- L’aumento per l’extragettito dell’Iva causato dall’inflazione che si voleva combattere.
- Manovra, oggi il maxiemendamento. Proposta per la caccia anche in città. Testo pronto entro le 18. Francesco Paolo Sisto: «Stop ai reati formali per chi aderisce alla pace fiscale».
Lo speciale comprende due articoli.
Dal 1° gennaio alla fine di ottobre lo Stato ha incassato tra tasse e contributi più di 424 miliardi di euro. Oltre 56 miliardi in più di quanti ne abbia spremuti ai cittadini nello stesso periodo del 2021. Tolti dal computo i contributi previdenziali, le imposte vere e proprie sono cresciute di circa 43 miliardi. Gran parte dell’extragettito deriva dall’inflazione e dal fatto che l’Iva, spinta dall’impennata dei prezzi, galoppa fin dentro le tasche dei cittadini. Negli stessi dieci mesi, dal 1° gennaio alla fine di ottobre, il governo guidato da Mario Draghi ha stanziato sotto forma di aiuti diretti e indiretti contro il caro energia 60 miliardi di euro. Se ne è vantato in più occasioni, ricordando che senza questi interventi (cosa di per sé non errata) le famiglie italiane sarebbero state travolte dall’esplosione delle bollette. Con l’arrivo del nuovo governo il percorso dei decreti Aiuti si è allungato di un ulteriore stazione e di altri circa 14 miliardi. Al tempo stesso possiamo immaginare che nel mese di novembre e dicembre lo Stato potrà tranquillamente incassare (viste le scadenze a calendario) un ulteriore extragettito di una decina di miliardi, portando la somma complessiva nell’arco dell’anno a 65/66.
A fronte di ciò, il governo Draghi e l’incipit di quello di Giorgia Meloni hanno erogato aiuti e incentivi per una cifra intorno ai 75 miliardi di euro. Senza contare il contenuto della legge Finanziaria in via di definizione in Aula. La manovra prevede già 22 miliardi da spendere tra gennaio e fine marzo, sempre per calmierare i rincari dell’energia. Anche in questo caso è facile scommettere che la dinamica del gettito impositivo non andrà a modificarsi. Non lo diciamo noi, ma persino i vertici della Bce, poco inclini a voler ammettere le dinamiche dell’economia reale, ieri hanno confermato che l’inflazione tolta la componete «core» dell’energia resterà molto alta per l’intero 2023 e pure per il 2024. Per l’anno prossimo Francoforte prevede un’inflazione almeno al 6,3%. Visto che, fino a un attimo prima di sbattere il naso contro il muro, Christine Lagarde ha continuato a ribadire che l’inflazione sarebbe stata estemporanea, è molto probabile che il valore indicato ieri sia al ribasso. Sappiamo infatti che qualora i valori di gas e petrolio si raffreddassero, è pronta a esplodere la bolla dei metalli industriali. Tutto ciò per dire che l’inflazione indotta non scenderà nonostante le manovra sui tassi e quindi dalle tasche dei cittadini continueranno a uscire più soldi (a fronte di meno consumi) e parte di questi soldi andrà allo Stato, il quale metterà in pista sussidi finanziati con gli stessi soldi tolti dalle tasche degli italiani. E così via fino a che a ogni colpo di giro il Pil si assottiglierà sempre di più.
Non è così difficile comprendere che alla fine si tratta di una partita di giro. Certo, non c’è corrispondenza perfetta. Ma poco impatta sul ragionamento complessivo. Così è arrivato il momento di comprendere come interrompere il circolo vizioso. Dal 18 aprile scorso i media nazionali annunciano il successo del price cap, un accordo teorico che prevederebbe un tetto artificiale al prezzo del gas (o del petrolio), ma che nella realtà serve solo a imporre ai singoli Stati la compressione dei consumi. Esattamente ciò che sta avvenendo anche al nostro Paese. Anche questa decrescita infelice porta però a ridurre la produzione industriale, ad assottigliare il Pil e, sommandosi agli effetti dell’inflazione, a uccidere la classe media, la vecchia borghesia. Da un lato l’Ue sembra non preoccuparsi del nuovo paradigma sociale. Anzi sembra spingerlo. Classe povera sussidiata con i redditi di cittadinanza a oltranza e forza lavoro proveniente da Paesi extracomunitari con l’obiettivo di comprimere i costi salariali non potendo alzare la produttività. Al di là di uno schema sociale che proprio non ci piace, i binari dell’inflazione possono migliorare solo nel breve periodo la gestione del debito pubblico. Già nel medio i dati assoluti dell’economia peggioreranno e quindi la sostenibilità dei titoli di Stato seguirà la stessa curva.
Con le anticipazioni di ieri della Bce, le prossime mosse sui tassi non sembrano destinate ad aiutarci. Meno acquisti della Banca centrale più vincoli esterni da sommare a quelli del Pnrr. Resta dunque solo un percorso da valutare. Un percorso che ci porti a ritroso al mondo che fu di Enrico Mattei. Il patron dell’Eni aveva capito chiaramente che l’accesso alle materie prime è fondamentale per la sovranità nazionale. Noi abbiamo due tipi di sovranità ed entrambe sono da rimettere in piedi. La prima è la supply chain, la catena del valore produttiva, e l’altra è l’amicizia con una Paese africano; alias Libia. Purtroppo siamo ripetitivi. Non è la prima volta che ne scriviamo. Ma il gas algerino andrà accompagnato almeno per un ulteriore dieci% di fabbisogno con quello proveniente da Tripoli. A costo di dislocare i nostri militari.
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