• L’impossibile convivenza con la popolazione islamica spinge sempre più politici e intellettuali a teorizzare la divisione del Paese in enclavi. Una proposta estrema, ma che rende l’idea dell’esasperazione crescente.
  • Emmanuel Macron spegne il dibattito su aborto e nozze gay. Invita i cittadini a mandare lettere per discutere di tutto, tranne che dei temi etici.

Lo speciale contiene due articoli.

Che in Francia il problema islamico sia particolarmente grave e sentito è di evidenza palmare. D’altro canto si tratta del Paese d’Europa occidentale con il più alto numero di naturalizzati provenienti da Paesi arabi e del contesto in cui lo Stato Islamico e i suoi militanti hanno colpito di più. Da Charlie hebdo all’attentato di Strasburgo le vittime del terrorismo sono centinaia.

Segni recenti di questa preoccupazione, sempre più di massa e non di parte, sono i successi di vendita di saggi scomodi come Destin français, dell’intellettuale ebreo Eric Zemmour o l’uscita del nuovo romanzo di Michel Houllebecq, Sérotonine. Quest’ultimo libro, appena uscito, ha già meritato allo scrittore francese la panoplia di insulti con cui la stampa omologata cerca di sgambettare un autore controcorrente: fascista, populista, sovranista, maschilista, omofobo, eccetera.

Nel 2016, in modo inatteso per alcuni e provocatorio per tutti, l’allora presidente della repubblica François Hollande, osò dichiarare che «esiste un problema con l’islam, è vero e nessuno ne dubita». E parlò, in un libro intervista con Gérard Davet e Fabrice Lhomme, sebbene per scongiurarla, della ipotetica «partizione» del territorio francese con i musulmani. «Come si può evitare la partizione? È in ogni caso ciò che si sta producendo: la partizione».

Che la Francia potesse un giorno essere costretta, nonostante proprio in loco sia particolarmente sentita la forza nell’unità nazionale, a ripartirsi in zone d’influenza, laicocristiana da una parte e musulmana dall’altra, ecco un’idea che scandalizzò, fece discutere, e fu bene o male rigettata da tutti. Sia a destra, come cedimento inaccettabile della sovranità statuale, sia a sinistra come fine della laicità e dell’eguaglianza formale di tutti i cittadini.

Ma oggi, oltre a certi intellettuali islamici doppiogiochisti, alla Tariq Ramadan per intenderci, perfino negli ambienti populisti l’idea del separatismo etnicoculturale si fa strada. Da anni il giovane e seguitissimo blogger nazionalista Daniel Conversano parla di creare delle comunità di soli français de souche, cioè francesi etnici, storici, originari per sopravvivere nei contesti di immigrazione di massa.

L’idea è stata appena rilanciata dallo scrittore Christian de Moliner nel libro La guerre de France, che al seguito di Guérilla di Laurent Obertone, mette in scena una futuristica e per ora romanzata guerra intestina. Che stavolta scoppierebbe tra gli identitari francesi e gli islamici più fanatici e violenti.

Christian de Moliner, attraverso la forma del romanzo distopico, rilancia però a chiare lettere l’idea di separatismo etnico o partizione della Francia in zone di influenza. Come ha spiegato chiaramente su Tv-Libertés, sarebbe bene secondo lui, se la République cedesse un po’ della propria sovranità a quei musulmani che desiderano vivere secondo le leggi coraniche. È vero che ciò contrasterebbe fortemente con la Costituzione e la laicità, ma potrebbe essere utile a suo dire per prevenire la guerra etnicoreligiosa che altrimenti gli pare inevitabile.

Le zone e i quartieri sottoposti alla legge islamica sarebbe unicamente su base volontaria e non si tratterebbe di micro-Stati all’interno dello Stato sovrano. Ma solo di ammettere, per i non rari contenziosi civili e religiosi (alimentazione halal, norme di purità e di preghiera, rapporto uomo-donna), una giurisprudenza parallela delle moschee. Purché essa integri e non contrasti direttamente con il diritto civile e penale francese.

Il tutto, ripete l’autore, non per creare o rafforzare quei ghetti dell’islam che sorgono dappertutto e che non cessano di aumentare. Ma per permettere ai musulmani religiosi di sentirsi a casa sul suolo francese, favorendo così, paradossalmente, una più sentita integrazione alla cultura prevalente.

Non sappiamo dire se l’idea di partizione proposta da Christian de Moliner sia risolutiva della questione islamica. Ci pare al contrario poco prudente e sensata. Ma averla proposta indica ciò che è sotto gli occhi di tutti, tranne le algide classi cosmopolite e internazionaliste combattute dai gilet gialli.

Non è (più) possibile lasciare entrare milioni e milioni di individui di altri mondi senza pagare, prima o poi, il costo di queste integrazioni forzose e penose. È anche vero poi, che se la legge dello Stato non viene imposta ai migranti che arrivano – e in Francia si tratta di oltre 200.000 ingressi l’anno – saranno loro ad imporre, prima in contesti piccoli e marginali, poi a macchia d’olio, le loro regole, i loro usi e costumi.

Le moschee in Francia, grandi piccole e clandestine, superano le 6.000, mentre nel 1970 erano appena un centinaio. Il 13 luglio 1926 a proposito dell’inaugurazione della grande Moschea di Parigi, da parte del presidente della repubblica Gaston Doumergue, un profetico Charles Maurras scrisse che nell’apertura del luogo di culto vedeva «un trofeo della fede islamica» e «una minaccia per il nostro avvenire».


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