Dopo aver chiesto «sangue» per l’Europa, l’ex premier insiste: «Potremo dover mandare nostre truppe». Intanto il presidente ucraino lancia una petizione per avere militari stranieri e apre l’esercito ai galeotti.
Ha provato ad abbinare l’elmetto al loden e ha deciso che fa una certa figura. A 81 anni Mario Monti è pronto ad andare in guerra secondo la tradizionale formula italiana dell’«armiamoci e partite». Verso la pianura sarmatica (come direbbe Dario Fabbri), verso Kiev, verso la prima linea con gli scarponi (degli altri) nel fango, a tiro delle artiglierie di Vladimir Putin. Affascinato dall’ardore napoleonico di Emmanuel Macron, in un intervento a Radio24 l’ex premier si è dichiarato possibilista sull’invio di truppe di terra in Ucraina. «Credo che a un certo punto potrà essere necessario». Per poi aggiungere: «Se pensiamo che la Russia possa davvero andare anche più ad occidente dell’Ucraina, se queste sono le sue intenzioni, è chiaro che va fermata».
Lacrime e sangue. Gli italiani avevano già assaggiato il mix, sotto altra forma, durante il suo governo nel 2012. Poi, nelle more della conversazione, il senatore a vita ha messo la sicura al fucile mitragliatore e ha cominciato a ragionare: «Credo anche che, più che mandare uomini a combattere là, come dice Macron, serva intensificare ulteriormente il sostegno finanziario e con armamenti. Se viene richiesto un mix di strumenti militari e uomini, mandare soldati a combattere sarà più difficile perché le nostre cittadinanze si sono abituate alla pace e non ammettono di morire per difendere la patria e la pace. Forse più che mandare uomini europei a combattere bisognerebbe intensificare il sostegno all’Ucraina con armamenti e finanziamenti».
Giocare alla guerra dev’essere un divertissement dei tecnici. Mario Draghi gongolava nella foto ricordo sul treno (con Macron e Scholz) all’inizio del conflitto, Mario Monti evoca i boots on the ground che spaventano anche gli americani. Contro questa tendenza si è subito scagliato Matteo Salvini con accenti non propriamente accomodanti: «Turba che dopo Macron, anche Monti parli dell’invio di soldati italiani a combattere in Ucraina. Questi vanno curati. Chi la pensa così e lo dice come se fosse una cosa normale, è pericoloso. Ritengo una cosa gravissima parlare di soldati italiani che potranno andare a morire in Ucraina».
Il vicepremier e leader della Lega stigmatizza il bellicismo dei falchi perché ritiene che la guerra sia a un punto di svolta: «Putin ha invitato al dialogo e io spero che il 2024 sia l’anno della pace. Se Macron e Monti hanno tanta voglia di combattere, vadano in Ucraina. Io sono disponibile a ricostruire porti, ferrovie, strade, scuole e ospedali. Quando qualche italiano parla facilmente di soldati che combattono e muoiono fuori dai confini, secondo me c’è dietro un problema».
A rassicurare l’ambiente arrivano le parole del segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, dopo l’incontro con Giorgia Meloni. «Ho elogiato l’Italia, alleato chiave, fedele e importante, che gioca un ruolo decisivo da presidente del G7. L’Alleanza non ha intenzione di schierare forze in Ucraina. Anche perché Kiev non ce le ha chieste». Volodymyr Zelensky però non ha perso la speranza e ieri ha pubblicato sul suo sito la petizione popolare di una cittadina ucraina, firmata per ora da 2.220 persone (servono 25.000 firme per validarla), che si rivolge a Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione europea e «altri paesi amici» perché considerino l’opzione militare di terra.
La corrente macroniana esiste e scava gallerie per bypassare la diplomazia. Lo conferma la premier lituana Ingrida Simonyte in un’intervista al Financial Times: «Siamo pronti a inviare soldati in Ucraina in missione di addestramento. Abbiamo il permesso parlamentare a procedere ma Kiev non ci ha ancora fatto richiesta ufficiale». La mossa sarebbe considerata una provocazione ulteriore. Simonyte non si scompone: «Se pensassimo solo alla risposta russa non potremmo inviare nulla». Quanto alle esercitazioni nucleari condotte ai confini da Mosca, la numero uno del governo lituano ritiene improbabile che vengano utilizzate armi nucleari non strategiche, «poiché la pioggia radioattiva colpirebbe la stessa Russia. La maggior parte delle volte i venti soffiano da Ovest verso Est».
C’è la sensazione che una parte dei protagonisti della guerra stia scherzando col fuoco. A questo proposito in Lituania divampa la polemica sui profughi ucraini in età da combattimento, che Kiev rivorrebbe in patria per mandarli al fronte a combattere. Simonyte precisa: «Non organizzeremo deportazioni né cercheremo ucraini rifugiati nel nostro Paese perché non sarebbe legale; la Ue ha garantito loro protezione fino a marzo 2025».
Il problema dello sfaldamento dell’armata ucraina esiste. E proprio per far fronte all’emergenza, ieri il parlamento di Kiev ha approvato un disegno di legge che consentirebbe ad alcuni prigionieri di combattere nelle forze armate. Una decisione sempre rimandata, poiché Zelensky ha più volte criticato come «mossa disperata» la mobilitazione dei detenuti russi usati da Putin per infoltire i ranghi dell’esercito. Ora è costretto a compierla lui. «Il parlamento ha votato sì», ha detto la deputata Olena Shuliak, capo del partito al potere a Kiev. «La legge apre la possibilità di unirsi alle forze militari per alcune categorie di detenuti che hanno espresso il desiderio di difendere il loro Paese». La mobilitazione sarebbe volontaria e aperta a carcerati con meno di tre anni di pena. Carne da cannone. Non esattamente il posto ideale per Mario Monti in versione ardito.
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