Falliti i progetti per chiudere i migranti in centri di raccolta o ridistribuirli tra i vari Paesi, si tenta con un serio programma di cooperazione e sviluppo. Si parte con 5,5 miliardi, 3 dei quali stornati dal green: buona notizia.
Molti anni fa Paolo Cantarella, a quei tempi amministratore delegato della Fiat, mi chiese a bruciapelo: sa quanti indiani possono comprarsi una vettura? Non lo sapevo, ma l’ingegnere che aveva preso il posto di Vittorio Ghidella alla guida del colosso dell’auto colmò la lacuna: alcuni milioni. In pratica, in quello che consideravo (ma credo che come me la maggior parte dell’opinione pubblica lo pensasse) un Paese da Terzo Mondo c’erano parecchi potenziali acquirenti di modelli Fiat. È trascorso molto tempo da allora, e i milioni di indiani che possono permettersi un’auto probabilmente si sono decuplicati, visto che l’India, pur con le sue enormi diseguaglianze, è una delle economie più rampanti del pianeta e che, secondo alcuni, potrebbe presto anche superare quella cinese. Se ricordo il colloquio con Cantarella è solo per dire che spesso guardiamo con sufficienza ciò che ci circonda, senza capire alcune realtà in movimento, ma soprattutto senza cogliere opportunità e investimenti che abbiamo a portata di mano. Le parole dell’ex amministratore delegato della Fiat mi sono ritornate in mente ieri, guardando i capi dei Paesi africani sfilare a Roma al vertice organizzato da Giorgia Meloni.
Finora il continente nero l’abbiamo visto esclusivamente come un problema. Per noi c’erano solo i bambini denutriti da sfamare e i migranti decisi a sbarcare in Italia da fermare. In pratica, l’Africa l’abbiamo vissuta come un posto dove inviare aiuti oppure come una questione di ordine pubblico da organizzare. Nel passato ci sono stati tentativi di sviluppare delle relazioni per costruire qualche cosa di concreto, ma si è sempre trattato di progetti limitati, nulla di strutturale. Anche quando, nei primi anni Duemila, i ministri dell’Interno si sono trovati ad affrontare il tema degli sbarchi, hanno provato a sganciare un po’ di soldi per fermare le partenze e costruire un argine ai migranti in terra africana.
Oggi il tentativo del presidente del Consiglio è diverso. Non si tratta più di finanziare i governi che si affacciano sul Mediterraneo, cioè Tunisia, Libia e Marocco affinché si tengano i profughi e diano la caccia ai trafficanti di uomini. Quello si può fare, ma come ci siamo accorti, non è risolutivo. Marco Minniti, quand’era ministro dell’Interno, con le milizie libiche per un po’ è riuscito a frenare le partenze e Matteo Salvini, a prezzo di un processo per sequestro di persona, è riuscito a scoraggiare le navi delle Ong, che per un po’ sono girate al largo. Ma poi il problema si è ripresentato e se possibile più gravemente di prima. Vuoi per la situazione di instabilità di alcuni Paesi a seguito di una serie di colpi di Stato, vuoi per le pressioni dei russi, che non vedono l’ora di destabilizzare l’Europa facendola invadere di migranti, sta di fatto che gli sbarchi risultano in forte aumento.
Dunque, visto il fallimento di tutte le soluzioni tentate, a cominciare da quella della cosiddetta redistribuzione in Europa, che è solo un modo usato dalla sinistra per nascondere il problema sotto il tappeto, ora Meloni prova con il piano Mattei, che magari non otterrà risultati immediati, ma sul lungo periodo potrebbe darci delle sorprese. In sostanza, il governo cerca di mettere in pratica uno slogan che abbiamo sentito tante volte, ma che nessuno ha mai tradotto in qualche cosa di più di uno slogan. Che cosa vuol dire «Aiutiamoli a casa loro», come a un certo punto disse pure Renzi, dopo aver fallito tutti i tentativi di rifilare i profughi ai vicini europei? Se non si creano le condizioni per fare in modo che gli extracomunitari non partano, come si fa ad aiutarli a casa loro? Ed ecco dunque qui il piano Mattei, ovvero l’idea neanche troppo peregrina che, creando alcune condizioni per far crescere le economie del continente nero, eviteremo un esodo di massa verso le coste italiane. Pia illusione? Di certo si tratta di una sfida complicata, ma non così folle. Innanzitutto, l’Africa non è tutta eguale: ci sono Paesi che hanno un’economia che cresce a tassi invidiabili ed altri che sono tra i più poveri del mondo. Stati con una popolazione tra le più giovani del pianeta, che cresce a ritmi impensabili in Europa. E proprio come l’India di anni fa, ma potremmo dire come la Cina, ha milioni di persone con redditi sopra la media. Certo, un miliardo e più di africani vive in povertà, ma è proprio questo il tema: se si riuscissero a impiantare delle attività che consentissero di non espatriare, probabilmente in molti non sceglierebbero di fuggire sui barchini. Da problema, l’Africa può diventare un’opportunità e perfino quello che alcuni Paesi dell’Est (ma anche dell’Asia) sono stati dagli anni Novanta in poi per l’Europa: un mercato di consumatori e di mano d’opera.
Il piano Mattei presentato da Giorgia Meloni prevede investimenti per 5,5 miliardi, tre dei quali sfilati al fondo italiano per il clima (una buona cosa). L’elenco dei progetti che verrebbero finanziati va dal Mozambico all’Egitto, dalla Tunisia al Congo, dal Marocco alla Costa d’Avorio e all’Algeria. C’è un po’ di tutto: agricoltura, energie rinnovabili, impianti d’irrigazione e servizi sanitari. Non so come si svilupperà il piano, tuttavia mi sembra un modo per gettare le basi di una collaborazione in Paesi che, come l’India di vent’anni fa, potrebbero domani diventare partner commerciali e industriali. Di sicuro, il piano Mattei mi pare qualche cosa di più interessante dei tanti piani partoriti dai governi di sinistra per ottenere che l’Europa si prendesse i migranti o che le milizie di qualche golpista li rinchiudessero nei campi di detenzione. Vedremo.
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