Accordo con modifiche minime rispetto all’intesa di fine 2023. Piano di rientro in 4 anni estendibile a 7 solo alle condizioni Ue.

Sono state necessarie quasi 17 ore di negoziato per avere, nella notte tra venerdì e sabato, un accordo tra la Commissione di Ursula von der Leyen e Paolo Gentiloni, Europarlamento e Consiglio sulla riforma del Patto di stabilità, il cui testo era stato già faticosamente definito a livello di ministri dell’Economia e delle finanze lo scorso 21 dicembre. La riunione è cominciata alle 10 del mattino ed era il sesto trilogo – oltre a sette incontri tecnici a livello di staff – chiamato a scrivere la parola fine su una liturgia che non poteva proseguire oltre, perché la legislatura è ormai agli sgoccioli. Solo alcuni passaggi formali separano il regolamento riformato dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della Ue. Come avevamo previsto, il risultato è stato che il Consiglio – rappresentato dal ministro delle Finanze belga Vincent Van Peteghem che ricopre il ruolo di presidente di turno – ha difeso senza possibilità di negoziato alcune linee rosse e ha concesso qualche modifica, perlopiù marginale, ai correlatori del Parlamento, l’olandese Esther de Lange (Popolari) e la portoghese Margarida Marques (Socialisti).

Le modifiche non cambiano la struttura del quadro che si presenta dinanzi al nostro Paese. Un’ininterrotta sequenza di riduzioni di deficit/Pil e debito/Pil che non potranno non avere un impatto recessivo. Il difetto della pro ciclicità delle vecchie regole non è affatto scomparso.

I motivi di (presunta) soddisfazione per questa riforma sono due: non avere più un deficit/Pil che deve raggiungere un obiettivo di medio termine (Mto) in avanzo dello 0,25%, ma attestarsi al 1,5% attraverso riduzioni annue oscillanti tra 0,25 e 0,40 punti percentuali (rispettivamente per piani a sette o quattro anni); non inseguire la draconiana riduzione del debito/Pil eccedente il 60% in quote pari a 1/20 all’anno, fino a raggiungere il 60%, ma ridurlo in media annua del 1%, affinché alla fine del periodo di aggiustamento sia posto su una «plausibile traiettoria discendente», senza avere più il 60% come obiettivo. Va considerato che i vecchi obiettivi del Patto di stabilità non erano mai stati effettivamente rispettati, senza peraltro sanzioni per gli Stati inadempienti. Inoltre ci sembra che questi siano gli stessi motivi di soddisfazione di un carcerato che passa dal 41 bis, alla cella nel braccio per delitti comuni. Sempre carcere è.

Oggetto di negoziato tra Commissione e Stati membri sarà la definizione di un piano con una traiettoria che si estende su un periodo di quattro o sette anni, per ridurre deficit/Pil e debito/Pil, manovrando una sola leva, quella della spesa pubblica netta.

Nella definizione di questo aggregato, il Parlamento è riuscito a escludere per intero (il Consiglio avrebbe voluto un limite) la spesa nazionale per il cofinanziamento di programmi finanziati dalla Ue. Un annoso problema che spesso ha limitato la possibilità di fruire dei fondi Ue, perché il cofinanziamento nazionale avrebbe provocato lo sforamento dei parametri del Patto.

Dove forse il Parlamento ha inciso di più è stato sulle condizioni da soddisfare per portare da quattro a sette anni la durata del piano. Un crocevia fondamentale per non costringere l’Italia, ma anche la Francia, a politiche di bilancio troppo restrittive. Si tratta di cinque condizioni, previste dall’articolo 13 del testo provvisorio del regolamento, che devono riguardare gli investimenti e le riforme. Tra queste spicca il rispetto delle raccomandazioni Paese e la destinazione degli investimenti verso le priorità della Ue: Green deal, pilastro sociale, Difesa e sicurezza, transizione digitale. Quasi inutile sottolineare che identificare come prioritari gli investimenti del Green deal significa guidare avendo come meta un luogo che appare nello specchietto retrovisore. Infatti, non sappiamo cosa (speriamo poco o nulla) sopravviverà del Green deal con una nuova Commissione auspicabilmente non dominata da personaggi alla Frans Timmermans. Gli investimenti del piano (finanziati dallo Stato membro) devono essere inoltre «non inferiori» a quelli del periodo precedente al piano e questo pone un potenziale problema per Paesi, come l’Italia, che hanno fatto risalire quegli investimenti soprattutto negli ultimi anni. Ma il Parlamento è riuscito a diluire queste condizioni ottenendo che non debbano essere tutte contemporaneamente rispettate. Questa enfasi sugli investimenti del Green deal collegati alla crescita pare non tenere conto del fatto che il fornitore sarà quasi sempre cinese o extra Ue e, notoriamente, le importazioni entrano nel Pil col segno negativo. In ogni caso, con meccanismi simili a quelli del Pnrr, un eventuale nuovo governo potrà chiedere la revisione del piano e tutto dovrà passare dal Consiglio, per bilanciare la discrezionalità della Commissione che è comunque molto significativa.

Ci saranno due clausole di salvaguardia (una generale ed una specifica a richiesta dello Stato membro) per deviare dalla traiettoria di rientro, attivabili solo in presenza di circostanze eccezionali al di fuori del controllo dello Stato. Un altro risultato della trattativa è che durante questo periodo le deviazioni della spesa pubblica netta non saranno riportate nel cosiddetto «conto di controllo». Un’altra diavoleria contabile che si sono inventati per monitorare le deviazioni della spesa nel corso di piano e poter compensare scostamenti negativi con quelli positivi.

Aldilà dei tecnicismi resta intatta la perplessità di fondo: come fare a conciliare bilanci pubblici in riduzione, investimenti nel green e nel digitale e rispetto delle regole di concorrenza del mercato interno? Un trilemma irrisolvibile.

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