Via via che passano i giorni dall’iniziale attacco di Hamas contro Israele, diventa sempre più urgente che qualcuno, personalità o istituzione che sia, si occupi di risolvere la questione russo-ucraina. È una problematica di tipo economico, di politica internazionale, è una questione umanitaria. Ma è anche una situazione che merita attenzione per un fatto molto semplice: l’Europa e l’Occidente non devono affrontare contemporaneamente due conflitti di queste dimensioni. È poi è anche una questione «mediterranea» perché nessuno, al momento, può dire cosa faranno i Paesi africani che si affacciano sul Mediterraneo e anche i Paesi del Golfo, in particolare cosa e quando il Qatar intenda fare.
Potrebbe sembrare che si stia tirando il pallone in tribuna, invece si sta facendo tutto il contrario con questo ragionamento. L’Occidente non può giocare una partita con due palloni. Certo, ci saranno i soliti «magnifici», le solite «anime belle» che sosterranno il contrario, che dobbiamo occuparci di Israele ma non dobbiamo dismettere di occuparci dell’Ucraina. Questo tipo di persone, intellettuali o meno che siano, non si rendono conto che parlano ma dovrebbero farlo col pallottoliere posato sulla scrivania, calcolando le forze non solo economiche ma anche di sostenibilità a livello geopolitico di due conflitti di questo tipo.
Scendiamo terra terra: come ha giustamente rilevato il direttore Maurizio Belpietro, è sacrosanto inviare aiuti a Israele da parte nostra, da parte dell’Europa, e limitiamoci qui. Prima dell’attacco di Hamas ci fu detto da molte fonti autorevoli che i soldi per l’Ucraina stavano per finire. Che c’era, in altri termini, un problema finanziario che stava diventando, se non irrisolvibile, almeno molto, molto critico. Ebbene, molti di questi continuano a dire che bisogna dare aiuti a Israele e anche all’Ucraina. O hanno fatto come il gatto e la volpe di Pinocchio, che hanno seminato i soldi ed è venuta fuori la pianta che li genera, oppure è solo un bla bla bla. Propendiamo per la seconda ipotesi.
Chi può dire cosa succederà nella terra di Israele? Chi può dire se l’attacco dell’esercito israeliano a Gaza non produrrà una reazione di alcuni Paesi arabo-islamisti molto più forte di quella che la sola Hamas non può portare a segno? Chi può dire, ad esempio, cosa farà l’Algeria che si è già pronunciata con affermazioni dai toni antisionisti? E il Qatar? E i Paesi protagonisti della Guerra dei Sei giorni? Nessuno può dirlo, nessuno può prevederlo perché nessuno lo sa. Se a questo si aggiunge che il governo israeliano non è esattamente dei più saldi che Israele abbia avuto nella sua lunga storia e che i servizi segreti israeliani – noti per essere i più efficaci al mondo – hanno incominciato a far intravvedere delle falle, soprattutto nell’occasione dell’attacco di Hamas (un’operazione talmente massiccia ma sfuggita totalmente ai radar dei servizi di intelligence), la situazione evidentemente si complica e non fa ben sperare sulle potenzialità di Israele di gestire un conflitto eventualmente allargato.
Tutti sanno che in questo momento il punto centrale è quello di occuparsi del conflitto tra il gruppo terroristico palestinese che va sotto il nome di Hamas – e che ha nel suo statuto la sparizione dello Stato ebraico, la sua cancellazione dalle cartine geografiche – contro lo Stato di Israele e contro i cittadini ebrei. È ovvio persino ricordarlo. Ma quello che potrebbe sembrare ovvio ricordare, in realtà, ci ricorda che questa enorme destabilizzazione che va da Kiev a Tel Aviv e Gerusalemme può diventare devastante per l’Europa e in particolare per il Mediterraneo. Non è un caso che un signore come Davide Tabarelli (presidente di Nomisma, ndr) abbia ricordato ieri che l’Italia e l’Europa sono «esposte alla dipendenza energetica da quelle aree dove si presentano crisi militari che mettono a repentaglio le esportazioni di petrolio e gas, le fonti che contano ancora per il 60% dei nostri consumi di energia». Di fronte a questi numeri sarebbe ora che l’Europa si svegliasse e capisse che occorre mettere mano velocemente, con l’ausilio indispensabile dell’Onu, per quello che conta, e degli Stati Uniti per chiudere, con perdite dolorose da ambedue le parti, la guerra russo-ucraina. Tutte e due sono, per noi, insostenibili. E non è un discorso di tipo cinico-economico ma è un discorso realistico, se volete di realpolitik come ha ricordato varie volte Henry Kissinger.
Il realismo, talora, è l’unica forma di pensiero che consente di essere effettivamente operativi sulla strada giusta.
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