C’è soltanto un modo per intervistare Elly Schlein e non uscirne con qualcosa buono solo per incartare il pesce. È la così detta «seconda domanda», ovvero un antico trucco del mestiere per non farsi portare a spasso dal politico di turno. Nel caso del segretario del Pd la domanda di rimbalzo è semplicissima: «Sì, ma in concreto?». Purtroppo non è andata così neppure ieri, con il Corriere della Sera che ha apparecchiato una paginata in cui la Schlein è stata libera di veleggiare tra le critiche al governo sull’economia e sull’agenda green, dimenticando che la crisi attuale la dobbiamo alla sua amatissima Unione europea e ai governi di centrosinistra. È stata capace di evocare con un certo trasporto i «saperi degli artigiani», come se fosse a un convegno della società del Mulino di Bologna, e di «intelligenze delle maestranze», con una formula che usano a stento alla Cgil di Livorno, ma senza riuscire a fare un solo esempio concreto. O qualche nome di azienda, o di capitano d’azienda.
Neppure la sterzata delle Europee verso un qualche bipolarismo, con la prospettiva di un duello secco con Giorgia Meloni, spinge la Schlein a scendere sul terreno del confronto deciso e sui fatti. E l’intervista di ieri al giornale di Umberto Cairo conferma una spiccata idiosincrasia a sporcarsi le mani con tutto ciò che non è battaglia sui diritti civili. Anche la transizione ecologica, per la front woman del Pd, resta una cornice ideologica. La Schlein inizia raccontando che «la priorità per il Pd sono gli investimenti comuni europei, che devono proseguire». Roba emozionante, non c’è che dire. Una volta la priorità era il lavoro. E poi, come da manuale della sinistra francese che tanto piace al Nazareno, pensioni, sanità pubblica, scuola, ricerca. Invece il segretario che intona le idee alle sue giacchine ci dice che «il Next generation Ue è l’idea di un piano industriale europeo che serve a un governo Meloni che non ce l’ha» e allora tocca al Pd «rimboccarsi le maniche per proporre le politiche che servono al Paese». Se avete la curiosità di conoscere quali siano, ve la dovete tenere. Alla Schlein basta proporre il Pd come un fedele messaggero del verbo di Bruxelles. Loro, gli ex compagni, ci mettono la famosa «affidabilità» e il linguaggio politicamente corretto, in modo da potersi dedicare serenamente ai diritti civili. Su queste politiche europee, continua la Schlein, l’Italia della Meloni è naturalmente molto indietro. E il perché è molto, troppo semplice: «Le destre nazionali alleate di Meloni e Salvini non hanno mai creduto negli investimenti comuni e oggi lavorano per fermarli». Con un avversario che ti attacca così, puoi anche startene chiuso al Palazzo Chigi a spostare i miliardi del Pnrr da un ministero all’altro.
In ogni caso, per il leader del Pd, il governo non ha né una politica industriale né una politica energetica. Ora, che adesso ci siano un sacco di investimenti da fare e molti rebus industriali da risolvere è vero, ma è la politica perseguita per anni dai governi di centrosinistra e da Bruxelles che ci ha portati allo sfacelo. Piccolo elenco disordinato, ma purtroppo tragico: la crisi dell’acciaio, la semidistruzione del settore auto e del tessile, la privatizzazione di Telecom Italia, le delocalizzazioni selvagge, la svendita dell’agricoltura nazionale. Ed ecco il peccato capitale del politico Schlein: l’insostenibile vaghezza. Come si fa a criticare il governo su questi temi e non fare qualche esempio, come la crisi dell’Ilva, il crollo della produzione italiana di Stellantis, il debito di Tim che ha portato alla cessione della rete, la nuova via crucis dei Benetton? Che cosa blocca il capo del principale partito d’opposizione? L’incapacità di farsi capire dalla gente che ha solo un passaporto, o la paura di inimicarsi Lorsignori? In compenso, si lascia andare a narrazioni da Fondazione Di Vittorio, come quando dice: «Noi abbiamo una vocazione industriale, i saperi degli artigiani, le intelligenze delle maestranze, quello che non abbiamo è un margine fiscale». E immaginiamo che qui neppure Pier Luigi Bersani abbia capito bene che cosa volesse dire. Azzardiamo che il richiamo al «margine fiscale», una formula che usa giusto il Fondo monetario internazionale in certi suoi paper di cui la Schlein va sicuramente ghiotta, fosse un modo «alto» per dire che abbiamo troppo debito pubblico, una procedura Ue d’infrazione per deficit eccessivo sul groppone e gli effetti nefasti del Superbonus ancora da smaltire. Insomma, non ci sono soldi. Ma la Schlein non ha neppure le idee e infatti non ne tira fuori una. La transizione green, come l’ha pensata Bruxelles, è un dogma ed è un vero peccato che nessuno chieda alla futura sfidante della Meloni che cosa pensa dell’auto elettrica, delle gigafactory, dei milioni di appartamenti da mettere a norma.
Non riesce a essere concreta neppure quando parla di sanità. Ovvero, accusa il governo di far mancare risorse per fare un favore alla sanità privata (sempre senza nomi, per carità) e racconta che il Pd ha presentato una proposta di legge. Per fare? Lo dirà la prossima volta. Alla fine, comunque, il nome di un’azienda lo fa ed è quello della Rai, che poi tanto azienda non è. Alla Schlein viene girata una domanda che angoscia il popolo italiano da settimane: «Veramente, come si vocifera, non esprimerete un vostro membro nel cda Rai?». E il segretario, granitico, risponde: «Vedremo, intanto non abbiamo chiesto a nessuno di candidarsi». Di peggio, poteva solo rispondere che «il Pd non lottizza».
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