Oscurato da Matteo Renzi ma in declino da anni, il sindacato sta perdendo l’ultimo treno. I milioni di immigrati giunti in Italia in tempi recenti hanno creato un gigantesco problema di forze di lavoro in eccesso. Disordine e sfruttamento sono sotto gli occhi di tutti. Anziché guidare il fenomeno e rilanciarsi, il sindacato fa però orecchio da mercante. Chiunque consulti gli statuti di Cgil-Cisl-Uil troverà frasi virtuose sull’impegno «di difendere la dignità della persona umana… il diritto all’elevazione del tenore di vita dei lavoratori». Invece, ci sono centinaia di migliaia di immigrati allo sbando.
Nelle città, stazionano col cappello in mano, dalle 8 di mattina al tardo pomeriggio, davanti a bar e supermercati con allusione al cibo, elemento primordiale di sopravvivenza. Nessuno dei giovani africani lavora né ci prova. Una misteriosa regia li irreggimenta in specializzazioni: gruppi mendicanti, ambulanti con merci varie, spazzatori di marciapiedi. Ne conosco alcuni, passati dalla vendita di calzerotti – di lana, a ferragosto -, all’accattonaggio. Da anni, non fanno un passo avanti: stesse frasi, stessi inchini, stessa estraneità al mondo che li circonda. Unica differenza: i ragazzi sono quintuplicati. La zona romana dove abito, Pinciano-Salario, è quella dove le tre confederazioni hanno le sedi e in cui capi e funzionari hanno gli alloggi di servizio. Immagino, perciò, che vedano le stesse cose che vedo io.
Nelle campagne, dove – a differenza delle città – gli emigranti lavorano, il loro stato è prossimo alla schiavitù. Sappiamo della bidonville di Rosarno, piana calabrese, dove 2.000 persone in baracche senza acqua corrente, né elettricità, fanno i bisogni all’aperto mentre le donne si prostituiscono sulla statale. Sopravvivono raccogliendo pomodori o agrumi. Lavorano 10-12 ore al giorno dal lunedì al sabato, più mezza giornata la domenica. Il compenso è di 4,50 euro l’ora. Accade lo stesso con i 20.000 indiani sikh (10.000 ufficiali) dell’Agro pontino e con gli immigrati di altre zone della Campania, Puglia, Basilicata, oltre che tra i frutteti di Saluzzo (Cn).
Nella Rassegna sindacale, rivista della Cgil, ho letto questo intervento riferito ai raccoglitori di Rosarno: «Cosa fanno lì quelle persone? Si tratta di operai agricoli? E allora perché rimangono quando la raccolta degli agrumi non c’è più? Restano con la complicità di tanta gente, a cominciare dai caporali, cui fa assai comodo sfruttare così tanta gente in condizioni di schiavitù». È detto tutto. L’immigrazione sregolata ha creato un mercato umano così strabordante che ha tolto ai singoli ogni potere contrattuale. Se uno alza la voce, si passa all’altro. Chi ha pretese, è fuori. La legge, i minimi sindacali, le regole sui riposi, l’articolo 36 della costituzione, dissolti. Sono 400.000 i lavoratori in nero nell’agricoltura. Molti gli italiani rimasti invischiati in questa super offerta di braccia che li ha ridotto servi come i nuovi arrivati.
Bisognerebbe tornare all’ordine e alle leggi. Polizia e potere giudiziario possono fare qualche incursione – un arresto di caporali, un processo al boss terriero di turno – ma è come svuotare il pozzo con lo scolino. La politica potrebbe risolvere il problema alla radice. Ma finge che non esista. I governi di centro sinistra hanno abbracciato l’accoglienza senza assumersene la responsabilità. Paolo Gentiloni, che pure abita a Roma a due passi da dove vivo io, non cammina per le strade e quelli con il cappello in mano non li ha mai visti, anche se sono a ogni angolo. Se sente nominare Rosarno pensa a una malattia della pelle. Quindi, rappresentata da questi ciechi, sulla politica non si può contare.
Ecco perché il sindacato ha una nuova grande occasione. Come quando un secolo fa, frenando gli eccessi padronali e distribuendo parte della torta ai dipendenti, ci ha evitato la iattura che Karl Marx avesse ragione. Oggi può dire la sua sul nesso immigrazione-lavoro. Finora, è stato zitto. Quasi certamente perché la sua forma mentis è per l’accoglienza, i suoi riferimenti sono ex comunisti e cattolici, ossia dei simil Gentiloni, e perché chiedere un freno agli ingressi per mettere ordine nel caos è scomodo.
Il sindacato però non ha più alibi. Quello più colpito dalla marea di arrivi, è il suo ambito specifico. In gioco, è il sistema di garanzie cui siamo approdati da decenni. Che senso ha battersi per l’articolo 18 o stracciarsi le vesti sul precariato, se poi perdi il controllo dei minimi salariali, degli orari, della più infima decenza dei luoghi di lavoro? Tocca allo Stato! diranno all’unisono Susanna Camusso, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo. Bè, sentite. Avete piantato grane idiote, fatto scioperi a capocchia, sfidato governi e osteggiato maggioranze elettorali per decenni e ora vi tirate fuori da un problema che ci riguarda tutti e in quel punto nevralgico che è il lavoro e, per li rami, delle pensioni? Questo solo perché è politicamente scorretto fare 2 più 2 sul disastro immigratorio?
Meritate che torni Renzi e finisca di annichilirvi.
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