«Quella non è una bandiera nazista». L’Arma assolve il militare di Firenze
Chiusa l’indagine interna dopo il caso creato da una foto scattata a un giovane carabiniere beccato con una bandiera imperiale tedesca affissa nella sua camera nella caserma Baldissera che ospita il VI Battaglione carabinieri Toscana, a Firenze. Sei mesi per capire che il secondo Reich non è il terzo.

Il secondo Reich non è il terzo Reich. Ci volevano quasi sei mesi di indagine per arrivare a tale sconvolgente conclusione storica. E no, il giovane carabiniere che ai primi di dicembre venne beccato con una bandiera imperiale tedesca affissa nella sua camera, all’interno della caserma Baldissera che ospita il VI Battaglione carabinieri Toscana, a Firenze, non verrà cacciato dall’Arma.

L’indagine interna finisce quindi in un assai prevedibile nulla di fatto, dopo che al militare era stata comminata una prima sanzione (tre giorni di consegna) ieri annullata. Tira un sospiro di sollievo il carabiniere romano di 24 anni, iscritto alla facoltà di storia alla Sapienza, difeso dagli avvocati Giorgio Carta e Giuseppe Piscitelli, che in caso di conferma della sanzione avrebbe rischiato di non poter più lavorare nell’Arma. Quel drappo non ha nulla a che fare con il nazismo, quindi, anche se a caldo tutta la stampa italiana e metà dei politici (non solo di centrosinistra) si lasciarono sfuggire la dichiarazione indignata sulla bandiera nazista in caserma, con tanto di ovvio corollario sulle forze dell’ordine reazionarie e, quindi, para golpiste. Poi la mira venne corretta, passando dal terzo al secondo Reich, appunto, cioè, per capirci, da Adolf Hitler a Otto von Bismarck. Per la precisione, si trattava della bandiera della Kriegsmarine, la marina di guerra. Ma si sa, per il pubblico poco informato e che legge di fretta, un Reich vale l’altro. Poco importa se lo Stato in questione era una monarchia costituzionale, con le leggi sociali più avanzate dell’epoca, con una forte opposizione socialdemocratica, con giornali satirici che potevano ironizzavano abitualmente sui governanti, nonché alleato dell’Italia liberale di Giovanni Giolitti. Fatta la gaffe, non restò che ripiegare su una strategia vagamente orwelliana: no, il nazismo non c’entra, ma la bandiera è utilizzata spesso in Germania da gruppi neonazisti. È quindi chiaro che…

E invece non era chiaro per niente, anche perché far riferimento al modo in cui un simbolo è recepito in un contesto culturale dato (la società tedesca in cui ogni riferimento iconico diretto al nazionalsocialismo è vietato per legge) e applicare tale codice in un altro contesto non si capisce che senso abbia.

Detto in altri termini: può anche darsi che quel simbolo, non nazista, possa essere interpretato come tale in Germania. Ma Firenze non è Amburgo, qui non valgono le leggi tedesche, non ci sono gli stessi tabù né, quindi, le stesse strategie usate per aggirarli.

Senza parlare del fatto che processare le intenzioni è sempre eticamente e giuridicamente sconsigliabile. Basta ascoltare Richard Wagner per essere tacciati di nazismo, solo perché il compositore piaceva a Hitler? Certamente no. E se anche qualcuno ascoltasse il Lohengrin in onore del Führer, non si vede in base a cosa la pratica possa diventare sanzionabile: in uno Stato di diritto, una cosa o è legale, o non lo è, non occorre leggere nel pensiero della gente.

Argomentazioni che non devono aver sfiorato il ministro della Difesa Roberta Pinotti, che non aveva potuto fare a meno di indignarsi, in quanto «chi espone una bandiera del Reich non può essere degno di far parte delle forze armate». Chissà che ha fatto, il povero Bismarck, a una Costituzione entrata in vigore 50 anni dopo la sua morte. Ma di certo la questione non ha fornito l’occasione per studiare meglio quel periodo, se è vero che ieri il Corriere della Sera dava conto del proscioglimento del militare parlando di una bandiera «asburgica». Gli Asburgo, Bismark, Hitler: in fondo che differenza fa?

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