Tutto prevedibile, quasi scontato, al punto da apparire come uno stereotipo: l’attentatore di Solingen, la cittadina della Renania tedesca nota, ironia della sorte, per gli artigiani che producono coltelli, era stato accolto nel centro d’accoglienza a 200 metri dal luogo della strage, aveva ottenuto lo status di rifugiato con la protezione speciale e si era trasformato in un fantasma quando le autorità hanno disposto la sua espulsione.
Quasi 26 ore dopo l’attentato messo a segno durante la festa popolare di Solingen, che conta tre morti e otto feriti, mentre i fiori sul luogo della strage continuavano ad appassire, poco dopo le 23 di sabato si è consegnato alla polizia, inzuppato dalla pioggia e ancora coperto di sangue. Si è avvicinato agli agenti e ha detto: «Sono io quello che state cercando». Per oltre una giornata aveva fatto impazzire le guardie tedesche e la Procura antiterrorismo che gli davano la caccia. Ma non si era allontanato. E neppure nascosto. Si era semplicemente acquattato in un cortile a pochi metri dalla scena del crimine, dopo aver buttato il suo impermeabile insanguinato e i documenti. Poi ha deciso di consegnarsi.
Si chiama Issa al H., ha 26 anni ed è un siriano nato nel calderone incandescente di Deir al-Sor. È un musulmano sunnita e per le autorità tedesche, che non avevano il suo nome nell’elenco degli islamisti pericolosi, si sarebbe trasformato da richiedente asilo a carnefice in una manciata di mesi. O forse era già arrivato in Germania con la falce del terrore, visto che l’Isis ha rivendicato l’attentato. Di certo più di qualcosa nel sistema d’accoglienza tedesco non ha funzionato perché il siriano era arrivato in Germania quasi due anni fa (dicembre 2022) dalla Bulgaria tramite la rotta balcanica. Aveva chiesto asilo a Bielefeld e fino all’altro giorno per le autorità era semplicemente uno dei 130 rifugiati di un apparentemente tranquillo centro d’accoglienza. Nonostante un decreto d’espulsione. Secondo il trattato di Dublino, la Bulgaria era il Paese competente a trattare la sua pratica, perché da lì era entrato in Europa (l’anno precedente), e dalla Germania, con tutta calma, era stata avviata una richiesta di trasferimento, peraltro accettata. Il tentativo di espulsione, però, è fallito nel giugno di un anno fa, semplicemente perché il siriano non era nel suo alloggio quando le autorità si sono presentate lì per rintracciarlo. Da quel momento non è stato più cercato.
La polizia tedesca deve aver cominciato a cambiare idea sul suo conto quando, l’altra sera, proprio tra le mura del centro per migranti gli agenti hanno trovato il coltellaccio usato per uccidere. E, come se non bastassero confessione e rivendicazione del Califfato («Una vendetta per i musulmani in Palestina e ovunque», è il messaggio trasmesso dall’Isis che ha parlato dell’aggressore come di un proprio «soldato»), per aggiungere un altro tassello al puzzle dello stereotipo, un testimone ha riferito di aver sentito l’aggressore urlare «Allah Akbar». Tutto come da copione. Per la prima volta dall’attentato del 2016, quello dei mercatini di Natale a Berlino, l’Isis ha rivendicato l’azione messa in atto da uno dei suoi combattenti con una lettera diffusa sul suo canale Telegram di propaganda, ma inviata anche alla polizia.
E se l’apparente anonimato dell’attentatore fino a quel fatidico venerdì sera, quando ha affondato il coltello nel ventre della festa cittadina, ha ricordato ai tedeschi che non c’è da stare tranquilli, le parole del vicecancelliere Robert Habeck hanno buttato ulteriore benzina sul fuoco: «Abbiamo un numero a tre cifre di soggetti ritenuti pericolosi nella scena islamista e il siriano arrestato per la strage di Solingen non ne faceva parte». C’è insomma un elenco a tre cifre di potenziali terroristi, a testimoniare i rischi innescati dal lato oscuro dell’accoglienza. E c’è un dettaglio che non è per niente secondario: l’attentato è stato consumato durante il Festival dell’inclusione, la grande festa per i 650 anni dalla fondazione della città, che sarebbe dovuta durare tre giorni e che ora è stata annullata.
La Procura antiterrorismo tedesca ha ordinato la detenzione preventiva del siriano, anche per la presunta appartenenza al «gruppo terroristico» denominato Isis, oltre che per omicidio e tentato omicidio. «Le convinzioni islamiche radicali», stando alla Procura federale, l’avrebbero spinto a «prendere di mira il maggior numero possibile di non credenti alla festa della città di Solingen». La polizia ha effettuato anche altri due arresti: un quindicenne, pure lui straniero, è stato fermato a casa dei genitori perché avrebbe parlato con l’autore dell’attentato poco prima del crimine, senza denunciarlo; e un siriano di 36 anni è stato fermato nello stesso centro d’accoglienza che aveva ospitato Issa.
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato un messaggio al presidente federale tedesco, Frank Walter Steinmeier: «Desidero esprimere il profondo cordoglio della Repubblica italiana e il mio personale per il vile attentato che ha insanguinato la città di Solingen, suscitando orrore e profonda tristezza». Secondo Mattarella, «ancora una volta, una cieca e ingiustificabile azione di violenza si è scatenata contro civili inermi, riportando la minaccia del terrorismo, favorito dalla crescente instabilità internazionale, nel cuore d’Europa. In questa triste circostanza rinnovo la determinazione della Repubblica italiana a collaborare con la Germania nella lotta contro ogni forma di terrorismo».
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