Se c’è di mezzo Salvini inchieste col turbo. Indagini sul poliziotto della moto d’acqua
Procedimento disciplinare per l’agente che prese a bordo il figlio del leghista. La Procura ascolterà i tre agenti di scorta.

Ieri mattina, in una chat di Whatsapp interna alla polizia di Stato, un agente ha postato un audio con il quale informava i colleghi dell’apertura di un procedimento disciplinare. Nel mirino c’è l’agente della polizia di frontiera marittima di Piombino in servizio a Milano Marittima che aveva permesso al figlio dell’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini di salire sulla moto d’acqua il 30 luglio. Era stato il capo della polizia, Franco Gabrielli, a sminuire la portata della vicenda, definendola «un po’ amplificata». E anche se il questore livornese Lorenzo Suraci parla di «atto dovuto», s’intuisce che i riflettori non rendono il caso esente da condizionamenti mediatici o interni al Viminale. Il questore conferma di aver convocato l’agente, come prevede la procedura, per avvisarlo dell’esistenza del procedimento. La contestazione d’addebito riguarda l’ipotizzato uso improprio del mezzo. Il questore spiega: «Valuteremo in base alle relazioni, alle giustificazioni e alle memorie, ci vorrà un po’ di tempo».

Nel caso in cui, alla fine dell’istruttoria, venissero disposte sanzioni (che potrebbero andare da un semplice richiamo orale fino a una pena pecuniaria o, in casi più gravi, alla destituzione), l’agente avrebbe comunque la possibilità di impugnarle. Il poliziotto dalla cadenza toscana che ha postato l’audio ha riferito anche di una «missiva arrivata dal ministero, con la quale si chiedeva una punizione esemplare» per l’atteggiamento dell’agente della Polmare, «avallata», afferma in base a quanto gli avrebbe riferito l’interessato, anche dal vicario. Il questore, invece, avrebbe dimostrato un atteggiamento più solidale e umano. In questura, comunque, negano di aver ricevuto dal ministero un atto di quel tono.

Si tratta di una procedura interna all’amministrazione della polizia di Stato, spiegano, che non ha nulla a che vedere con l’inchiesta della magistratura aperta, con un fascicolo contro ignoti, lo scorso 22 agosto su iniziativa della Procura di Ravenna, competente per territorio. L’indagine penale ipotizza due reati: violenza privata e peculato d’uso. Il peculato per l’uso del mezzo della polizia, la violenza privata per l’atteggiamento nei confronti del giornalista di Repubblica che riprendeva la scena con la sua telecamerina e che ha denunciato di essere stato ostacolato e intimidito da due uomini.

Ne è nato un polverone mediatico a cui Salvini ha risposto parlando di «errore da papà». Ma la vicenda non si era chiusa lì. Il capo della polizia ha garantito «tutte le valutazioni del caso sotto il profilo penale e disciplinare». Luigi Di Maio, invece, prendendo le distanze dall’alleato, aveva profetizzato: «Salvini si è scusato. Spero che i poliziotti non paghino gli errori altrui». «E invece, quando ci si trova in polveroni di questo tipo, ovviamente chi corre più rischi è sempre l’anello debole», esclama Franco Maccari, vicepresidente della Federazione sindacale di polizia, coraggiosa associazione reduce da qualche giorno da un duro botta e risposta con chef Rubio che ha sparato a zero sulle forze dell’ordine (a dire del cuoco televisivo i poliziotti avrebbero dovuto caricare e pestare i manifestanti che sono scesi in piazza a Montecitorio per protestare contro il governo Conte bis). «Di foto di bambini e ragazzi con mezzi della polizia ce ne sono ovunque», ricorda Maccari, «in piazze, fiere e manifestazioni. In questo caso erano in spiaggia e la foto è con le moto d’acqua. Non mi scandalizzo, mi sembra al più una leggerezza. C’era Salvini, ma poteva trovarsi chiunque altro».

Fatto sta che l’uso dei mezzi è disciplinato da regole interne. E per questo motivo è stato avviato il procedimento disciplinare. «Alla fine», sostiene Maccari, «è all’agente di polizia che arriva la contestazione. Sperando che si fermi qui, perché in casi di questo tipo si apre un ventaglio nel quale qualcuno potrebbe cominciare a vedere finanche reati penali. La verità è che al centro di tutto ci sono motivi strumentali». Insomma, con queste condizioni, lascia intendere il sindacalista, non c’è da stare tranquilli.

Dalla Procura, infatti, filtra un’altra notizia: i magistrati stanno per convocare i tre agenti della scorta di Salvini, identificati nei giorni successivi al 30 luglio tramite i fogli di presenza acquisiti con una richiesta immediata al Viminale. L’ufficio di gabinetto della questura di Ravenna avrebbe già concluso l’accertamento sul conto di tutti i presenti, inviando per competenza gli atti alle questure di Roma per gli agenti di scorta, e di Livorno per i due poliziotti che avevano in carico la moto d’acqua.

L’audizione del giornalista di Repubblica negli uffici della Digos, invece, risale al 5 agosto. Proprio quello stesso giorno il capo della polizia aveva ridimensionato la questione dell’acquascooter, ma aveva aggiunto: «Mi preoccupa di più, e ho chiesto un approfondimento, quando c’è una limitazione al diritto di cronaca». Ed ecco l’inchiesta per violenza privata. «Non metterci in difficoltà, è un mezzo della polizia», avrebbero detto al giornalista i poliziotti. Dopo un’ulteriore richiesta di spiegazioni i pubblici ufficiali gli hanno chiesto i documenti sostenendo: «È per una questione di privacy». Che rischia di diventare una grana, però, solo per l’agente sotto procedimento disciplinare.

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