Propaganda a reti unificate sul Mes: «Senza, mesi di attesa per gli esami»
Carlo Calenda (Ansa)
Carlo Calenda usa i malati di tumore per spingere la ratifica del salva Stati. E La Stampa

In principio era la «logica di pacchetto», la supercazzola contiana per digerire la riforma del Mes. Correva l’anno 2019, il Covid era ancora di là da venire, ma la produzione di mantra «europeisti» (qualunque cosa significhi) martellava già a pieno regime. L’allora premier (del governo gialloblù) si riferiva all’ipotetico «pacchetto», appunto, di riforme che, una volta approvato il nuovo fondo salva Stati, si sarebbe magicamente schiuso regalandoci l’unione bancaria europea, magari con garanzie condivise sui depositi.

Ovviamente non c’era nulla: solo una riforma (peggiorativa per l’Italia) da approvare in fretta e furia pena la «perdita di credibilità». Tre anni e mezzo, una pandemia e tre governi dopo, la grancassa ha ripreso a rullare. Anni in cui nessuno ha fatto ricorso al Mes, anni in cui abbiamo imparato a conoscere le agevoli e pratiche condizioni del Pnrr e in cui 16 Paesi su 18 hanno ratificato in Parlamento la famosa riforma. La quale, in pratica, permette al fondo di diritto privato di intervenire anche come garanzia per banche dissestate purché gli istituti siano di Paesi con i conti in ordine secondo i parametri di un Patto di stabilità che tutti vogliono riformare perché ritenuto incapace di garantire stabilità e crescita.

Per questi Stati – tra cui l’Italia – scatterebbe un monitoraggio rafforzato di Mes e Commissione europea, in collaborazione con la Bce, sul quadro macroeconomico e sulla sostenibilità del debito pubblico. Col rischio stigma che Ignazio Visco e Giampaolo Galli (non tacciabili di pregiudizi antieuropeisti) hanno denunciato in sedi autorevolissime, ma di cui oggi non va di moda parlare. Anzi. Oggi c’è spazio per un solo discorso, talmente falsante da essere grottesco, eppure ripetuto ovunque: la maggioranza «per ragioni ideologiche» (come fosse un insulto) non «prende i soldi del Mes» e quindi «isola l’Italia in Europa» mettendo a rischio la credibilità e complicando la gestione del debito monstre.

Si sperava chiarito che la riforma non è l’attivazione (ma farebbe comunque potenzialmente scattare il monitoraggio, come non bastassero Tpi e Pnrr: lo spiega a pagina 17 il dossier a cura del Senato leggibile al sito bit.ly/3fShmv7), ma l’altra sera Carlo Calenda è arrivato a dire che il premier dovrebbe «venire in Parlamento a spiegare perché una persona deve aspettare 23 mesi per sapere se ha un tumore solo per folli questioni di principio sul Mes. L’ora delle cavolate è finita». C’è da chiedersi cosa avrebbe detto se non fosse finita, quell’ora, perché al di là delle fantasticherie sul «Mes pandemico» o «Mes sanitario» lo strumento è e resta un veicolo per dar soldi a Paesi che perdono l’accesso al mercato. Esattamente cosa impedisce a Calenda e all’Aula di votare uno scostamento di bilancio di analogo importo e finanziare ciò che ritiene giusto in ambito medico? Non è dato sapere.

È dato invece sapere che ieri, probabilmente in un inedito assoluto per l’Occidente, La Stampa ospitava un’intervista a Lorenzo Bini Smaghi e un intervento di Veronica De Romanis che in pratica dicevano la stessa cosa. Sono marito e moglie, quindi è anche giusto apprezzare una coerenza così intima e condivisa sul canovaccio già citato. Si aggiunga l’interessante giudizio positivo sulla Bce (e sul Mes) di un banchiere francese già membro del comitato esecutivo della Bce e il pluralismo delle idee e del dibattito è garantito.

Curiosamente, il fatto che in Aula la maggioranza abbia appena vincolato con una mozione il governo a non procedere sul Mes è considerato un fastidioso accidente. Lo spirito del «ce lo chiede l’Europa» sta tornando potente, non c’è tempo da perdere col cretinismo parlamentare. Ne vedremo delle belle.

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