Nel 2023, la performance della Borsa italiana si è distinta tra le migliori, mostrando un robusto guadagno di oltre il 29%, un dato che non si vedeva dal 2008, prima del default di Lehman Brothers. Questo successo è attribuibile a vari fattori, fra cui il forte peso nel listino italiano dei titoli bancari (che quest’anno sono saliti quasi del 40%), uno spread in discesa (quindi minori preoccupazioni sul debito pubblico italiano) e le prospettive positive per il 2024 di tassi d’interesse finalmente in calo. Benzina, questa, per le azioni come per le obbligazioni.
Nonostante un rallentamento della crescita degli utili previsto, la Borsa italiana insomma rimane interessante dal punto di vista dei multipli, con un rapporto prezzo/utili intorno a 10 e un rendimento dei dividendi di oltre il 4%.
«Ha fatto notizia il superamento di quota 30.000 dell’indice Ftse mib, il paniere che rappresenta le principali 40 società quotate a Piazza Affari», spiega Salvatore Gaziano, direttore investimenti di Soldiexpert scf. «Un livello che non vedeva da fine giugno 2008, se si guarda l’indice nudo e crudo. In realtà, il discorso è più articolato se si approfondiscono le cose, poiché per fare dei confronti corretti occorre guardare anche ai dividendi staccati, che non sono poca cosa, e se guardiamo l’andamento “total return”, ovvero includendo i dividendi, scopriamo che le cose sono migliori e l’attuale livello del mercato è oltre il 25% sopra i massimi del giugno 2007, quando l’indice Ftse mib aveva quasi toccato 44.000 punti».
C’è da gioire? Se guardiamo l’andamento degli ultimi tre o cinque anni di Piazza Affari, non ci possiamo lamentare, perché l’andamento delle blue chip tricolori è stato molto positivo (a tre anni il doppio di quelle tedesche del Dax) e pari e persino superiore a quello delle azioni americane. Se prendiamo come base di partenza il gennaio 2007 il bicchiere è molto più che mezzo vuoto. Il rendimento medio annuo composto sul lungo periodo è stato dell’1,27% per l’indice Ftse mib, mentre per le azioni europee del 3,67%, per quelle mondiali del 7,4% e per quelle Usa di quasi il 10% lordo annuo. Una bella differenza. Dal 2007 al 2014, in particolare, Borsa italiana (e in particolare le azioni a maggiore capitalizzazione) ha accumulato anno dopo anno in modo ininterrotto una performance peggiore rispetto alle azioni mondiali di quasi 90 punti percentuali e solo negli ultimi anni è ritornata a muoversi più in sintonia con il resto del mondo borsistico avanzato. Nonostante l’accentuato rialzo registrato negli ultimi anni e la notevole distanza da colmare, però, se analizziamo le valutazioni medie delle società quotate a Piazza Affari, non sembra che la Borsa sia attualmente sopravvalutata se confrontata con le altre Borse europee e soprattutto quella statunitense che in questi anni ha fatto da locomotore.
Dall’andamento dei principali indici ed Etf, inoltre, si evidenzia come siano state soprattutto le società a maggiore capitalizzazione (per esempio quelle inserite nell’indice Ftse mib40) a salire in questi ultimi anni (compreso il 2023) rispetto a quelle di taglia «small» o «medium». Nelle ultime settimane qualche segnale di risveglio da queste società (nel passato quelle che hanno generato le migliori performance) si è finalmente visto e questo sarà uno dei temi di attenzione per il 2024.
«Il Ftse mib si prepara a chiudere il 2023 con cifre record», ricorda Gabriel Debach, analista di mercato di eToro. «Le opportunità rimangono presenti soprattutto nel comparto sanitario, dove solo Recordati riporta un ritorno da inizio anno superiore al 28%, mentre Amplifon mostra un modesto +6,76% (dopo la flessione del -40% nel 2022) e Diasorin un -30,9%. La loro limitata esposizione alle tendenze farmacologiche di rilievo, insieme con gli elevati livelli di indebitamento in un contesto di tassi d’interesse al rialzo, hanno certamente influenzato negativamente il settore. Infine, sia Enel sia Erg potrebbero rappresentare buone opzioni di investimento in un contesto di tassi d’interesse in calo, accompagnati da minori pressioni sui prezzi delle commodity e dalla rinnovata necessità di energie rinnovabili».
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