornare indietro. Ma in Afghanistan vivere era ancora peggio. Un nuovo viaggio. Un nuovo confine da oltrepassare e Teheran che, ancora una volta, lo aspetta. Poi però è scoppiata la guerra tra Donald Trump e gli ayatollah e così, ancora una volta, Houssaini è dovuto tornare indietro: «Sto affrontando enormi difficoltà», racconta alla Verità. «La lunga attesa e le continue incertezze hanno lasciato profonde ferite nella nostra vita. In particolare mia figlia maggiore è rimasta lontana dalla scuola e dagli studi per anni, e questo dolore pesa molto sul mio cuore. Forse questo era il destino che ci è toccato: rimanere sospesi nell’attesa e nelle difficoltà».
Già, le difficoltà. In Afghanistan sono sempre di più. Solamente qualche settimana fa, le Nazioni Unite hanno pubblicato un nuovo report per descrivere la situazione del Paese. Tre persone su quattro non riescono a soddisfare i propri bisogni primari. Trovare un lavoro è difficile, se non impossibile. Non si vive, al massimo si campa. Un reportage realizzato dalla Bbc racconta di come i genitori siano ormai costretti a vendere i propri figli per assicurare loro un po’ di cibo e sperare qualcosa per il loro futuro. «Sono disposto a vendere le mie figlie», dice un padre afgano. «Sono povero, pieno di debiti e indifeso», aggiunge. Non sono casi isolati. Un altro, Abdul Rashid Azimi, racconta sempre alla Bbc: «Se vendo una figlia, potrei sfamare tutti gli altri miei figli per almeno quattro anni. Mi si spezza il cuore, ma è l'unico modo».
Sono le moderne fiabe di Pollicino, che ci venivano raccontate quando eravamo piccoli, ma che in Afghanistan diventano realtà pur di avere un tozzo di pane in più. Gli Stati Uniti, che avevano portato con sé gran parte delle potenze occidentali nella «guerra contro il terrore», dedicano poco o nulla a questo Paese. Lo scorso anno hanno infatti quasi annullato gli aiuti. Lo stesso ha fatto il Regno Unito.
E se da una parte l’Occidente delude, dall’altra i talebani se ne lavano le mani. Scaricano la colpa sul governo precedente (che pure non è esente da colpe): «Durante i 20 anni di invasione, grazie all'afflusso di dollari statunitensi, è stata creata un'economia artificiale», ha dichiarato alla Bbc Hamdullah Fitrat, vice portavoce del governo talebano. Parevano si fossero aperti i seguaci del Mullah Omar. Li vedevamo, mentre tornavano alla guida del Paese, sfrecciare su pattini a rotelle, con gli smartphone in mano, simbolo di quella modernità che dicono di combattere. Si mostravano aperti ai giornalisti eppure, forse, non sono cambiati affatto.
Il nuovo decreto degli studenti del Corano sulla separazione coniugale, infatti, «rafforza la discriminazione sistemica» ed erode i diritti delle donne e delle ragazze afghane. Il codice è composto da 31 articoli ed elenca diverse motivazioni per la separazione in Afghanistan, tra cui la prolungata assenza del marito, l'«incompatibilità» tra i coniugi, la rinuncia all'Islam e la «mancanza di responsabilità da parte del marito». Il decreto, apparso nella Gazzetta Ufficiale del Paese, stabilisce anche che i contratti matrimoniali stipulati dai parenti «per conto di un minore» possono essere annullati. Il che, se si legge tra le righe (ma nemmeno troppo) significa che in Afghanistan i matrimoni tra minori non sono poi così rari. Nella maggior parte dei casi, le procedure per le donne che chiedono la separazione sono più complesse di quelle per gli uomini. Il codice, approvato dalla Guida Suprema Hibatullah Akhundzada, «fa parte di una traiettoria più ampia e profondamente preoccupante in cui i diritti delle donne e delle ragazze afghane vengono erosi», secondo quanto ha affermato Georgette Gagnon, vice rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite. «Questo provvedimento consolida ulteriormente la discriminazione sistemica nella norme e nella pratica», si legge invece nella dichiarazione delle Nazioni Unite, che aggiunge che alle donne e alle ragazze vengono negati «autonomia, opportunità e accesso alla giustizia».
L’Afghanistan è diventato un buco nero. Sapere ciò che accade lì non è poi così facile. I talebani si mostrano aperti, certo. Ma poi (e in questo hanno ben appreso la lezione dagli occidentali) ti portano esattamente là dove loro desiderano per mostrarti solamente ciò che è funzionale alla loro propaganda. Ma nel Paese sono presenti oltre 20 sigle terroristiche diverse. L’Isis non è scomparso, si è ritirato. Ma solo per il momento. Ora si muove tra le montagne dell’Afghanistan o tra i deserti dell’Africa. Serpeggia pronto a colpire.
Chi è riuscito a lasciare il Paese racconta che prima o poi vorrebbe tornare là dove è nato. Ma pare impossibile. I talebani controllano tutto, sanno chi sono i traditori e per chi hanno lavorato. Del resto le basi lasciate vuote non contenevano solo materiale militare, ma anche (e soprattutto) informazioni. Che ora sono in mano agli studenti del Corano. Sacerdoti in un santuario che coltiva la morte, mentre ogni gruppo attivo nel Paese urla che Allah è grande e Maometto è il suo profeta.
«Ce ne siamo andati. Ma il nostro lavoro non è stato inutile C’è ancora speranza»
Giuseppe Cossu, incursore di Marina in congedo, è un veterano dell’Afghanistan. Ci può raccontare di questa esperienza?
Ho fatto diversi turni in Afghanistan e, anche se le rotazioni erano serrate, ogni volta sembrava un teatro operativo diverso. Cambiavano le stagioni, cambiava il terreno, ma soprattutto cambiavano gli insurgent e il loro modo di agire, sempre più tecnologico e tattico.
Cioè?
All’inizio trovavi un certo tipo di minaccia poi tornavi mesi dopo e vedevi un’evoluzione continua: comunicazioni più sofisticate, imboscate studiate meglio, utilizzo diverso del territorio e una capacità crescente di adattarsi alle nostre procedure. Lo scenario estivo era completamente differente: il caldo, la polvere, le lunghe giornate e l’aumento dei movimenti rendevano tutto più intenso e imprevedibile. Anche durante il Ramadan percepivi un cambiamento operativo. A volte sembrava esserci una pausa apparente, ma era proprio lì che imparavi a non abbassare mai la guardia. In Afghanistan il silenzio non significava mai tranquillità. Dovevi continuamente riadattarti perché bastava pensare di aver capito il contesto per ritrovarti il giorno dopo dentro uno scenario completamente nuovo. L’imprevedibilità era costante. L’Afghanistan riusciva sempre a ricordarti che non eri mai davvero un passo avanti».
Qual era il vostro rapporto con gli afghani?
Cambiava completamente da zona a zona. Nelle città spesso percepivi rispetto e riconoscenza, perché vedevano concretamente quello che l’Italia stava facendo: strade, ponti, pozzi, scuole. Per molti bambini l’istruzione era diventata accessibile per la prima volta. E mentre la cooperazione lavorava per costruire, noi come forze speciali lavoravamo nell’ombra per neutralizzare le minacce più pericolose: gruppi armati che cercavano di controllare e terrorizzare la popolazione.
Chissà cosa pensavano gli afghani dei centri più periferici quando vi vedevano arrivare...
«In certi villaggi sembravamo arrivati da un altro pianeta. Per alcune persone eravamo il primo contatto con mezzi militari terrestri, elicotteri o velivoli. Ricordo ancora gli sguardi dei bambini: lo stupore puro. A volte scappavano appena ci vedevano, non perché avessero qualcosa da nascondere, ma semplicemente perché non avevano mai visto nulla di simile. In altri villaggi, invece, soprattutto quelli più radicalizzati, il clima era completamente diverso. Anche un gesto semplice come offrire acqua ai bambini diventava complicato. A volte la buttavano via davanti a te, altre volte arrivavano insulti o sassi. Ed è lì che capivi quanto fosse profonda la guerra psicologica e culturale che certe realtà vivevano da anni».
Un Paese di contraddizioni...
«Nello stesso giorno potevi trovare un sorriso sincero e pochi chilometri dopo un odio che non avevi nemmeno il tempo di capire».
Cos’ha pensato di fronte allo smantellamento delle truppe occidentali?
«All’inizio non riuscivo nemmeno a crederci. Poi hanno iniziato ad arrivarmi immagini e video della base dove avevo vissuto per mesi completamente in mano ai talebani. Ho visto distruggere stanze, strutture, la palestra costruita con sacrificio da tanti di noi. Per qualcuno potevano sembrare solo muri o attrezzature. Per noi no. Erano pezzi di vita, routine, fatica, fratellanza».
Tutto in fumo...
«Vedere tutto questo cancellato così è stata una violenza vera. Il nostro obiettivo era lasciare qualcosa di stabile: addestrare l’esercito regolare afghano, renderlo autonomo, permettergli di proteggere il proprio Paese. Credevamo davvero che potesse funzionare. E poi vedere l’aeroporto - che per molti civili rappresentava l’ultima speranza - diventare inutilizzabile è stato devastante».
Diversi afghani che avevano collaborato con l’Italia hanno rischiato di rimanere lì...
«Sono state tante le chiamate. Persone che avevano lavorato con noi, famiglie, interpreti che chiedevano aiuto direttamente. E tu dall’altra parte del telefono ti senti impotente, perché loro credevano in noi. Noi avevamo messo la faccia lì dentro. Oltre al sangue, oltre al sudore».
Solo chi c’è stato può capirlo...
«Credo che chi è stato in Afghanistan non abbia vissuto soltanto una missione militare. Una parte di noi è rimasta lì. Ed è per questo che vedere tutto crollare ha fatto così male»
Secondo lei è stato inutile?
No, non credo. Per oltre dieci anni abbiamo dato strumenti concreti a quella popolazione. Sicurezza, addestramento, istruzione, infrastrutture, possibilità che prima in molte zone semplicemente non esistevano. Abbiamo costruito strutture sanitarie, formato medici e personale locale, trasmesso conoscenze che prima erano assenti in intere aree del Paese. Oggi molte persone sanno riconoscere la differenza tra una patologia e l’altra, sanno quando e come curarsi, e questo ha significato anche aumentare l’aspettativa di vita di tantissime famiglie. E soprattutto abbiamo dato tempo.
Cioè?
«Abbiamo permesso a una generazione di bambini di andare a scuola, a molte donne di vivere una realtà diversa, a tante famiglie di immaginare un futuro che prima sembrava impossibile. Vedere l’Afghanistan in mano ai talebani fa male, inutile negarlo. Ma definire inutile tutto quello che è stato fatto significherebbe cancellare il sacrificio di chi non è tornato e anche i cambiamenti reali che, per anni, milioni di persone hanno vissuto sulla propria pelle. Le guerre non sempre finiscono come speri. Però ci sono missioni che, anche se non cambiano definitivamente un Paese, cambiano la vita delle persone che in quel periodo hanno potuto conoscere qualcosa di diverso dalla paura. E questo, per me, conta ancora»
Cosa porta con sé dall’Afghanistan
«Gli estremi dell’essere umano. La guerra, ma anche un’umanità incredibile. Mi porto dietro paesaggi che sembravano appartenere a un altro tempo. Montagne immense, silenzi irreali, deserti infiniti illuminati da tramonti che ti facevano quasi dimenticare dove ti trovassi davvero. Ricordo albe gelide dopo notti operative interminabili, il rumore del vento nei villaggi sperduti e quella sensazione costante di essere in un luogo duro, antico, impossibile da domare veramente. Mi porto dietro il rumore degli elicotteri nella notte, la polvere che entrava ovunque, il silenzio prima di un’operazione ma anche gli occhi dei bambini quando riuscivi a strappargli un sorriso in mezzo al nulla. E mi porto dietro la gente.
L’Afghanistan non è stato solo guerra, quindi...
«Ho conosciuto persone con una dignità enorme, uomini e famiglie che vivevano con pochissimo ma che trovavano comunque il modo di offrirti un tè caldo, del pane, ospitalità. In certe zone, quando conquistavi la fiducia della popolazione, sentivi una lealtà quasi assoluta. Alcuni rischiavano la vita semplicemente parlando con noi o aiutandoci. E questo peso non lo dimentichi più. Mi porto dietro volti che probabilmente non rivedrò mai più. Interpreti, bambini, anziani dei villaggi, persone che nel caos della guerra cercavano soltanto una vita normale. Ed è questo che mi ha colpito di più: la forza con cui quel popolo riusciva a rialzarsi ogni volta. L’Afghanistan mi ha insegnato quanto sia fragile la normalità che spesso diamo per scontata. Una strada sicura, una scuola aperta, un ospedale funzionante, una bambina che può studiare: lì capisci che per qualcuno tutto questo non è normale, è un privilegio enorme. E poi mi porto dietro i miei fratelli. Gli uomini con cui ho condiviso paura, stanchezza, risate, adrenalina e momenti che non si possono spiegare davvero a parole. In certi contesti il legame umano diventa qualcosa di assoluto. Infine mi porto dietro una speranza. Perché nonostante tutto quello che è successo, io continuo a credere che i semi lasciati in quegli anni non siano morti completamente. Magari cresceranno lentamente,, ma quando hai visto negli occhi di un bambino la voglia di conoscere un mondo diverso, capisci che certe idee non possono essere cancellate del tutto. E credo che sia questo il motivo per cui una parte di me, in Afghanistan, ci sia rimasta per sempre».
Le ambasciate in Europa «infiltrate» dai talebani per controllare i dissidenti
Poco alla volta, i talebani stanno prendendo il controllo dei consolati e delle ambasciate in Unione europea. Per qualche ora, si pensava che fosse successo anche in Italia quando, qualche giorno fa, è apparso un sito, con tutti i contatti dell’ambasciata, e la bandiera degli studenti del Corano. Una notizia, subito smentita dalla stessa sede diplomatica, che ha allarmato gli afghani presenti nel nostro Paese. Sul sito appariva la bandiera bianca con la shahada, la professione di fede islamica che recita: «Non c’è Dio all’infuori di Allah e Maometto è il suo messaggero». Un programma che sa di teocrazia.
Com’è possibile, pensavano gli afghani fuggiti, continuare a recarsi lì, in ambasciata, per loro che molto spesso sono ricercati dai talebani? Com’è possibile fidarsi di chi lavora lì se, come si vede plasticamente dal sito, condivide i «valori» dei talebani? Non ci si può fidare. Non ci si può più andare. Già prima non era facile, ma ora è impossibile. Fortunatamente l’allarme è rientrato subito. Ma il nocciolo della questione rimane.
Perché quello che sembrava essere accaduto in Italia si è già avverato in altre sedi diplomatiche situate in Unione europea. Era già successo in Germania, come avevamo raccontato su queste pagine, creando parecchio scompiglio. Una scelta, quella di Berlino, di aprirsi ai talebani per ragioni esclusivamente di interesse politico: rimandare indietro il maggior numero possibile di rifugiati afghani, che però, a differenza di molti altri, sono davvero scappati da una guerra. Il fatto che i rappresentanti talebani abbiano ormai cittadinanza in Europa rappresenta un problema, innanzitutto di sicurezza.
Per questo Nasir Ahmad Ashinda, ambasciatore dell’Afghanistan alle Nazioni Unite, ha lanciato un vero e proprio allarme parlando di un «cavallo di Troia» dei talebani, basato essenzialmente su tre punti:
1 L’inserimento di emissari talebani scelti personalmente e del loro «personale tecnico» accuratamente selezionato nelle capitali europee fornisce a un regime estremista e sanzionato una base operativa fisica. Questi individui non sono soggetti ai controlli occidentali e rispondono direttamente a Kandahar.
2 Quando i talebani controllano i database consolari detengono i dati biometrici, gli indirizzi di residenza e gli alberi genealogici di ogni membro della diaspora afghana, esule o richiedente asilo residente in Europa. Questo crea un’enorme falla nella sicurezza interna: un’entità violenta e repressiva, sanzionata dalle Nazioni Unite, può ora spiare, estorcere o minacciare attivamente i residenti entro i confini europei. Possono usare questa situazione come strumento di repressione e ricatto transnazionale.
3 Per i talebani, questi cosiddetti accordi tecnici o l’accettazione di un funzionario nominato dai talebani non sono altro che un’acquisizione ostile. La macchina propagandistica delle «Fatah» a Kandahar la diffonde internamente come un trionfo della loro ideologia sui valori occidentali.
Come nota l’ambasciatore, le cancellerie europee si stanno rendendo conto che i talebani stanno utilizzando le sedi diplomatiche in Occidente per portare avanti la propria vendetta. Per andare a cercare casa per casa i dissidenti, con il lasciapassare dei governi europei. Tutto questo è tollerabile per il Vecchio continente? Dopo una guerra durata vent’anni, che ha tolto più di quello che ha lasciato davvero. Dopo che gli afghani sono stati abbandonati a loro stessi? Ma soprattutto: l’Europa può permettere che le sue ambasciate diventino il centro non solo di propaganda estremista ma anche, forse, di eventuali attacchi contro l’Occidente? Non è un caso che, come si evince da numerosi documenti, l’attentato contro le Torri Gemelle dell’11 settembre fu reso possibile grazie anche ai servigi dell’ambasciata saudita. Vogliamo davvero che la storia si replichi, soprattutto ora che il jihadismo pare aver alzato la testa in Europa? I talebani non sono cambiati. Sono sempre loro. Restano i seguaci del mullah Omar, nonostante ora utilizzino il telefono come se fossero degli influencer.
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Il nuovo sindaco di Reggio Calabria Francesco Cannizzaro (Imagoeconomica)
Il neosindaco di Reggio Calabria Francesco Cannizzaro: «Voglio un casinò, una cabinovia e il Ponte sullo Stretto. Mi hanno massacrato perché ho invocato la Madonna. Il congiuntivo sbagliato? Un falso».
«Fidatevi di me. Reggio Calabria diventerà la Montecarlo del Sud». Alla fine, forse anche grazie a un aiuto ultraterreno, Francesco «Ciccio» Cannizzaro ha trionfato a valanga, doppiando gli avversari e strappando la città al centrosinistra dopo 12 anni. E la campagna social che puntava a raffigurarlo come un emulo di Cetto La Qualunque (il burbero personaggio di Antonio Albanese) anziché ostacolarlo, gli ha tirato la volata.
Signor sindaco, come si sente?
«Felice. Mi aspettavo di vincere ma non in maniera così imponente. Questo consenso mi entusiasma e mi riempie di responsabilità».
Si offeso per il paragone con Cetto La Qualunque?
«Solita storia. Quando non sanno a cosa appigliarsi per controbattere, quelli della sinistra denigrano. Sono fatti così. Hanno estrapolato una frase di un comizio per attaccarmi, ho le spalle molto larghe e ci rido sopra».
Per la cronaca, la frase circolata su internet oggetto della polemica è stata questa: «Vi prometto che Reggio, con l’aiuto di Dio e della Madonna della Consolazione risorgerà!».
«Per quella frase è successo un manicomio, tutta una trappola mediatica orchestrata dal Pd locale, poi rimbalzata sulle testate nazionali, ma non capisco cosa ci sia di male. Non ho mica invocato Satana».
Da dove è scaturito il riferimento?
«Era un comizio molto appassionato, ho parlato 50 minuti a braccio. Ho invocato la Madonna, che è la patrona di Reggio Calabria, alla quale tutta la città si unisce e affida le paure, i problemi e le speranze».
Dunque le punzecchiature non la sfiorano?
«Sono un cattolico cristiano, credente assoluto. Anche nell’esercizio delle funzioni da primo cittadino di questa città, tutti i giorni chiederò alla Madonna della Consolazione di guidare i nostri percorsi amministrativi, e di assisterci come classe dirigente che determinano la vita di questa città».
Perché se l’è presa con Bonelli dei Verdi?
«No, è Bonelli che ha attaccato me. Ha detto che devo imparare l’italiano, mi ha accusato di aver sbagliato un congiuntivo. Anzi, approfitto di questa intervista per ristabilire la verità: non ho fatto nessun errore.
La frase «incriminata» sarebbe questa: «Mi candido a scrivere la storia insieme a voi e a diventare il miglior sindaco che la città di Reggio Calabria abbi mai avuto».
«Avevo alle spalle un’ora di comizio. A un certo punto mi si è asciugata la bocca. E invece di dire “abbia”, mi è uscito “abbi”. Ho tralasciato una vocale perché non avevo più saliva, ma il congiuntivo non lo sbaglio mai, la stessa affermazione l’ho utilizzata decine e decine di volte, mai sbagliato prima di allora, anche qui hanno estrapolato il video per tentare di denigrare, i soliti piddini, ci ho riso sopra».
Un inciampo può capitare. Luigi Di Maio ci ha costruito una carriera.
«Insisto, non è stato un errore di grammatica. E ho voluto evitare di ridicolizzare Bonelli. Ho fatto una piccola ricerca sulle sue dichiarazioni passate, e ho scoperto che ha detto molto di peggio. Non dovrebbe nemmeno sedersi in Parlamento».
Mettiamo da parte il congiuntivo e decliniamo al futuro. Adesso cosa farà?
«Adesso, con questi numeri, bisogna assumersi delle responsabilità. Farò di tutto per non deludere il popolo reggino».
A chi dedica questa vittoria?
«A due grandi amici che non ci sono più. Iole Santelli, già presidente di questa Regione, e Maurizio Dettore, mio amico e collega parlamentare, morto improvvisamente mentre svolgeva il ruolo di Garante nazionale dei detenuti».
È vero che sua madre non voleva che lei si candidasse?
«Diciamo che era un po’ titubante. Mi diceva: sei a Roma, magari in futuro potresti andare al governo, e Reggio è una città complessa, ma come sempre ha sostenuto anche questa scelta, così come tutti i membri della mia famiglia».
E lei cosa ha risposto?
«Ho detto a mia mamma che, anche da sindaco, andrò a pranzo a casa sua tutti i giorni. L’ho resa felice».
Una lista, la sua, con numerosi partiti. Lei lo ha chiamato «laboratorio politico del centrodestra». Cosa intende?
«Abbiamo portato alla vittoria l’impianto tradizionale del centrodestra, rafforzato da tanti contenitori civici. È stato un esperimento di successo».
Azione ha appoggiato la sua candidatura, ma Carlo Calenda ha preso le distanze dopo il voto: «Cannizzaro? Imbarazzante? Ho lasciato scegliere il partito locale senza conoscerlo. Non succederà più». Cosa pensa di questo dietrofront fuori tempo?
«Non me ne frega nulla di Calenda, lo scriva pure. Anche se certe dichiarazioni lasciano sbalorditi. Calenda deve prima fare pace con sé stesso e poi chiarire (se ci riesce) con il suo partito, che nonostante sia così piccolo si contraddice da solo».
Che rapporto ha con Roberto Occhiuto, il «rivale» calabrese di Tajani.
«Roberto è un amico fraterno, è il
miglior presidente che la Calabria abbia mai avuto, non è assolutamente il rivale di nessuno e un uomo libero che da dirigente nazionale vuole un partito sempre più aperto e liberale. Tajani è sulla stessa linea. Il dibattito interno c’è, ma è sereno e tranquillo e costruttivo».
Si aspetta un ringiovanimento della leadership in Forza Italia?
«Mi aspetto un partito che cresca nei numeri, nel nome di chi l’ha creato, Silvio Berlusconi. E anche da questo punto di vista, la Calabria sarà un modello organizzativo anche per il resto del Paese».
Cosa intende quando promette di fare di Reggio Calabria «un brand»?
«Lancerò il marchio “Made in Reggio”, che racchiuderà tutte le eccellenze di questa magnifica città. Penso soprattutto all’agroalimentare, ai prodotti che ci rendono famosi ovunque. Lo sa che il gelato di Reggio è stato giudicato il più buono del mondo? Voglio fare di questa città la capitale mondiale del gelato, per rilanciare cultura e turismo».
Slogan?
«Reggio Calabria diventerà la Montecarlo del Sud. Uno slogan che ho lanciato oramai da molto tempo e il bravo Vincenzo De Luca ha cercato di fregarmi per la sua Salerno, ma l’ho detto prima io per la mia Reggio».
Compresi i casinò?
«Se la legge italiana lo consente, perché no? Sarebbe un’attrattiva importante per un turismo più ricco».
Ha fatto molto parlare l’inno della sua campagna elettorale: «Adesso Reggio, Reggio Calabria/ Senti il cuore che batte più su, più su/ Questa notte diventa luce vera, questa città non è più prigioniera». Anche questa è farina del suo sacco?
«È bellissimo, abbiamo fatto un grande lavoro di squadra. Lo cantano anche i bambini. Ma non è un inno a Cannizzaro, è la canzone della città, anche perché non contiene riferimenti politici».
È stato accusato di sognare una cabinovia immaginaria all’interno della città che collega il mare alla collina.
«E guardi che la faremo davvero. Reggio si trova nel cuore dello Stretto, ti svegli la mattina e sei in mezzo al Mediterraneo, con un panorama mozzafiato. Voglio una cabinovia che dal porto salga sulla collina di Pentimele, esattamente ai fortini, un posto fantastico dove si domina la città. Sarà un’attrazione unica al mondo».
E poi?
«E poi inviterò Elly Schlein sulla cabinovia, visto che in campagna elettorale non si è fatta vedere. Forse perché imbarazzata dei suoi dirigenti di partito».
Addirittura?
«Faccia lei. Sono arrivati a Reggio tutti i ministri del centrodestra. La sinistra, che qui governa da 12 anni, ha mandato solo Francesco Boccia a dire sciocchezze».
Perché la sinistra cittadina ha perso 30 punti in sei anni?
«Hanno amministrato malissimo. Siamo rimasti fanalino di coda in tutti i comparti, maglia nera, mancano i servizi essenziali. Quindi da un lato i reggini hanno bocciato la mala gestione di questi anni, dall’altro hanno apprezzato il mio programma. Da Roma ho lavorato molto per Reggio, ho portato risultati tangibili, e questo sforzo è stato riconosciuto».
Ma al Ponte sullo Stretto lei ci crede davvero?
«Certo, è un enorme opportunità per tutto il paese, e per l’Europa intera. Porterà posti di lavoro, infrastrutture, insomma uno shock economico positivo. L’ex sindaco Falcomatà si è ben guardato dal cogliere l’occasione».
Cioè?
«L’ideologia di cui è pervaso non gli ha permesso di accettare la sfida del Ponte. Le opere compensative non gli interessano. Con i suoi ricorsi ha fatto perdere 100.000 euro alle casse comunali. Assurdo».
A 19 anni ero assessore di un piccolo comune. Poi la provincia, la regione, il Parlamento. Cosa fa quando non fa politica?
«In realtà corro comunque, perché sono appassionato di automobilismo. Gareggio a livello amatoriale, ma credo che da oggi non avrò più molto tempo per coltivare i miei passatempi».
40 anni, single?
«Sì sono single momentaneamente. Ma inizio ad avere voglia di una famiglia, di un figlio. Credo che sia anche naturale, in tutti questi anni ho dato tutto me stesso alla politica e a servire il mio territorio».
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Il cantiere per il nuovo consolato americano in piazzale Accursio a Milano (Ansa)
Bloccato in aeroporto dirigente della Caddell, che costruiva il consolato Usa a Milano pagando i dipendenti una miseria.
Me lo vedo Ulas Demir parlare in Italia o in qualche altra parte del mondo di intelligenza artificiale, di robot e dei processi di automatizzazione del lavoro. E magari precisare che le macchine non arriveranno mai a sostituire gli uomini ma i processi sono inevitabili. Sì, me lo vedo, non fosse altro perché il tema della IA è sulla bocca di tutti.
Però Ulas Demir è stato fermato all’aeroporto di Bergamo perché indagato per caporalato. E lui è il manager del ramo italiano di un colosso delle costruzioni, la Caddel, impegnato a costruire il nuovo consolato americano a Milano. Secondo la Procura di Milano «assumeva, impiegava, utilizzava i lavoratori in condizioni di sfruttamento approfittando del loro stato di bisogno. I lavoratori venivano sfruttati attraverso la palese e reiterata violazione della normativa in materia di orario di lavoro, periodi di riposo, riposo settimanale e attraverso la corresponsione di retribuzioni in palese contrasto con la contrattazione collettiva nonché con la soglia di cui all’articolo 36 della Costituzione». E per questo voleva scappare dall’Italia e ritornare a Istanbul.
Altro che nuovi processi di trasformazione del lavoro, di intelligenze artificiali e di robot, qui siamo ancora all’illusione che i lavoratori possano essere poco più che servi della gleba; del resto come definire donne e uomini costretti a lavorare per pochissimi euro nei cantieri o nei campi o in quei lavoretti che le definizioni moderne allocano nell’ambito della gig economy, dai rider agli addetti delle pulizie dei bnb?
Certo, la vicenda che vede coinvolto il colosso delle costruzioni Caddel e il manager del ramo italiano, Ulas Demir, è incredibile per l’upgrade del caporalato, per il rocambolesco tentativo di fuga e per il luogo dove si consumava, cioè il cantiere del nuovo consolato americano a Milano. Un progetto da 200 milioni, una cifra importante anche per Milano, metropoli non nuova a cantieri «griffati». E allora tu pensi che in un appalto da 200 milioni ci possono guadagnare tutti, nel pieno rispetto dei ruoli, delle mansioni e del mercato. Non ti aspetti invece che per tirare su l’edificio vengano fatti arrivare dall’India centinaia di lavoratori e che, una volta in Italia, queste persone vengano sfruttate e sottopagate. Il racconto di alcuni è impressionante per cattiveria e miseria di condizioni: paghe da 2 euro l’ora. Per venire in Italia hanno pagato 5.000 euro. Lavorano sei giorni su sette, una media di dieci ore al giorno, uno stipendio tra 800 e 1.400 euro. In teoria. Perché in tasca restano poco più di 600 euro visto che «500 servono per dormire e 300 per mangiare», hanno raccontato ai magistrati.
In attesa di capire gli sviluppi dell’inchiesta pensiamo al mega appalto: nauseante vero?
E che dire dei guadagni che fanno le multinazionali della gig economy, le piattaforme del delivery e del mondo sharing: con tutti i soldi che stanno facendo, davvero dovevano aspettare un tribunale per mettere un po’ più di ordine nei contratti e un bel po’ di rispetto verso i rider? Sì, perché questa economia che si basa sugli algoritmi e sulla intelligenza artificiale è predatoria: capitalismo della sorveglianza, l’hanno definita non a torto.
I rider che consegnano il cibo a domicilio, gli sfruttati dei cantieri milionari, i disgraziati schiavizzati nei campi di lavoro agricolo ci confermano che l’immigrazione irregolare toglie dignità.
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