Napolitano, infatti, non si sarebbe limitato a dire la sua al nuovo inquilino del Colle durante le consultazioni, premendo affinché anche Sergio Mattarella metta in campo le arti della persuasione per far nascere un governo alternativo, ma starebbe lavorando di concerto con il capo dello Stato affinché il Pd receda dalla decisione di rimanere alla finestra in attesa che altri, cioè la Lega, si brucino le dita con il governo. Finora, nonostante i tentennamenti di Dario Franceschini e Andrea Orlando, il Partito democratico non è però tornato sui suoi passi, rinunciando alla scelta dell’Aventino. Maurizio Martina, il segretario autoreggente a cui Matteo Renzi ha lasciato la guida del Pd, ieri al Quirinale ha ribadito i concetti espressi a più riprese dal suo predecessore: «Gli elettori ci hanno messo all’opposizione e noi ci rimaniamo». Nessuno spiraglio dunque si è aperto nella conversazione, nemmeno quando il capo dello Stato ha fatto cenno agli impegni internazionali e alla necessità di avere figure autorevoli che ci rappresentino in giro per il mondo.
Tuttavia, nonostante il mite ex ministro dell’Agricoltura abbia ripetuto la lezione impartita da Renzi, i grandi vecchi non paiono avere intenzione di demordere. Napolitano di certo non si arrenderà per così poco, ma anzi si impegnerà ancora di più per convincere gli ex compagni della necessità di una giravolta che li riporti al governo. Anche Mattarella non pare spaventato dall’insuccesso del primo giro di chiacchiere. Anzi, da quel che lascia trapelare, sembra addirittura che avesse messo in conto una passerella inconcludente e dunque si stia preparando a una seconda e forse anche a una terza o quarta consultazione. Avendo una lunga esperienza democristiana, il capo dello Stato è abituato ai tempi lunghi e sa che per risolvere le crisi bisogna procedere con la massima pazienza, fiaccando gli interlocutori. Peraltro ieri il presidente ha incassato un’apertura da parte degli stessi 5 stelle. A differenza del disco rotto usato nei giorni scorsi, Di Maio ha messo sul piatto una musica diversa, facendo cadere il veto di un dialogo anche con l’ex segretario del Pd. Se prima il solo nome di Renzi suscitava l’orticaria, adesso dai grillini viene accolto senza urla né strepiti.
Si va dunque verso un’intesa fra pentastellati e piddini che tagli fuori il Nord, cioè Lega e Forza Italia? Secondo me ci proveranno, ma non ce la faranno. L’alleanza è solo auspicata dal nonno della Repubblica e dal suo successore, ma è difficile che si arrivi a tanto. Un patto di governo che preveda un ritorno in partita di Renzi, per la base grillina è perfino più indigeribile di un esecutivo di cui facciano parte alcuni ministri di Forza Italia. Ve lo immaginate? Gigino Di Maio dovrebbe giustificare la presenza dell’ex premier a ogni Consiglio dei ministri. E se anche Renzi restasse fuori, cioè rinunciasse a un posto da ministro degli Esteri, comunque il movimento che intendeva aprire il Parlamento con un apriscatole sarebbe costretto a portare la croce di aver fatto tornare al governo un partito che è stato il vero sconfitto delle elezioni. Un conto è trovare la quadra con qualche forzista, un altro è l’inciucio con il partito che ha voluto la legge Fornero, il Jobs act, i migranti e così via.
So che in politica non si deve mai dire mai, ma le chance di Napolitano di organizzare le nozze fra 5 stelle e Pd mi appaiono molto scarse. E anche se il matrimonio s’avesse a fare, sono convinto che ci sarebbe presto il divorzio breve. Mi sa dunque che il nonno della Repubblica dovrà inghiottire il rospo. Non gli è richiesto di baciare Salvini, per trasformarlo in un presidente azzurro. A me personalmente basterebbe che si rassegnasse alla pensione visto che, grazie alla sua bacchetta magica, in 80 anni di carriera di danni ne ha fatti tanti.
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