- Fa discutere l’appello di Francesco ai fedeli che vivono sotto la dittatura comunista. Il chiarimento su Mosca: «Grande Russia? Parlavo di cultura: non cancelliamola».
- Segnale del nostro ministro italiano. Media di Partito diplomatici sulla decisione.
Lo speciale contiene due articoli.
Giovedì, su queste colonne, avevamo scritto che il viaggio di papa Francesco in Mongolia avrebbe avuto un significato principalmente geopolitico, legato all’attuale linea filocinese della Santa Sede. E così è effettivamente stato. Innanzitutto, prima di arrivare in Mongolia, il Pontefice aveva inviato un caloroso telegramma al presidente cinese, Xi Jinping. È tuttavia domenica che il Papa ha pronunciato le parole più significative e controverse. «Invio un caloroso saluto al nobile popolo cinese. A tutto il popolo auguro il meglio! E andare avanti, progredire sempre. E ai cattolici cinesi chiedo di essere buoni cristiani e buoni cittadini. Grazie», ha affermato.
Una dichiarazione che il Papa ha pronunciato tenendo al suo fianco il vescovo di Hong Kong, Stephen Chow: gesuita, costui si era recato in visita a Pechino in aprile e sta per ricevere lo zucchetto rosso. Chow è oggi una figura centrale nell’ambito dell’accordo sino-vaticano sulla nomina dei vescovi: un’intesa di cui ancora non si conoscono i dettagli e che fu firmata per la prima volta nel settembre 2018, per essere poi rinnovata nel 2020 e nel 2022. Neanche a dirlo, il ministero degli Esteri cinese ha commentato le parole del pontefice e, secondo quanto riferito da Reuters, ha detto che «la Cina ha assunto un atteggiamento positivo nel migliorare le relazioni con il Vaticano». Del resto, fu subito dopo la firma del controverso accordo con Pechino nel 2018 che papa Francesco presentò un Messaggio ai cattolici cinesi e alla Chiesa universale, in cui affermava: «Sul piano civile e politico, i cattolici cinesi siano buoni cittadini, amino pienamente la loro patria e servano il proprio Paese con impegno e onestà, secondo le proprie capacità». Non è d’altronde un mistero che Francesco stia riposizionando geopoliticamente la Santa Sede in senso filocinese.
«I rapporti con la Cina sono molto rispettosi. Personalmente ho grande ammirazione per la cultura cinese», ha detto il Papa ieri in aereo. «Credo che dobbiamo andare più avanti nell’aspetto religioso per comprenderci di più, affinché i cittadini non pensino che la Chiesa non accetta la loro cultura e i loro valori e che la Chiesa dipenda da una potenza straniera», ha proseguito. Sempre parlando in aereo, il pontefice è tornato sul suo controverso riferimento alla «Grande Russia» della scorsa settimana, sostenendo a tal proposito di aver voluto fare un discorso di tipo meramente culturale e aggiungendo che «la cultura russa è di una bellezza, di una profondità molto grande e non va cancellata per problemi politici». «Ho detto così ai giovani russi: avete avuto anni politici bui in Russia ma l’eredità sempre è rimasta», ha proseguito.
Lascia tuttavia un po’ perplessi che si esortino ad essere «buoni cittadini» dei fedeli che vivono sotto un regime autoritario, guidato dal Partito comunista cinese. Un regime che, per inciso, viola sistematicamente la libertà religiosa: in particolare, anche se non solo, quella dei cattolici. In primo luogo, le autorità di Pechino hanno trasgredito più di una volta l’accordo con la Santa Sede, dimostrandosi quindi inaffidabili. Ad aprile, per esempio, monsignor Joseph Shen Bin si è insediato a Shanghai senza l’approvazione del Vaticano: approvazione che quest’ultimo, messo davanti al fatto compiuto, ha deciso di concedere ex post.
Ma non è tutto. Da quando l’accordo è in vigore, la condizione dei cattolici cinesi non è migliorata. Xi porta avanti da anni la politica della «sinicizzazione»: l’indottrinamento, cioè, dei fedeli sulla base dei principi del socialismo. Era inoltre previsto che il primo settembre entrassero in vigore ulteriori restrizioni, per aumentare il controllo del Pcc sulle attività religiose nel Paese. Era invece il 10 agosto, quando Asia News ha riportato che «nelle ultime settimane la Cina ha intensificato la repressione contro le attività dei gruppi religiosi, dalla pastorale ai servizi religiosi». «In questo contesto», ha proseguito, «le croci sono state rimosse, i membri del clero arrestati o tenuti in detenzione amministrativa esclusivamente per aver praticato la loro fede e i luoghi di culto sono stati costretti a sostenere la campagna di sinicizzazione secondo l’ideologia del presidente Xi Jinping». Rilevanti ostacoli sono stati anche posti ai fedeli cinesi che intendevano recarsi in Mongolia per la visita papale. «Una donna cinese della città nordoccidentale di Xi’an, che ha assistito alla messa domenica, ha descritto la difficoltà di effettuare il pellegrinaggio, dicendo che due organizzatori del suo tour erano stati arrestati in Cina», ha riportato Uca News. Inoltre, secondo Crux Now, i pellegrini cinesi recatisi dal Papa in Mongolia rischiano molto in patria.
Benedetto XVI, che pure inizialmente aveva tentato di aprire alla Cina, tornò de facto indietro quando si rese conto dei rischi. Nel 2012, il vescovo Giuseppe Yue Fusheng fu ordinato senza mandato pontificio e incorse quindi nella scomunica latae sententiae. Fu lo stesso padre Federico Lombardi a rivelare che, in quel periodo, i rapporti tra Pechino e la Santa Sede non erano sereni. Perché alla fine il nodo è proprio questo. Al netto di tutte le valutazioni diplomatiche, come si può essere contemporaneamente buoni cattolici e buoni cittadini, quando si è sottoposti a un regime comunista che calpesta metodicamente la libertà religiosa? Il sospetto è che l’attuale Ostpolitik vaticana stia mettendo in ombra figure come Joseph Zen, József Mindszenty fino allo stesso Tommaso Becket. Pechino, oggi, è un pericolo per la libertà della Chiesa Cattolica. E questo è un dato di fatto.
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