Nel mondo ottocentesco dell’investigazione sui fatti di sangue, spesso la deduzione logica doveva sopperire all’inesistenza di strumenti tecnologici. Un brandello di tessuto, un capello, si scrutavano con una lente di ingrandimento, come nell’iconografia di Sherlock Holmes. Oggi i microscopi penetrano i filamenti genetici. I progressi tecnologici hanno dato lo spunto a Vittorio Rizzi, oggi vicecapo vicario della polizia di Stato e all’epoca capo della Mobile di Roma, per costituire, alla sezione omicidi, una squadra delitti insoluti, che in seguito dette origine, a livello centrale, all’Unità delitti irrisolti, nucleo di specialisti che si concentra su crimini rimasti senza soluzione.
Prefetto, ci racconta questo percorso?
«L’evoluzione tecnologica ha dato una forte accelerazione a una serie di tecniche d’investigazione forense, con possibilità di riconsiderare alcuni casi del passato. Tra il 2005 e il 2006 ho iniziato a sperimentare le investigazioni sui casi pregressi. L’idea piacque all’allora direttore del servizio centrale operativo, che la costituì a livello nazionale».
Già alla mobile di Roma risolveste alcuni cold case.
«Ricordo quante volte è stata restituita giustizia alle vittime. Dal punto di vista etico è una cosa straordinaria».
Si trattava di casi rimasti insoluti da parecchio tempo?
«Sì, anche da 10-15 anni».
Quali sono i primi passi?
«Bisogna adattare l’attività investigativa allo stato dell’arte dell’epoca. Il primo lavoro è riguardare i fascicoli».
L’affinamento delle nuove tecnologie, come l’analisi del Dna, è importante ?
«È fondamentale e determinante. Agli inizi del Novecento, un criminologo e medico francese, Edmond Locard (1877-1966, ndr.), enunciò il “principio di Locard”: quando un criminale entra in un ambiente lascia qualcosa di sé in quell’ambiente e quell’ambiente lascia qualcosa sulla persona. All’epoca si potevano trovare un guanto, un capello, ma non so che cosa ci si potesse fare… Oggi, se l’investigatore trova una cellula, può valorizzarla attraverso l’esame del Dna, insieme a molte altre informazioni».
Per risolvere delitti datati può essere utile il ricorso, oltre al Dna, ad altre tecniche progredite nel tempo?
«Anche la balistica. Non sono cresciute le banche dati del Dna».
Non per chiederle dei suoi gusti letterari, ma c’è un noir che trova realistico o profetico?
«Uno studio in rosso di Arthur Conan Doyle (1887, ndr), il libro in cui nasce Sherlock Holmes e dice: “Ho trovato qualcosa che rivoluzionerà il mondo, un reagente che precipita con l’emoglobina”. L’autore scrive un manuale di criminologia. Immagina qualcosa che consenta di stabilire se una macchia rossa è sangue o non lo è. Non a caso Doyle era un medico».
Con quali criteri si selezionano i casi irrisolti?
«Sono selezionati sulla base di quante probabilità ci sono di risolverli, alla luce delle tracce ancor oggi disponibili. Si lavora su casi risolvibili. Le vittime sono tutte uguali».
Può anche accadere di non ottenere un risultato?
«Il lavoro dell’investigatore, come quello del magistrato e dell’avvocato, è un’obbligazione di mezzi, non di risultato. E anche quello del medico, che ha il dovere di curare, ma il risultato non si può garantire».
E se l’assassino, scoperto dopo tanti anni, fosse deceduto?
«Al di là del fatto che il responsabile del delitto sia morto o no, l’obiettivo non è tanto di arrivare a mettere le manette a qualcuno, ma di dare un nome al responsabile e giustizia a una vittima, ridare dignità a una persona. Alle volte, quando non si è identificato l’autore di un delitto, possono nascere tanti rumor. Come nel caso di Maria Scarfò. Faceva la barista in zona Quadraro, a Roma, e sparì in circostanze misteriose poco prima di Capodanno. Questa storia ha profondamente distrutto la sua memoria di Maria Scarfò. Si parlò di amanti, storie clandestine. In realtà era stata vittima di un omicida e stupratore seriale che, dopo l’uccisione della Scarfò, aveva tentato altre violenze. Era vivo, è stato identificato e arrestato nel 2007, grazie all’esame del Dna sul liquido seminale, di quest’uomo, correttamente conservato nei laboratori della Scientifica. Abbiamo restituito dignità a questa vittima e la possibilità, alla sua famiglia, di elaborare il lutto».
Si è sovente osservato che, la scena di vecchi delitti in un interno, è stata compromessa da modi di agire scorretti o maldestri. Può accadere ancora?
«Sulla scena del crimine oggi si seguono linee guida validate Iso 9001. Chi va sulla scena del crimine non solo adotta tutti i dispositivi di protezione individuale necessari, ma procede secondo una metodologia impostata su linee guida che ne accerta la corrispondenza con standard internazionalmente condivisi».
Rispetto a 40 anni fa, dunque?
«È un altro mondo. Nelle foto degli anni Novanta, lei vede la foto del cadavere, il giornalista sulla scena del crimine. Oggi tutto questo non accade più».
Qual è il caso di cui si è occupato, risolto, che ha richiesto le indagini più lunghe e complesse?
«Sicuramente le indagini sull’omicidio di Marco Biagi, perché si trattava di un attentato terroristico, studiato ed elaborato nei minimi particolari, con un’attività di preparazione di quasi due anni. Una cosa è investigare su un delitto d’impeto e, un’altra, è lavorare su una premeditazione di due anni da parte di una formazione terroristica che fa dell’anonimato e della sua sicurezza la propria mission. Li abbiamo arrestati tutti».
Come sono conservati, oggi, i reperti?
«Oggi un reperto non si conserva all’ufficio corpi di reato, ma con particolari cautele rese possibili dalla tecnologia attuale. Il reperto ha una catena di conservazione controllata e totalmente tracciabile, con codici a barre che ne seguono la vita presente, passata e futura».
Oggi è impegnato sul fronte del contrasto alla criminalità organizzata. Come sono cambiate le mafie?
«Non esiste più un concetto di radicamento territoriale delle mafie. Esse sono globali e globalizzate. Si formano alleanze tra organizzazioni mafiose di vari Paesi, la ’ndrangheta col Primeiro comando da Capital, una delle più pericolose organizzazioni criminali brasiliane, il Primeiro comando si allea con il cartello di Sinaloa, le mafie albanesi vanno in Ecuador per gestire il narcotraffico per conto magari del cartello messicano di Jalisco. Sono scenari globali. Oggi la buona notizia è che l’Italia, non esporta mafia, ma metodo e cultura dell’antimafia. Vedasi, ad esempio, le tecniche utilizzate a livello di Europol di contrasto all’infiltrazione della criminalità organizzata negli appalti pubblici per i fondi del Pnnr».
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