Il sindaco ombra di Verona che sgonfia il patrimonio della Fondazione
Alessandro Mazzucco (Imagoeconomica)
Con Alessandro Mazzucco un deficit di 14 milioni. E dopo il flop con le azioni Unicredit, molla l’aeroporto Catullo e investe nei giornali ex Gedi.

A Verona è ormai da tempo considerato il vero sindaco. Del resto, non c’è giorno in cui Damiano Tommasi, sulla carta primo cittadino scaligero dal 2022, non faccia visita a Alessandro Mazzucco, il potente presidente della Fondazione Cariverona che andrà in scadenza il prossimo anno. Per il limite dei due mandati non sarebbe ricandidabile ma, a quanto pare, i suoi fedelissimi stanno già ragionando su come reinterpretare lo statuto, magari con un nuovo presidente solo temporaneo per 6 mesi e per poi farlo ritornare in pompa magna alla plancia di comando.

Eppure, basta una rapida occhiata ai bilanci per rendersi conto che con questa presidenza si è ridotto il patrimonio rettificato. E tutto questo mentre i bisogni reali della collettività sono in forte crescita, data la difficilissima crisi economica post pandemia. Un semplice confronto tra il valore del patrimonio alla fine del 2017 (pari a 1,8 miliardi rettificato per la maxi-svalutazione della partecipazione in Unicredit) e il patrimonio al 31 dicembre del 2021 (pari a 1,2 miliardi rettificato per il ricavo straordinario del 2020 dopo la transazione del contenzioso con Cdp per 265 milioni di euro) evidenzia un deficit negativo di gestione di 13.969.479 euro.

Classe 1944, storico rettore dell’Università di Verona, Mazzucco, oltre a gestire la Fondazione, è, di fatto, il vero primo cittadino scaligero. D’altra parte, è suocero del capo di gabinetto del Comune, Alessandro Perini, braccio destro di Tommasi. Non solo. Conosce molto bene il vicesindaco Barbara Bissoli, che è stato il legale che ha scritto l’accordo per il futuro albergo di lusso in via Garibaldi tra i tedeschi di Fondo Patrizia e la stessa Cariverona.

Proprio grazie al ruolo del vicesindaco si capiscono diverse dinamiche della politica veronese. E nello specifico, si può comprendere l’attenzione che Mazzucco ha riservato in questi anni al patrimonio immobiliare della Fondazione. Stiamo parlando di asset che incidono per il 18% sul patrimonio netto che, nel 2018, era pari a 1.725 milioni di euro, percentuale pari a 6 volte la media di quanto incidono gli immobili sui patrimoni delle altre fondazioni, cioè il 3% in media. Come ricordavano tre anni fa nel libro Fondazioni 3.0, Andrea Greco e Umberto Tombari.

Insomma, negli ultimi anni si è sempre più consolidata la necessità di mettere a reddito questo patrimonio immobiliare. Peccato che nell’ex giunta dell’ex sindaco di Fratelli d’Italia, Federico Sboarina, fosse spuntato più di qualche mal di pancia per questo progetto faraonico di via Garibaldi: un quadrilatero da 40.000 metri quadri ex sede della Cassa di risparmio assegnato nel 2017 al fondo Patrizia. O, meglio, il progetto andava anche bene ma doveva essere sostenuto da altri interventi che potessero venire incontro al tessuto economico politico veronese. Patrizia, il colosso tedesco che gestisce in Europa 46 miliardi di asset immobiliari, ha deciso di costruirci un Marriott da 140 stanze, con suite di lusso e spa, scatenando non poco dibattito in città, soprattutto tra le associazioni di albergatori.

Leggenda narra che la caduta di Sboarina e l’arrivo di Tommasi a Palazzo Barbieri siano stati festeggiati in lungo e in largo in Cariverona. Del resto, mai come in questo momento ci sarebbe la necessità per la Fondazione di fare profitti. Anche perché le operazioni portate avanti in questi anni da Mazzucco non si sono rivelate così azzeccate. Basta guardare la questione Unicredit.

Tra il 2020 ed il 2023 la Fondazione ha dismesso 20 milioni di titoli dell’istituto di credito, pari a circa alla metà del pacchetto detenuto. E questo mentre il titolo, quest’anno, ha guadagnato circa il 97%, cioè è quasi raddoppiato. In pratica, se tra il 2020 ed il 2021 la Fondazione ha venduto 4.347.626 milioni di titoli Unicredit (come si legge nei bilanci) su 40 milioni circa detenuti, la differenza tra il massimo corso del 2023 (19,26 euro) ed il massimo del 2021 (14,25) indica un minor incasso a prezzi di mercato di 5 euro per azione. Moltiplicati per 4.347.626 azioni dà come risultato 21.738.130. In pratica prima avevano deciso di investire in una banca che andava male, poi, quando Unicredit aveva iniziato a risollevarsi, Mazzucco ha scelto di disinvestire massicciamente dalla stessa banca. Fatto ancora più singolare è che questo sia avvenuto in concomitanza al cambio di management nella stessa banca, con la nomina nel gennaio del 2021 di Andrea Orcel come nuovo amministratore delegato e, soprattutto, con l’arrivo in piazza Gae Aulenti a Milano, pochi mesi dopo, di Giacomo Marino, ex direttore generale della stessa Cariverona.

Anche la recente decisione di uscire dalla gestione dell’aeroporto Catullo e di sbarcare nell’editoria ha destato qualche perplessità nella cittadinanza e nella politica. In teoria, le Fondazioni dovrebbero sostenere il territorio. E non è chiaro cosa c’entri con questa missione abbandonare uno scalo aeroportuale (che dovrebbe essere rilanciato) investendo, invece, nell’editoria, per di più in un gruppo come Athesis da tempo in crisi economica. Ma Mazzucco ha tirato dritto, in particolare per una questione di potere. Perché, in fin dei conti, non è riuscito a far entrare nel consiglio di amministrazione del Catullo il suo candidato, Zeno D’Agostino.

Così ha deciso di vendere il 3% dello scalo veronese dove Enrico Marchi con Save è in maggioranza relativa evitando, così, l’aumento di capitale. Ma allo stesso tempo è appunto entrato con quote di minoranza nell’avventura editoriale messa in piedi dallo stesso Marchi con Nem, Nordest Multimedia, che raggruppa le testate giornalistiche del Nordest da poco vendute da Gedi. Lo stesso ha fatto con Athesis (che edita i quotidiani L’Arena, Il Giornale di Vicenza e Bresciaoggi). La scelta, più che economica, è di potere. Anche perché il potere specifico del nuovo gruppo editoriale si farà sentire nella prossima battaglia sul nuovo presidente di Confindustria, dove i veneti vogliono farsi sentire nella successione a Carlo Bonomi, ma anche alle prossime elezioni europee e alle regionali del 2025.

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