Mentre i partiti sono alle prese con la scrematura degli emendamenti alla manovra, da Palazzo Chigi ieri è stata sottolineata la «piena sintonia del governo con la decisione del Consiglio Ue di stabilire un ragionevole tetto al denaro contante quale misura di antiriciclaggio» aggiungendo che «nonostante la soglia prevista dal Consiglio Ue sia di 10.000 euro, allo stato attuale il governo italiano intende confermare il provvedimento che fissa la soglia all’uso del contante a 5.000 euro». Il messaggio non è casuale e punta a sgombrare il campo da equivoci che qualcuno in questi ultimi giorni sembra voler cavalcare in maniera strumentale e molto politica. Il tetto dei 10.000 euro proposto dalla Ue è ai fini dell’antiriciclaggio, non a quelli di contrasto all’evasione che infatti rientra nelle competenze dei singoli Stati. Quindi il limite può non coincidere con il limite a fini antievasione, fissato dall’Italia in 5.000 euro in legge di bilancio (oggi è ancora a 2.000 euro). Non solo. Con la decisione del Consiglio Ue non viene chiesto ai singoli Paesi di mettere un tetto al contante. Se uno Stato decide di farlo non potrà comunque superare la soglia antiriciclaggio europea di 10.000 euro.
Eppure si è alzato un gran polverone politico e mediatico. Con un tempismo quasi sospetto – lo abbiamo evidenziato già ieri – del commissario Ue all’Economia, Paolo Gentiloni, che non si è espresso direttamente sulla legge di bilancio annunciando un verdetto per la settimana prossima ma giovedì ha rilanciato l’azione di Bruxelles per ridurre la frode e la piaga dell’evasione. Come? Sottolineando il rapporto pubblicato da Bruxelles sul cosiddetto Vat gap (ovvero la differenza stimata tra gli incassi previsti dall’Iva e quelli effettivamente realizzati), secondo cui «gli Stati membri nel 2020 hanno perso 93 miliardi di euro di entrate, un quarto dei quali può essere prudentemente attribuito alla frode». In termini assoluti, il divario maggiore si è registrato in Italia, con 26,2 miliardi, seguita dalla Francia, con 14 miliardi, e dalla Germania (11 miliardi). Quei numeri erano stati anticipati lo scorso 28 novembre dallo stesso Gentiloni parlando a un convegno sulla tassazione. Ma l’assist è stato comunque perfetto, dopo quello di Bankitalia, per chi dall’opposizione in queste settimane sta attaccando i due provvedimenti annunciati dal governo Meloni in manovra sostenendo che sono in contrasto con la lotta agli evasori fiscali e che andrebbero nella direzione opposta rispetto agli impegni presi dall’Italia con gli accordi sul Pnrr. Senza dimenticare che è entrata nel vivo la partita sul Mes perché all’appello ora manca solo l’Italia dopo la sentenza della Corte di Karlsruhe che ieri ha aperto la strada alla ratifica da parte della Germania della riforma del trattato sul Fondo salvastati.
Risultando per ora complicato porre delle obiezioni formali a una legge di bilancio dall’impianto assai prudente e vincolato, la sensazione è che si stia innescando il dibattito sull’Iva in vista dei prossimi binari su cui l’Unione europea chiederà di viaggiare con le cosiddette country specific recommendations e che il modo per stringere ancora più la presa sull’ Iva sia quello di estendere l’utilizzo della fattura elettronica anche a nuovi settori allargando la platea di chi è obbligato a farvi ricorso. Non bisogna dimenticare che l’Iva è il veicolo che consente i finanziamenti diretti all’Unione europea. Il bilancio comunitario è infatti finanziato da una percentuale del reddito nazionale lordo di ciascun Paese in funzione della sua ricchezza, dai dazi doganali su beni provenienti da Stati extra Ue e da un contributo basato sulla quantità di rifiuti di imballaggio di plastica non riciclati in ciascun Paese, ma anche da una piccola parte dell’imposta sul valore aggiunto riscossa da ciascun Paese dell’Unione. Tradotto in parole più semplici, più Iva viene raccolta e più fondi arrivano alla «macchina» di Bruxelles.
Sempre giovedì, infatti, Gentiloni ha illustrato il pacchetto di misure per recuperare circa 18 miliardi all’anno sull’imposta dei consumi: il passaggio a una rendicontazione digitale in tempo reale basata sulla fatturazione elettronica per le imprese che operano a livello transfrontaliero nell’Ue; norme Iva aggiornate per le piattaforme online di trasporto passeggeri e di alloggio di breve durata; l’introduzione di una registrazione Iva unica in tutta l’Ue. L’anno prossimo, la Commissione europea proporrà un insieme unico di norme fiscali per fare affari in Europa. «Avrà le caratteristiche fondamentali di una base imponibile comune semplificata e della ripartizione degli utili imponibili tra gli Stati membri», ha spiegato il commissario Ue all’economia. Il nuovo schema si chiamerà Befit, acronimo di Business in Europe. Ma, a giudicare dal polverone di questi giorni, più che un obiettivo di legittimo ed efficace contrasto all’evasione potrebbe rivelarsi un business for Europe.
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