2018-11-16
Geppi Cucciari (Ansa)
Eroina del progressismo mediatico dentro il servizio pubblico, ha la licenza di irridere i ministri meloniani con l’«autorizzazione» del fan Mattarella. E, grazie alla (potente) agenzia di Beppe Caschetto, può okkupare i palinsesti per sensibilizzare i giovani compagni.
Cognome e nome: Cucciari Maria Giuseppina. Aka Geppi. Come Gepy & Gepy (cantante che con Ornella Vanoni gorgheggiava Più: «Io più te..."), ma con due «p».
Super ospite al prossimo Sanremo, quello di Stefano De Martino.
Lei e il «bravo presentatore» fanno infatti parte della stessa agenzia, l’Itc di Beppe Caschetto, vero dominus del Festival insieme a Gianmarco Mazzi, agente di Massimo Giletti mentre era sottosegretario nel governo di Giorgia Meloni (incompatibilità dei ruoli, possibile conflitto d’interessi: non pervenuti), in passato direttore artistico del caravanserraglio canoro, epoca Paolo Bonolis, nei ritagli di tempo ministro del Turismo.
Geppi «Cacciari», l’intellettuale - comica, attrice, scrittrice - che sa di arte e filosofia.
La Sarda errante: girovaga di reti e palinsesti per 25 anni, anche se da oltre dieci si è accampata in viale Mazzini.
Sedici anni fa, era nella squadra di Victor Victoria su La7, il late show di Victoria Cabello, «che l’ha scoperta e con cui i rapporti, pare, si siano un po’ raffreddati», ha annotato Michele Masneri sul Foglio del 17 maggio 2025, vedendo in Geppi con due «p» il risultato di un assemblaggio: «Come se un impazzito Angelo Guglielmi, tipo lo scienziato del film Povere creature, l’avesse ricostruita mettendo un po’ di Avanzi di Serena Dandini, un pizzico di Michela Murgia, una grattugiata di bottarga di Daria Bignardi, il tutto fatto rosolare in una notte di luna piena nel vecchio loft del Pd», allegriaaaa!.
Gli eventuali dissapori con Cabello, tuttavia, devono essere stati superati, visto che Vic il 16 gennaio era a Splendida cornice.
Che è la trasmissione su Rai 3, al debutto nel gennaio 2023, con cui si è finalmente imposta al grande pubblico («grande» per i parametri odierni, quando si brinda al successo se in prima serata si scavalla il milione di telespettatori).
Popolarità che però con la qualità del programma c’entra poco.
A luglio 2023, infatti, Geppi con due «p» fulmina Gennaro Sangiuliano, quando al premio Strega ammette - senza offesa: bel fesso - di non aver nemmeno sfogliato i libri della cinquina finalista.
Mentre Fabio Fazio lascia la Rai per la Nove.
Risultato? Si è ritrovata «sarda subito».
Vestale della sinistra televisiva.
Eroina del progressismo mediatico dentro il servizio pubblico (tendenza «pop», il fronte inchiestistico è invece coperto da Sigfrido Ranucci, anche se talvolta gli tocca cospargersi il capo di cenere).
Ma mai tuonando contro «TeleMeloni», perfino quando Concetto Vecchio l’ha sfruculiata per Repubblica il 14 gennaio 2024: «Io mi sento libera di dire quello che voglio».
Geppi con due «p» piace alla gente che piace.
Copertine di Vanity Fair e del Venerdì di Repubblica, con torrenziale chiacchierata sul divano a casa di Natalia Aspesi, che le ha chiesto: «Non hai avuto figli, ti spiace?».
«Mi spiace moltissimo ed è l’unica cosa che vorrei dire a questo riguardo».
L’argomento è - comprensibilmente - tabù.
Quando Vanity Fair, febbraio 2025, le ha domandato: «Nel 2012 hai detto: “Mi preparo per la prova atletica più grande per una donna, avere un figlio”», la replica fu gelida: «Questa è una domanda che a un uomo che non ha figli non si fa mai, e mi chiedo perché. Gli anni in cui era in essere quell’idea, era più facile, ma li ho spesi male».
Gode della stima e della affettuosa considerazione di Sergio Mattarella, il che conferma che nessuno è perfetto.
Con un «fan» così, ovvio che Geppi con due «p» sia arrivata a concludere di potersi concedere qualunque battuta, in ogni dove.
Anche quando sede e occasione richiederebbero forse un altro standing, vedi alla voce Alessandro Giuli (per il quale non ho alcuna simpatia, come sa chi sa), maggio 2025, cerimonia di presentazione dei David di Donatello al Quirinale, così perculato: «Lei è l’unico ministro i cui interventi possono essere addirittura ascoltati al contrario come un disco dei Black Sabbath, e a volte migliorano».
Domanda: se tale esercizio di stile se lo fosse concesso, che so, quel «fascista» del comico Andrea Pucci nei confronti di un ministro dem come Dario Franceschini, tanto più al cospetto del capo dello Stato, riuscite a immaginare lo sturm und drang che si sarebbe scatenato, nevvero?
«È questo suo modo di essere, la capacità endemica della giocoliera che lancia le parole, senza mai farle cadere nel vuoto», ha commentato in brodo di giuggiole Beatrice Dondi sull’Espresso, «che le permette di sbriciolare un ministro della Cultura dietro l’altro», nientemeno.
Geppi Sbriciolator è entrata a far parte del laboratorio artistico di Zelig nel 2001, anno della laurea in legge alla Cattolica (a 28 anni, con calma).
Da allora non si è più fermata, «dimostrando la sua anima poliedrica», è scritto sul sito dell’agenzia del Caschetto di cui sopra, il boss delle cerimonie tv, «potente» per definizione (pigra: di dirigenti tv che lo subiscono, o che hanno con lui inconfessate corrispondenze di amorosi sensi professionali, e di conduttori e giornalisti che lo temono).
Sui propri inizi, lei in verità non ha dettagliato più di tanto.
Sicché, per apprendere di trascorsi con Alessandro Siani, ho dovuto inciampare in una di lui intervista, al Corriere della Sera il 18 marzo 2025: «Abbiamo fatto insieme la gavetta in un localino di cabaret dove non c’era nemmeno il camerino, eravamo un gruppo nutrito di comici, ma nutrito non è la parola giusta, perché facevamo la fame».
E il 13 aprile 2026 in quella di Lucio Wilson, che ha preso il posto di Carlo Taranto nel trio della Gialappa’s band: «Lei era a Milano per studiare, lavorava da un commercialista. Un giorno mi telefona: ciao, mi presento, sono Geppi, so che sei sardo come me e bazzichi lo Zelig, vorrei fare la comica, mi aiutti? Abbiamo iniziato a buttare giù pezzi insieme, così».
«La qualità in tv esiste ancora. Geppi Cucciari ha fatto un ottimo lavoro con Splendida cornice, un programma che funziona, intelligente, e con un’idea nuova», ha sentenziato Mia Ceran, in Rai con Tv talk, sulla Stampa il 15 maggio scorso.
Ma: davvero il mixare l’«alto» e il «basso» sarebbe inedito?
Il giochino era già praticato vent’anni fa a La7 da Niente di personale e Le invasioni barbariche.
Che Geppi con due «p» conosce perché nella stagione 2013 nel talk di Bignardi aveva una rubrica, Agenda Geppi.
Non per inzigare, ma Ceran fa parte, toh, della stessa scuderia di Geppi, la Itc del Caschetto-sempre-in-piedi.
Come Pif, al secolo Pierfrancesco Diliberto, che il 2 aprile, giorno di uscita del suo nuovo film, era ospite, toh, chez Geppi con due «p».
Come Fabio Volo, tornato in tv con Kong, su Rai 3, che è andato a presentare, toh, anche lui da Geppi con due «p», il 9 aprile.
Scriveva l’8 marzo 2012 Aldo Grasso sul Corriere, a proposito di G Day, in onda in quel momento su La7: «Mi dichiaro ufficialmente primo supporter di Geppi Cucciari».
Contento lui.
Che tuttavia avvertiva: «Per esaltare le doti precipue di Geppi, ci vogliono interlocutori sconosciuti, perché altrimenti si tende inevitabilmente al cazzeggio, come con Giovanni Floris (toh: anche lui rappresentato da Caschetto, la parentesi è mia). Sono tutti amici, fanno tutti parte della stessa compagnia di giro, non è il caso di infierire (e certe sere ci sono ospiti che meriterebbero di essere impalati, metaforicamente)», questa parentesi invece è proprio di Grasso, una rasoiata che nemmeno il Franti che è in me sarebbe stato capace di partorire.
Conclusione: «Geppi rischia il fazismo, la marketta occulta. Anche se quello più grande è di diventare un ufficio di collocamento della scuderia di Caschetto», come volevasi dimostrare.
Impeccabile Grasso.
Che coerentemente il 9 aprile scorso, insieme a Volo ed altri, era ospite di Splendida cornice (e non era neppure la prima volta), per parlare della sua ultima fatica letteraria, Cara televisione (Raffaele Cortina 2023), vabbè.
Il 16 aprile è stata la volta di un altro Grasso, Giovanni Grasso, portavoce di Mattarella e capo della comunicazione del Quirinale, in quanto autore del romanzo Finchè durerà la terra (Rizzoli, 2026).
Con lui Geppi con due «p» si è intrattenuta a proposito della grazia.
Quella a Nicole Minetti, il cui caso era deflagrato cinque giorni prima?
Macché: hanno amabilmente disquisito sul film La grazia di Paolo Sorrentino, e ciccia.
Non subito, ma «prima o poi mi candido in Sardegna», ha annunciato Geppi Sbriciolator.
L’anno scorso l’abbiamo vista intervenire sul referendum sul Jobs act.
Dove? Da Maria De Filippi ad Amici.
Voleva sensibilizzare i giovani: «Votare è una questione di principio».
«Ma perché? Non sono già abbastanza sensibili di loro?», si interrogherebbe oggi Francesco De Gregori, indispettito dal conformismo buonista.
Che essendo un tic, una posa, può essere clonato dall’algoritmo.
Masneri sul Foglio: il giorno in cui «un’Intelligenza artificiale di sinistra mischierà autonomamente la Costituzione più bella del mondo, Gaza, la santità delle librerie fisiche, il corpo delle donne... quanti posti di lavoro si perderanno?».
A si biri!
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Lewis Hamilton festeggia sul podio dopo il Gran Premio di Formula 1 di Barcellona-Catalunya (Ansa)
Il britannico conquista a Barcellona la sua prima vittoria con il Cavallino, interrompendo anche un'astinenza personale che durava dal 2024. Leclerc e Antonelli si fermano nel finale. La Rossa rientra nella corsa al titolo.
«Forza Ferrari! Forza Ferrari! Grazie a tutti!». Con queste parole, pronunciate in italiano al suo team radio, Lewis Hamilton ha sprigionato tutto il suo entusiasmo per festeggiare la prima vittoria in Ferrari. Sul circuito di Barcellona, dove il Cavallino non arrivava davanti a tutti dal 2013, il pilota britannico è tornato al successo dopo quasi due anni e, soprattutto, ha riportato la Rossa sul gradino più alto del podio dopo 595 giorni - l’ultimo a riuscirci era stato Carlos Sainz, il 27 ottobre 2024, in Messico - spezzando un digiuno che sembrava infinito. Infinite, invece, sono state la costanza e la determinazione di Hamilton che ha inseguito questo risultato a lungo e che al 31° Gran premio da quando veste di rosso, è finalmente arrivato.
Il pilota inglese ha costruito la vittoria giro dopo giro, sfruttando una Ferrari finalmente competitiva sul passo e una strategia aggressiva da tre soste che si è rivelata decisiva. Dopo aver perso la leadership al via a favore di George Russell, Lewis è rimasto agganciato alla Mercedes, anticipando il primo pit stop e rimettendosi progressivamente in corsa per il successo. A cambiare definitivamente gli equilibri è stata la virtual safety car provocata dal ritiro di Fernando Alonso al 41° giro: il pit stop effettuato in quel momento ha consentito al sette volte campione del mondo di conservare la testa della corsa davanti alle due Mercedes. Da lì in avanti Hamilton ha gestito con lucidità il vantaggio accumulato, allungando progressivamente sugli inseguitori e tenendo a distanza Russell. A completare la festa Ferrari ci ha provato anche Charles Leclerc, autore di una bella rimonta dopo una qualifica complicata. Il monegasco, partito con gomme medie, era riuscito a risalire fino alla lotta per il quinto posto con Verstappen, ma a quattro giri dalla conclusione è stato costretto al ritiro per un problema tecnico.
Finale amaro anche per Kimi Antonelli. Il leader del Mondiale, reduce da cinque vittorie consecutive, stava disputando un’altra gara solida, tanto da riuscire a superare Russell e portarsi virtualmente in seconda posizione alle spalle di Hamilton. Pochi istanti dopo, però, la Mercedes dell’italiano si è fermata, cancellando la possibilità di un nuovo podio e lasciando campo libero al compagno di squadra. Per Hamilton, arrivato alla vittoria numero 106 in carriera in Formula 1, il dato che conta di più è, però, un altro: dopo mesi difficili, ha finalmente trovato quel feeling con la Ferrari inseguito fin dal suo approdo a Maranello. «Guardavo la Ferrari vincere quando ero piccolo in tv, mi domandavo cosa significasse vincere con questa macchina. Tutto fantastico, spero sia la prima di tante vittorie», ha detto dopo il traguardo. Poi il ringraziamento al team e ai tifosi: «Mi avete aiutato tantissimo a realizzare questo sogno. Ai fan, grazie per avermi ricordato chi sono».
Adesso per la Ferrari e Hamilton si aprono addirittura scenari che fino a qualche settimana fa sembravano impensabili. Con il successo di Barcellona, il britannico supera Russell al secondo posto nella classifica piloti e si porta a 41 punti da Antonelli. Il Mondiale è lungo e la Mercedes continua a rappresentare il riferimento, come ha ammesso lo stesso Hamilton, ma la Ferrari ha ritrovato competitività proprio nel momento in cui la stagione entra nella sua fase centrale. Il prossimo appuntamento è tra due settimane in Austria, ma per la prima volta dopo tanto tempo, a Maranello possono guardare avanti con un pizzico di fiducia in più. E non è affatto poco.
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Ansa
Politica e coop, abituate a gestire il business dell’accoglienza, steccano nell’organizzazione dei grandi eventi. Stop al festival clou con la scusa del veto ai rapper Kanye West e Travis Scott. Dal 2022 bilanci mai decollati.
Una cosa si è capita chiaramente: per il «Sistema Reggio» è meglio continuare a puntare sul business dell’accoglienza, piuttosto che avventurarsi in quello ben più complicato dei grandi eventi.
In meno di quattro anni, infatti, la città del Tricolore sembra aver perso la scommessa Campovolo (la mega struttura per concerti che doveva trasformarla nella Capitale della musica), e la cancellazione dell’Hellwatt festival programmato per il prossimo luglio, che prometteva di portare nel capoluogo emiliano star come Kanye West e il rapper Travis Scott, ne certifica la débâcle.
Certo, formalmente è stato il prefetto della città, Salvatore Angieri, a stoppare le esibizioni dei due artisti per motivi di sicurezza (West è noto per le sue posizioni estremiste e antisemite), ma a molti l’ordinanza prefettizia è apparsa, più che altro, come una manna dal cielo che ha permesso alle varie partecipate, cooperative e società coinvolte nell’organizzazione, ma soprattutto al sindaco Marco Massari e al capo di gabinetto della Regione Emilia-Romagna, Luca Vecchi, che avevano fortemente sostenuto l’evento, di uscire dal vicolo cieco in cui si erano cacciati.
«Ho sempre voluto starne fuori per non abbinare il mio nome a questa vicenda. Ma come ogni cittadino di Reggio mi chiedo come sia possibile e provo un’enorme tristezza», ha dichiarato sulla vicenda Luciano Ligabue, prendendo le distanze da una creatura (Campovolo, appunto) che lui stesso, con il concerto inaugurale del 2022, ha contribuito a creare e che rappresentava nell’immaginario dei compagni la capacità della sinistra di fare affari con la musica di massa.
Ma andiamo con ordine: il Campovolo era originariamente un’area verde di proprietà di Enac, data poi in concessione alla Aeroporto di Reggio Emilia spa, controllata «in house» dagli enti pubblici territoriali tra cui Comune di Reggio, Provincia e altri e utilizzata per anni per le edizioni locali e nazionali de la Festa dell’Unità.
Poi, tra il 2017 e il 2020, grazie a un finanziamento pubblico di 1,7 milioni di euro e oltre 11 milioni di fondi europei (gestiti dalla Regione Emilia-Romagna) sull’area venne realizzata quella che oggi porta il nome di Rcf Arena, «la venue più grande d’Europa» attrezzata in modo permanente e capace di ospitare oltre 100.000 persone in piedi.
La costruzione e la gestione del colosso vennero affidate alla C.Volo spa, che le ha in concessione fino al 2035, società nata con un capitale assai modesto per la portata della mission (100.000 euro appena) e partecipata da importanti e note realtà cooperative e imprenditoriali del territorio, oltre che da Rcf, main sponsor dello spazio.
Dopo l’inaugurazione del 2022, però, la location reggiana non pare aver mai brillato per i risultati: un concerto o due all’anno che, secondo le voci di corridoio, facevano andare in pareggio i conti e poco più. Fino allo scorso febbraio, quando in pompa magna il sindaco di Reggio Emilia, Massari, insieme al suo predecessore Vecchi e ai rappresentanti della C.Volo spa hanno presentato l’evento che avrebbe dovuto segnare la svolta e trasformare per un mese Reggio Emilia nella capitale internazionale delle sonorità rap elettroniche del momento.
Ma se già suonava male la presentazione di West come artista di punta in una città di tradizione partigiana e, ancor più, sembrava stonata la scelta di un direttore artistico come Victor Yari Milani - classe ’84, nato in Spagna e proprietario di due ditte attive nel settore feste e matrimoni - certamente preparato ma poco noto nell’ambiente (se non per aver organizzato il ricevimento alla festa di matrimonio della figlia di Putin), quando, nel mese di maggio hanno cominciato a circolare le prime voci di una organizzazione ancora in alto mare e di una vendita dei biglietti che sembrava languire, molti immaginavano già che qualcosa sarebbe andato storto.
Da allora a oggi i passaggi si sono susseguiti in fretta e nemmeno uno è andato per il verso giusto: dalle immancabili critiche di Anpi e sindacati per la scelta degli artisti, al licenziamento improvviso di Milani, dal rimpallo delle responsabilità al cambio in corsa del nome del festival (trasformato in tutta fretta in «Pulse of Gaia»), fino alle decine di domande avanzate dai consiglieri comunali di Fratelli d’Italia e Lista civica per Reggio, rimaste ancora senza risposta.
Qualche giorno fa, a togliere le castagne dal fuoco è arrivata l’ordinanza del prefetto di Reggio che ha vietato i due concerti principali previsti per i primi di luglio, su un cartellone che, almeno inizialmente, aveva in programma una decina di date. E l’occasione è stata buona per annullare l’intero festival, senza che nessuno di coloro che avevano sbandierato l’evento si sia assunto la responsabilità dell’accaduto. «Il Pd reggiano continua a governare la città facendo inanellare figuracce che stanno arrecando un danno enorme all’immagine, alla credibilità e all’attrattività di Reggio Emilia. Dopo il clamoroso flop del Polo della Moda e la vicenda del Tricolore conferito a Francesca Albanese, oggi assistiamo al disastro del festival al Campovolo. Comune e C.Volo si sono descritti come impeccabili, sostenendo che fosse tutto pronto e che l’unico responsabile fosse il prefetto. Una ricostruzione che sfiora il ridicolo. Quando c’è da intestarsi i successi salgono tutti sul carro, quando arriva un fallimento di proporzioni internazionali le responsabilità spariscono e si cerca un capro espiatorio», ha commentato Cristian Paglialonga, capogruppo di Fratelli d’Italia nel Consiglio comunale della città.
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Dario Amodei (Getty Images)
Dario Amodei, presunto guru dell’Intelligenza artificiale «buona» in linea con Prevost, si oppone ai limiti chiesti dalla Casa Bianca.
Venerdì, infatti, il Dipartimento del Commercio statunitense, citando preoccupazioni in materia di sicurezza nazionale, ha ordinato al colosso di Dario Amodei di impedire a qualsiasi cittadino straniero di accedere ai suoi modelli d’IA più recenti.
Secondo Axios, tali modelli dovranno restare bloccati fin quando gli apparati di sicurezza federali non saranno pronti e sarà inoltre necessaria una licenza per le esportazioni. Il colosso tecnologico, non senza irritazione, ha quindi reso noto di aver disabilitato l’accesso per tutti i clienti a Fable 5 e Mythos 5, che erano stati rilasciati martedì. «Non siamo d’accordo sul fatto che la scoperta di una potenziale falla di sicurezza, seppur limitata, debba essere motivo di ritiro dal mercato di un modello commerciale utilizzato da centinaia di milioni di persone», ha dichiarato, in un comunicato, l’azienda guidata da Amodei.
I rapporti tra il ceo di Anthropic e l’attuale inquilino della Casa Bianca non sono mai stati idilliaci: basti pensare che, alle elezioni del 2024, Amodei si schierò apertamente con Kamala Harris. La situazione è peggiorata a febbraio scorso: Amodei pretese che venissero introdotte delle limitazioni all’uso bellico dei suoi prodotti d’Intelligenza artificiale. Per tutta risposta, il capo del Pentagono, Pete Hegseth, propose di bollare Anthropic come un «rischio per la catena di approvvigionamento». Ne scaturì quindi un contenzioso legale che è ancora in corso. Tuttavia, al netto dei proclami di principio di Amodei, i rapporti tra Anthropic e l’amministrazione Trump non si sono interrotti. Ad aprile, Amodei ebbe un incontro con il capo dello staff della Casa Bianca, Susie Wiles, e con il segretario al Tesoro, Scott Bessent. Inoltre, la scorsa settimana, il Financial Times ha riferito che la National Security Agency starebbe utilizzando Mythos per condurre attacchi informatici. Insomma, non è solo la cosiddetta «tecnodestra» di Elon Musk e Peter Thiel a tenersi stretti i legami con l’attuale amministrazione statunitense.
Le limitazioni decretate l’altro ieri dal dipartimento del Commercio americano vanno quindi inserite in un contesto ben più ampio dell’altalenante rapporto tra Trump e Amodei. Quello a cui stiamo assistendo è un riposizionamento strutturale della Casa Bianca rispetto al delicato tema dell’Ia. Nel 2025, Trump, per enfatizzare la contrapposizione con l’amministrazione Biden, si mostrò favorevole a un approccio improntato alla deregulation. Si trattò innanzitutto di un modo per tendere la mano alla Silicon Valley, che aveva abbandonato la sua storica predilezione politica per il partito democratico. In secondo luogo, i fautori della deregulation ritenevano, non senza qualche ragione, che l’introduzione di lacci e lacciuoli potesse compromettere la capacità competitiva di Washington nei confronti di Pechino sul fronte del settore ipertecnologico. Poi, a partire da quest’anno, è cambiato qualcosa. In primis, Trump non ha potuto ignorare il dibattito che sull’Ia è venuto a registrarsi attorno alla sua stessa amministrazione. In secondo luogo, i vertici del Pentagono hanno mostrato preoccupazione dopo che, ad aprile, Anthropic ha presentato Mythos. Tutto questo ha convinto il presidente statunitense a firmare un ordine esecutivo, lo scorso 2 giugno che, pur evitando di imporre pastoie burocratiche e licenze governative, ha iniziato parzialmente a normare il settore dell’IA in nome della sicurezza nazionale. Quel decreto ha infatti cercato di elaborare un compromesso tra le varie anime dell’amministrazione americana: da una parte, i fautori della deregulation (come il consigliere per la tecnologia della Casa Bianca, David Sacks); dall’altra i sostenitori di paletti più o meno stringenti (come Hegseth, Bessent e la Wiles). L’ordine esecutivo ha infatti introdotto la possibilità che le grandi aziende tecnologiche sottopongano volontariamente i propri modelli d’IA al governo federale fino a 30 giorni prima dal loro rilascio. Una soluzione che i fautori più decisi della deregulation - come l’ex consigliere di Trump, Dean Ball - hanno aspramente criticato.
Pur cercando di salvaguardare l’innovazione, Trump si è convinto che l’assenza totale di regolamentazioni può rivelarsi un problema per la salvaguardia della sicurezza nazionale. È quindi in tal senso che vanno letti il decreto del 2 giugno quanto la restrizione imposta ad Anthropic. Il presidente deve bilanciare le esigenze delle aziende tecnologiche con quelle del Pentagono, senza poi trascurare le paure nutrite dalla working class per i possibili effetti socioeconomici dell’IA. È anche in quest’ottica che Trump avrebbe intenzione di garantire al governo federale delle partecipazioni azionarie nelle grandi società del settore. «I fautori della proposta sostengono che essa consentirebbe al pubblico di partecipare ai successi dell’azienda e attenuerebbe il potenziale impatto dei cambiamenti economici», ha riferito il Washington Post.
Insomma, sembra proprio che Trump si stia avvicinando a Leone XIV il quale, nella sua enciclica, ha criticato la prospettiva di una totale deregulation del settore dell’IA. A Christopher Olah di Anthropic non è costato nulla (anzi) mostrarsi a fianco del Papa come interprete «buono» dell’IA. Ma quando il governo più importante del mondo (cioè Trump) pone freni concreti, ecco che l’atteggiamento dell’azienda cambia di colpo.
Il presidente americano guarda principalmente alla sicurezza nazionale, il Papa alle questioni etiche. Eppure entrambi, per quanto in forma e modi diversi, sembrano condividere alcune preoccupazioni per gli impatti sociali dell’IA. Segno questo del fatto che, al netto delle macroscopiche differenze, tra i due americani potrebbero magari registrarsi, un giorno, persino margini di convergenza.
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