- Lo dicono le stesse associazioni di categoria: mai come quest’anno i media sono arcobaleno. Lamentarsi, però, è utile a spillare più soldi e a condurre lotte politiche.
- Dalla proiezione di 42 film in Lituania (oltre alla pièce «Trans Trans Trance») ai talk show sui queer e ancora campagne sulla diversità sessuale in Cina e in Colombia. Basta il marchio Lgbt e arrivano i fondi.
Lo speciale contiene due articoli.
Il trucchetto è semplice ed efficace. È una specie di ricatto morale, un’inversione della logica utile a farvi passare per i cattivi della situazione. Già: ogni volta che si protesta per i milioni spesi per le «buone cause», si viene dipinti come persone senza cuore, perfidi razzisti, gente feroce che gode nell’infierire sull’altro. Di fronte alla parola «diritti» è richiesto il silenzio: se il denaro dello Stato o delle istituzioni europee viene utilizzato per finanziare campagne a sostegno delle minoranze, contestare non si può. «Ma come», dice l’anima candida, «ti lamenti perché si utilizzano fondi per contrastare le discriminazioni?». Ma le discriminazioni non si combattono spargendo denari a pioggia. Distribuire soldi serve a foraggiare associazioni – sempre le stesse – che li utilizzano per portare avanti battaglie politiche. Anche perché, a dirla tutta, dalle nostre parti la minoranza Lgbt non è esattamente «discriminata». In Italia, in Europa e più in generale in Occidente, omosessuali, lesbiche e trans sono categorie iperprotette, di cui non si può che parlare bene pena passare per omofobi.
Iniziative di sensibilizzazione, eventi pubblici «educativi», manifestazioni culturali «contro l’odio»: tutto ciò non è più necessario da anni. E il motivo è semplice: il mainstream mediatico e culturale è interamente dipinto di arcobaleno. L’ultimo Gay pride di Milano, tanto per fare un esempio, era sponsorizzato da alcune delle più mastodontiche multinazionali del globo. Il colosso digitale Netflix ha tappezzato una fermata della metropolitana di cartelloni Lgbt, e si è addirittura preso la briga di attaccare il ministro della Famiglia, Lorenzo Fontana.
Insomma, il clima non è propriamente ostile. Anzi, il mondo Lgbt è talmente tutelato che qualsiasi critica è divenuta inammissibile. Se alcune associazioni diffondono cartelloni contro l’utero in affitto (pratica vietata dalla legge italiana), vengono censurate e multate perché gli attivisti arcobaleno lo pretendono. In compenso, per le strade e sui bus di una grande città come Bologna si possono tranquillamente affiggere i manifesti della fiera degli sposi omo, il «Gay bride expo» (benché i matrimoni gay, qui, non siano previsti). A certificare l’incredibile attenzione dei media nei confronti del mondo rainbow sono le stesse associazioni Lgbt. Nei giorni scorsi, è uscito il report 2018 di Glaad, cioè Gay & lesbian alliance against defamation. Questa organizzazione da tempo monitora i programmi tv e verifica quanto sia rappresentato sul piccolo schermo l’universo omosessuale e transessuale. Bene, secondo Glaad, la stagione televisiva 2017-2018 ha segnato un record: «Mai visti tanti personaggi Lgbt in tv, stagione da record», titolava il sito Gay.it. Glaad ha tenuto d’occhio ben 115 programmi di prima serata trasmessi dalle emittenti americane (tra cui Abc, Cbs, Nbc e Fox). In particolare, sono state esaminate le numerosissime serie tv oggi disponibili. Risultato: su 910 personaggi presenti nei vari show, ben 58 sono Lgbt, cioè 15 in più rispetto alla stagione precedente. «Complessivamente», riassume Gay.it «il 6,4% dei personaggi “regolari” in prima serata è Lgbtq, rispetto al 4,8% dello scorso anno. Per quanto riguarda i programmi via cavo, Glaad ha contato 103 personaggi Lgbtq (11 in più rispetto allo scorso anno), mentre con lo streaming si arriva a quota 70 ruoli Lgbtq totali (rispetto ai 65 dell’anno scorso)». Non paga, Glaad chiede che i principali network si impegnino per far arrivare al 10% la percentuale dei personaggi arcobaleno entro il 2020.
Ora, stabilire la percentuale di persone Lgbt in Europa e negli Usa non è semplicissimo. Tuttavia, qualche numero, negli ultimi anni, è circolato. Secondo una ricerca americana del 2016, negli Stati Uniti si arriverebbe a un 4,1% della popolazione, in virtù di un consistente aumento in tempi recenti. Dati relativi all’Italia (ma un po’ datati) li ha citati qualche mese fa l’autorevole studioso Marzio Barbagli: tra bisessuali e omosessuali, la percentuale nel nostro Paese si aggirerebbe intorno al 3,1. Come vedete, a livello mediatico la minoranza Lgbt è abbastanza sovrarappresentata. Le cifre contenute nel rapporto di Glaad si riferiscono agli Stati Uniti, ma è evidente che riguardino anche noi. Praticamente tutte le serie americane, infatti, sono visibili anche dal pubblico europeo e italiano. Sui vari siti di streaming in Rete, per dire, è già rintracciabile Pose, la serie firmata da Ryan Murphy che presenta il più alto numero di personaggi transessuali nella storia della televisione. A dicembre, poi, arriverà sul canale Fox di Sky la miniserie Butterfly, che racconta di un bambino di 11 anni intenzionato a cambiare sesso. In aggiunta ci sono le produzioni nostrane, come Skam Italia, disponibile su Timvision e dedicata all’amore fra due ragazzi. Di cambio di sesso si è parlato in lungo e in largo anche in programmi come Storie del genere (con Sabrina Ferilli, andato in onda su Rai 3), Love me gender (con Chiara Francini, trasmesso da Laeffe) e in tantissimi format del canale Real Time, particolarmente sensibile alle istanze Lgbt. Se vogliamo concentrarci sul cinema, invece, proprio in questi giorni sono sbarcati nelle nostre sale i film Boy erased (un atto d’accusa contro le terapie di conversione) e Girl, storia di un ragazzo che vuole diventare donna nonché étoile di danza classica. L’elenco potrebbe continuare, ma ormai vi sarete fatti un’idea. Certo, il fatto che in tv o al cinema o nei libri si raccontino storie arcobaleno non significa che tutte le forme di odio e intolleranza siano scomparse. Ma un conto è parlare di una residua sacca di violenza (verbale e talvolta fisica) che va scomparendo. Un altro conto è gridare alla discriminazione diffusa. Chi parla di omofobia dilagante lo fa per un solo motivo: ottenere più fondi per iniziative politiche e combattere ogni pensiero critico. Malmenare o insultare qualcuno per il suo orientamento sessuale è orrendo. Ma pure ridurre al silenzio chi critica l’utero in affitto e si oppone alle teorie gender fa ribrezzo.
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