Sergio Pirozzi, ex sindaco di Amatrice, si è candidato alla presidenza con la sua lista e ha fatto perdere al centrodestra la Regione Lazio.
La matematica non è un’opinione: Nicola Zingaretti ha vinto con il 32,9%, Stefano Parisi ha preso il 31,2%. Lei il 4,9%, sottratto a Parisi.
«A domanda rispondo».
Possibile che non sia riuscito a trovare un’intesa con il centrodestra?
«Conservo messaggi che dimostrano che gli incontri sono saltati non per volontà mia».
Ha mai raccontato questa storia?
«No, mai. La verità la racconto a voi della Verità. Mi dovevo vedere con il presidente Silvio Berlusconi l’11 gennaio del 2018. All’ultimo momento l’incontro saltò, non per colpa mia. Siamo rimasti che mi avrebbero fatto sapere il giorno dopo, ma non ho sentito più nessuno fino al 2 febbraio, poche ore prima della scadenza per la presentazione delle liste».
Chi la chiamò il 2 febbraio?
«Il presidente Berlusconi, ma ormai era troppo tardi anche perché avevo raccolto le firme, avevo i miei candidati, non sarebbe stato giusto ritirarmi in cambio della vicepresidenza».
Le fu offerta la vicepresidenza se avesse ritirato la lista?
«Sì, e non solo».
Qualche dettaglio?
«Dissi al presidente che l’11 gennaio dovevo andare da lui, ma che la riunione era stata annullata. Lui rispose che non ne sapeva niente, ma io conservo i messaggi mandati dalla sua segreteria, nella fattispecie da Licia Ronzulli. Mi ricordo bene che era l’11 gennaio, perché il presidente Berlusconi era ospite di Porta a Porta. Come sapete, la trasmissione si registra di pomeriggio. Io dovevo andare a Palazzo Grazioli alle 22. Se avessi incontrato il presidente quella sera, e lui mi avesse detto che il centrodestra doveva assolutamente essere unito, e che io non ero il candidato ideale, me ne sarei fatto una ragione. Avremmo preso in considerazione la possibilità di ritirare la candidatura».
E invece?
«Mi sono state dette alcune cose sul perché qualcuno fece saltare l’incontro. In maniera umile mi sono preso le botte fino a ora, ma è il momento di fare chiarezza. È tutto verificabile quello che dico. La campagna stampa contro di me è stata ingiusta: conservo le prove di tutti i passaggi. Ripeto, se l’11 gennaio Berlusconi mi avesse detto: guarda Sergio, sei bello e bravo ma non ti vogliamo come candidato presidente, io me ne sarei fatto una ragione. Invece, c’è stato un altro mese di tira e molla. Pensi che avevamo sondaggi che mi davano al 40%. Tutto ruota intorno all’incontro saltato. Qualcuno non ha voluto che Berlusconi e io ci vedessimo. In questi mesi sono stato in silenzio, sto lavorando in Consiglio regionale, ho presentato delle proposte di legge importanti, ma ora la verità deve venire fuori. È giusto ristabilire l’esatta storia».
Quando doveva incontrare Berlusconi per discutere la sua candidatura, qualcuno fece saltare la riunione, quindi?
«Ho i messaggi, tra me e la Ronzulli».
Che dicono?
«Mi venne dato appuntamento per la sera dell’11 gennaio alle 22».
E poi?
«E poi, alle 20 e 40 dell’11 gennaio, io chiesi conferma dell’appuntamento per le 22, ma la Ronzulli mi scrisse che l’incontro era saltato e che ci saremmo sentiti il giorno dopo. Invece non ho sentito più nessuno fino al 2 febbraio. Quando il 2 febbraio Berlusconi mi telefonò, mi disse che non sapeva nulla dell’incontro saltato. Si scusò con me. Gli dissi che la candidatura di Stefano Parisi era perdente perché calata troppo tardi. Il 2 di febbraio, poche ore prima della scadenza per la presentazione, non avrei mai potuto ritirare la mia candidatura e la lista, sarei passato per un venduto. Era impossibile. Dissi a Berlusconi che avevamo un appuntamento il mese prima, che era saltato, ribadii la mia stima per la sua persona e la sua storia. Lui mi disse con chiarezza che non sapeva nulla dell’appuntamento saltato».
Cosa le chiese Berlusconi?
«Mi chiese di ritirare la candidatura in cambio della vicepresidenza e posti di potere. Non aveva alcun senso, e la cosa si è conclusa così. Avevo sentito qualche giorno prima anche Parisi, che mi aveva proposto la stessa cosa. Risposi che era tardi. Tante persone si erano impegnate, candidate, avevano raccolto le firme. Le persone che stavano con me volevano correre con me come candidato. La dignità e la parola data, secondo me, hanno un valore e un senso».
E alle politiche del 4 marzo cosa accadde?
«Alcuni amici avevano presentato le liste del nostro movimento al Senato, nel Lazio, ma io chiesi di ritirarle per non danneggiare il centrodestra. Mi imposi su tanti che volevano farla pagare al centrodestra per la candidatura alla Regione».
Oggi in che rapporti sta con il centrodestra?
«Con Matteo Salvini mi è capitato di parlare parecchie volte. Fu lui a spingere di più per la candidatura, ma dovette accettare quello che avevano deciso gli alleati sullo scacchiere nazionale. Giorgia Meloni non la sento da tanto».
Come procede la ricostruzione ad Amatrice e nelle altre zone colpite dal terremoto?
«Al di là delle tante parole spese negli ultimi due anni in favore delle popolazioni flagellate del terremoto nel Centro Italia, la situazione resta enormemente grave. Ci sono provvedimenti urgenti che non possono più essere rimandati, pena lo spopolamento dei territori. È assolutamente indispensabile riproporre le misure di fiscalità di vantaggio per le zone colpite per i prossimi 5 anni.Tra le fasi dell’emergenza della costruzione e della ricostruzione esiste quella della sopravvivenza. Una fase che permetta agli eroi che hanno deciso di non abbandonare la propria terra di affrontare il presente e guardare al futuro con un minimo di speranza».
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