Nero su bianco. Non serve l’armocromista per cogliere la potenza evocativa delle parole di papa Francesco a Budapest, quel richiamo all’Europa che ha perso l’anima e che si è ridotta a essere «una realtà fluida, se non gassosa, una sorta di sovranazionalismo astratto, dimentico della vita dei popoli». Non serve l’armocromista ma sarebbe indispensabile «l’armo-cronista» che invece latita, rivolge lo sguardo altrove, impegnato a distorcere, edulcorare quando non censurare i passaggi chiave di un discorso storico, teso a mettere l’Ue davanti alle proprie responsabilità e a rivalutare il cattolicesimo ungherese dei valori non negoziabili nella città dei ponti sul Danubio.
Il problema è tutto in tre punti. Viktor Orbán, cupo autarca a capo di una «democratura» se visto con gli occhiali deformanti di Bruxelles, diventa per il Pontefice un cardine sulla strada della pace e della salvaguardia del cattolicesimo. La religione del gender, dell’aborto, dell’utero in affitto sponsorizzati dal Parlamento europeo laicista e social-globalista si trasformano nelle parole di Francesco in «colonizzazioni ideologiche, che eliminano le differenze e antepongono alla realtà della vita concetti riduttivi di libertà». E sulla guerra l’atteggiamento occidentale è riassunto con la frase: «Infantilismo bellico». Tutto questo spiazza il giornalista collettivo, basta la rassegna stampa per evidenziarne gli imbarazzi.
Il Corriere della Sera ignora la notizia in prima pagina, evidentemente sono più importanti l’ennesima puntata della saga dell’orsa e il pensiero di Luciano Ligabue sul primo maggio. All’interno il tema è sviluppato in un cassettone stringato con un titolo anodino: «Il Papa e il richiamo all’Europa, nessuno è nemico per sempre». Sulla homepage il «nero su bianco» galleggia nell’indifferenza; il più importante viaggio papale dell’anno nell’Europa orientale che avverte i tuoni di guerra a 120 chilometri dal confine ucraino è soffocato dall’ennesima crociata dell’immunologa Antonella Viola contro il vino e dai guadagni del calciatore Marco Borriello. Tutto legittimo ma tutto anestetizzato, come se neppure il Santo Padre avesse facoltà di disturbare il manovratore che sta a Bruxelles.
La Stampa purpurea di Massimo Giannini è sulla stessa linea, ma uno sforzo in più riesce a compierlo: dedica in prima un richiamo francobollo (di quelli utilizzati quando perde la Juventus) e a pagina 15 un servizio dal titolo fuorviante «Il Papa a Orbán, sforzi per la pace». Meglio si comporta la laicissima Repubblica che, pur negando al Pontefice la presenza in prima pagina (non sia mai, il caso Orlandi vecchio di 40 anni ebbe ben altro spazio), lo piazza all’interno con un titolo finalmente fattuale: «Critiche alla cultura gender, la carezza del Papa a Orbán per la pace a Kiev». Si nota lo sforzo di chi, a largo Fochetti, ha osato l’inosabile. Il resto del mondo mediatico a sinistra semplicemente tace, pronto a strumentalizzare il Papa quando farà comodo alla narrazione postmarxista-arcobaleno.
La conferma della voglia di modellare, espungere, fischiettare alla luna arriva dallo stesso entourage del Pontefice, preso in contropiede dal memorabile discorso di Francesco. L’esempio più illuminante è quello del direttore de La Civiltà Cattolica, Antonio Spadaro, in questi giorni ungheresi impegnatissimo a sintetizzare con continui tweet ogni appuntamento papale. Ha fotografato l’abbraccio dei giovani, l’incontro con i poveri e i rifugiati provenienti dall’Ucraina, la Papamobile, gli ussari a cavallo; ha dato conto del concerto di benvenuto sottolineando che «papa Francesco ascolta un coro di rom». Ma sulle storiche parole ha steso un gesuitico bavaglio, sintetizzandole con un tweet al pistacchio: «La pace non verrà mai dal perseguimento dei propri interessi strategici… È essenziale ritrovare l’anima europea… L’Europa non sia preda di populismi autoreferenziali né di un sovranazionalismo astratto… È un tema, quello dell’accoglienza… Gesù si è identificato nello…». Dove i puntini sospendono strategicamente l’affondo su gender, aborto, infantilismo bellico e realtà gassosa di Bruxelles. Un’inutile spunta blu.
In realtà la seconda giornata a Budapest ha anche un valore politico perché il Pontefice, oltre ad abbracciare i profughi ucraini nella storica chiesa di Santa Elisabetta, ha ricevuto in Nunziatura il metropolita Hilarion, ex ministro degli Esteri del patriarca Kirill, rimosso un anno fa per avere espresso riserve sull’invasione russa, e da quei giorni metropolita di Ungheria. L’incontro è durato 20 minuti, era presente anche il nunzio apostolico monsignor Michael Banach. Poi Francesco si è concesso ai giovani: ad attenderlo alla Sportarena erano 12.000. Gli hanno regalato un pallone da calcio con la stampa dell’autografo di Ferenc Puskas e il famoso cubo inventato da Erno Rubik.
A loro il Papa ha detto che «non si diventa grandi scavalcando gli altri, ma abbassandosi verso gli altri; non a discapito degli altri, ma servendo gli altri. Gesù è felice se raggiungiamo grandi traguardi. Non ci vuole pigri e poltroni, non ci vuole zitti e timidi, ci vuole vivi, attivi, protagonisti. E non svaluta mai le nostre aspettative ma, al contrario, alza l’asticella dei nostri desideri». Per proprietà transitiva la mente corre al reddito di cittadinanza; demolito. Per i cattodem è un weekend da gastrite.
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