«Riformeremo la giustizia, l’Anm non è custode del bene. Ignazio? Sarei stata zitta»
Giorgia Meloni (Ansa)
Il premier Giorgia Meloni: «No a scontri con i magistrati. L’imputazione coatta di Andrea Delmastro è una questione politica. L’indagine su Daniela Santanchè notificata ai giornali e non a lei…».

Giorgia Meloni affronta finalmente, in conferenza stampa a Vilnius, i temi dell’attualità politica interna, a partire dallo scontro tra governo e Associazione nazionale magistrati, e non delude le attese. Un intervento scoppiettante che parte da una premessa prevedibile: «Non c’è dal mio punto di vista», afferma Meloni, «alcun conflitto con la magistratura. Chi confida nel ritorno dello scontro tra politica e magistratura credo che rimarrà deluso. La riforma della giustizia non è contro le toghe ma spero venga fatta con il loro contributo». Prevedibile, la mano tesa verso i magistrati, considerato che oggi la Meloni incontrerà al Quirinale il capo dello Stato, Sergio Mattarella, che è pure presidente del Csm. Dalle parti del Colle trapela qualche perplessità su alcuni punti della riforma predisposta dal Guardasigilli, Carlo Nordio, la cancellazione dell’abuso di ufficio e il ridimensionamento del traffico di influenze: probabile che oggi Meloni e Mattarella discuteranno anche di questo. Ieri sera, Nordio ha dichiarato: «Mi inchino agli orientamenti del Quirinale, trattandosi di un ddl e non di un decreto, il transito al Quirinale è un atto dovuto. Sul traffico di influenze abbiamo inasprito le pene ma abbiamo rimodulato il resto secondo i principi di tassatività e tipicità che devono essere caratteristici della struttura di una fattispecie penale mentre prima era un reato assolutamente evanescente».

Nessun conflitto con la magistratura, dunque, eppure Meloni qualche macigno dalle scarpe non rinuncia a toglierselo, replicando con forza alle critiche sollevate nei giorni scorsi dall’Associazione nazionale magistrati: «All’Anm consiglio prudenza, ci sono alcuni esponenti dell’Associazione che fanno dichiarazioni un po’ apocalittiche, che si ritengono i guardiani del bene contro il male. Non è questo il mondo in cui vogliamo vivere», sottolinea Meloni, che sulla separazione delle carriere tra giudici e pm non forza la mano: «È nel nostro programma», dice il premier, «sui tempi vedremo. È uno dei nostri obiettivi di legislatura».

Meloni affronta i tre casi più spinosi per il governo, ovvero quelli legati all’accusa di violenza sessuale nei confronti del figlio del presidente del Senato, Ignazio La Russa, e alle inchieste della magistratura che vedono indagati il ministro del Turismo, Daniela Santanchè, accusata di bancarotta fraudolenta e abuso di ufficio a Milano, e il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, per il quale il gip di Roma ha deciso l’imputazione coatta nonostante la richiesta di archiviazione del pm. «Per quello che riguarda il caso di Leonardo la Russa», argomenta Meloni, «comprendo, da madre, la sofferenza del presidente del Senato anche se non sarei intervenuta nel merito della vicenda. Tendo a sodalizzare, per natura, con una ragazza che denuncia e non mi pongo il problema dei tempi». Meloni sventola il cartellino giallo verso La Russa, mentre difende la Santanchè e Delmastro: «La questione Santanchè è extrapolitica», scandisce la Meloni, «non riguarda la sua attività di ministro che sta facendo molto bene. È una questione molto complessa, va vista nel merito quando il merito sarà completamente conosciuto, ma credo che questo competa alle aule dei tribunali e non alle trasmissioni tv. L’anomalia è che al ministro non viene notificata l’indagine, ma viene notificata a un quotidiano il giorno stesso in cui lei va in Aula per l’informativa. Un quotidiano», aggiunge velenosa la Meloni, «di proprietà di un imprenditore che, secondo me, non è esattamente nella posizione di fare la morale sui debiti». Il riferimento è a Domani, il cui editore è Carlo De Benedetti, anche se va sottolineato che la notizia dell’inchiesta sulla Santanchè era già stata anticipata a novembre scorso dal Corriere della sera, ed era stata più volte oggetto di articoli giornalistici.

Infine, su Delmastro: «Per come la vedo io», argomenta la Meloni, «il processo di parti e la terzietà del giudice significa che il giudice non dovrebbe sostituirsi al pm. Lo dico perché credo che queste siano il senso delle dichiarazioni del ministero della giustizia. Mi sono limita a prendere atto di quelle che mi sono sembrate delle anomalie, ma sono tre casi diversi e vanno valutati ciascuno a sé. La questione di Delmastro mi ha obiettivamente molto colpita, è una questione politica, riguarda un esponente del governo in esercizio del suo mandato». In serata è arrivata anche la replica dell’Anm: «Non si è trattato di una sostituzione del giudice al pm, ma del doveroso controllo che il giudice esercita sul suo operato».

Tirando le somme, dal discorso di Vilnius della Meloni qualche contraddizione emerge. In particolare, a precisa domanda dei cronisti, il presidente del Consiglio dice di riconoscersi nella famigerata nota delle ancor più famigerate «fonti di Palazzo Chigi» che, la scorsa settimana, ha aperto le danze della polemica, accusando «una fascia della magistratura» di «svolgere un ruolo attivo di opposizione e di inaugurare anzitempo la campagna elettorale per le elezioni europee»: «La nota», sottolinea la Meloni, «non era riferita a La Russa, ma alle vicende Delmastro e Santanchè». In sostanza, Giorgia Meloni sperimenta ancora una volta la difficoltà di governare mantenendo gli equilibri all’interno del suo partito, nel governo e con le altre istituzioni, a partire dalla magistratura. Nulla di nuovo: è probabile che, a far sbandare un pochino il treno governativo, sia stata la successione ravvicinata di procedimenti giudiziari che hanno interessato esponenti di primo piano di Fratelli d’Italia. Da qui, probabilmente, è venuta fuori quella nota così aggressiva nei confronti della magistratura, firmata «fonti di palazzo Chigi» e della quale ieri la Meloni ha dovuto riconoscere la paternità.

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