Arriva Quota 104 ibrida e vengono cancellate l’Ape sociale e Opzione donna. Queste le novità principali contenute nella legge di bilancio approvate ieri in cdm. Per quanto riguarda il pensionamento anticipato il governo ha inserito in manovra Quota 104 che prevede la possibilità di uscita dal mondo del lavoro con 63 anni e 41 di contributi. A questo si aggiunge la possibilità di andare in pensione anche un anno prima, a fronte però di forti penalizzazioni. Restando al lavoro si beneficerà, al contrario di incentivi, come il bonus Maroni. Si tratta di un’agevolazione introdotta con la precedente legge di bilancio che è rivolta ai lavoratori che hanno i requisiti minimi per andare in pensione e prevede, se fatta apposita domanda all’Inps, un incremento in busta paga se si rinuncia al ritiro. Proprio per questo il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, in conferenza stampa ha spiegato come non si può parlare di «Quota 104 piena, c’è un meccanismo di incentivi per rimanere al lavoro» e «sui pensionamenti anticipati ci sono delle forme rafforzate e restrittive rispetto al passato». Il governo ha dunque lavorato partendo da Quota 103 ma alzando i requisiti di età anagrafica (64 anni), mantenendo invece immutati gli anni dei contributi (41 anni): «C’è la modifica del requisito e non delle finestre», ha sottolineato Giorgetti.
Sempre in tema pensioni sono stati poi apportati dei cambiamenti per quanto riguarda l’Ape sociale e Opzione donna. Queste due misure sono state sostituite da un unico Fondo per la flessibilità in uscita che consente di andare in pensione a 63 anni di anzianità e 36 di contributi per caregiver, disabili e lavori gravosi. Per le donne gli anni dei contributi si abbassano invece a 35. Novità sono state inserite nella legge di bilancio anche per quanto riguarda i lavoratori che rientrano interamente nel sistema contributivo, cioè chi ha iniziato a lavorare dopo il 31 dicembre 1995. Per questi è stato eliminato il vincolo che prevede che, una volta raggiunti i requisiti anagrafici e contributivi stabiliti dalla norma in vigore, si possa andare in pensione solo se l’importo dell’assegno risulta essere almeno pari a 1,5 volte quello dell’assegno sociale. Requisiti che in molti casi costringevano i lavoratori a non poter accedere alla pensione fino a 70 anni.
Sul tema si è esposta anche Giorgia Meloni, che ha rivendicato l’operato del governo, dichiarando che si è deciso di intervenire «su alcune situazioni di squilibrio e abbiamo cominciato a dare un segnale sulle pensioni di cui non si è occupato nessuno (quelle che rientrano nel mondo contributivo, ndr)».
In cdm è poi stato anche approvato il decreto legge che destina circa 3 miliardi, previsti dallo scostamento di bilancio per il 2023, al pagamento anticipato di un primo aumento degli stipendi nel pubblico impiego e del conguaglio sulle pensioni dovuto all’adeguamento all’inflazione. Nel testo viene infatti spiegato che al fine di contrastare gli effetti negativi legati all’inflazione per il 2023 e sostenere il potere di acquisto delle prestazioni pensionistiche, il conguaglio per il calcolo delle perequazioni delle pensioni per l’anno 2022 viene anticipato da gennaio 2024 al 1° novembre 2023. Lato rivalutazione niente di nuovo. I criteri stabiliti nella legge di bilancio sono uguali a quelli già presenti quest’anno. Per il secondo anno di fila, saranno dunque i pensionati con le rendite più alte (dai 2.102 euro in su) a vedere dei tagli. Si parla infatti di una rivalutazione al 100% delle pensioni fino a quattro volte il minimo, al 90% quelle tra quattro e cinque volte il minimo e poi a scendere mano a mano che l’importo dell’assegno pensionistico aumenta. Viene infine confermata la super rivalutazione delle pensioni per chi ha più di 75 anni.
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