In Emilia Romagna, Regione che vanta il triste primato di un assessore alla Sanità radiato dall’ordine, sempre più donne partoriscono in ambulanza. E non si tratta di una nuova tendenza dell’ostetricia moderna, ma di un evento non previsto che capita ormai di frequente, soprattutto a chi ha la sfortuna di vivere in Appennino. Nelle zone montane della Regione rossa, infatti, non c’è più un ospedale attrezzato per il parto nemmeno a cercarlo col lanternino: i punti nascita che servivano i territori più disagiati sono stati chiusi, gradualmente, già a partire dal 2014, dalla ligia giunta regionale, ben attenta ad attenersi ai parametri ministeriali del governo Pd, che prevedevano di serrare i battenti di tutti i reparti dedicati alle gestanti con meno di 500 parti registrati all’anno.
La chiusura, certamente non favorevole alla crescita demografica, venne spacciata per una questione di sicurezza (con meno di un parto e mezzo al giorno i medici non sarebbero stati abbastanza allenati) e a farne le spese furono anche Comuni importanti come Pavullo (17.400 abitanti) il cui ospedale serve tutta l’area dell’Appennino modenese o Castelnovo Monti (10.400 abitanti) utilizzato da tutta la provincia di Reggio Emilia o, ancora, Porretta Terme (quasi 5.000 residenti soltanto nella frazione) a servizio dell’area di Bologna.
Secondo il piano sanitario, le partorienti dovrebbero rivolgersi agli ospedali dei capoluoghi di provincia (Bologna, Reggio Emilia, Sassuolo per l’area modenese), scapicollandosi giù per i crinali, affrontando decine di chilometri di tornanti, alla prima contrazione. Ma non sempre le cose vanno per il verso giusto.
A Capodanno l’ultimo episodio. Una donna, residente a Vergato, ha partorito in ambulanza mentre si recava a sirene spiegate verso Bologna, nella speranza di raggiungere in tempo l’Ospedale maggiore, distante ben 51 chilometri. Nei i pressi di Marzabotto, però, l’ambulanza ha dovuto accostare e sul ciglio della strada Porrettana è venuta alla luce la piccola Grace.
Stessa cosa il 9 dicembre scorso: una donna ha partorito in ambulanza a Castellarano, provincia di Reggio Emilia, dopo che era partita da Toano e si dirigeva nell’ospedale del capoluogo, distante ben 60 chilometri, con un tempo di percorrenza previsto di un’ora e un quarto senza intoppi. E ancora, lo scorso febbraio, una giovane alla trentanovesima settimana avvertendo le contrazioni inattese, era partita da Pievepelago (66 chilometri di distanza da Sassuolo primo ospedale utile) era riuscita a raggiungere Pavullo, dove un tempo il centro nascita funzionava, ma costretta a ripartire aveva dato alla luce il suo bimbo durante il tragitto.
Il fenomeno è in crescita: secondo le stime, nella sola area dell’Appennino bolognese, sugli ultimi 20 parti almeno sette sono avvenuti per strada.
E non sono tutte storie a lieto fine. Nell’autunno del 2017, a pochi giorni dalla chiusura del punto nascita di Pavullo, un neonato morì a poche ore dal parto, dopo che la madre si era recata d’urgenza a Sassuolo per un distacco di placenta, impiegando più di 40 minuti di auto. L’Ausl aveva negato qualsiasi possibile effetto-distanza, ma accuse e polemiche erano andate avanti per giorni.
Protagonista incontrastato dell’intera vicenda è l’assessore alla Sanità dell’Emilia Romagna, Sergio Venturi, recentemente radiato dall’Ordine dei medici per aver dato il via libera, nel 2016, all’utilizzo delle ambulanze senza medici a bordo (sulla vicenda della radiazione sta indagando la Procura di Bologna). Proprio Venturi, qualche giorno fa, ha deciso di fare dietrofront e, forse approfittando della mutata situazione politica che non vede più il suo stesso partito al governo, ha dato il via allo scaricabarile su Roma. Dopo essersi assunto, per mesi, «la piena paternità della scelta di chiudere i punti nascita, profetizzando che i fatti gli avrebbero dato ragione» si è detto «disponibile e a rivedere le procedure» per l’eventuale riapertura, sostenendo anzi di essere in attesa di indicazioni ministeriali in tal senso, mentre secondo il Movimento 5 stelle, la Lega e comitati dei cittadini, la competenza sull’apertura o meno dei punti nascita «è regionale».
A dimostrarlo il caso della Toscana dove resiste il punto nascita di Barga (in provincia di Lucca) che pur presentando standard numerici ben inferiori a quelli delle linee guida ministeriali (nel 2017 sono nati 271 bambini) è stato dotato di una «nuova sala operatoria con tutti i più moderni standard tecnologici». Come è possibile? Volontà politica della giunta regionale che ha chiesto e ottenuto una deroga da Roma alla soppressione del servizio «per via della distanza dai presidi più vicini».
Una deroga simile, a suo tempo, era stata chiesta anche dall’assessorato emiliano romagnolo, ma senza risultato. Secondo i comitati dei cittadini, che hanno chiesto, attraverso i parlamentari del Movimento 5 stelle, una verifica sulle carte, all’epoca gli uffici di Venturi avrebbero inoltrato una richiesta «viziata da dati inesatti o mancanti» soprattutto in relazione «alle tempistiche necessarie per arrivare agli ospedali più vicini», motivo per cui la deroga alla chiusura dei punti nascita non è mai arrivata.
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