Tre giorni a Firenze, «sento l’energia dei Medici qui, c’è qualcosa che mi lega». Il resto della settimana a Chiuduno, in provincia di Bergamo, «nel mio show room l’aria è particolare, è magico quel posto, si esce sereni, infonde libertà». Susanna Lissignoli, creatrice di Thot gioielli, a sua volta trasmette una carica inusuale. Saranno gli studi in storia dell’arte e costume antico, sarà la sua vita a mille, sta di fatto che la designer riesce a immettere tutto questo in ogni suo pezzo di altissima bigiotteria. «Provengo da una famiglia di imprenditori, sono stilista e ho lavorato per 12 anni nell’azienda di famiglia dove disegnavo accessori per tendaggi in legno di cui curavo lo stile», racconta a La Verità.
Dai tendaggi ai bijoux, un bel salto.
«L’azienda è stata ceduta e ho iniziato a lavorare per un anno e mezzo in un concept store dove mi occupavo dell’acquisto come buyer di accessori moda, quindi bigiotteria e profumeria artistica, facendo corsi di studio che mi hanno permesso di approfondire questo mestiere. Il department store di notevoli dimensioni, in collaborazione con Raz Degan e Paola Barale, viene chiuso e inizio un altro lavoro in una azienda di jeans, nella divisione bigiotteria. Creavo accessori. Dopo un anno e mezzo, purtroppo, chiude anche questa impresa e allora decido di realizzare il mio sogno, creare la mia linea di bigiotteria».
Percorso travagliato.
«Già. Solo che a quel punto avevo un’esperienza artistica ma non tecnica che mi serviva assolutamente per partire. Provengo da una zona della bergamasca dove si fa bigiotteria fashion ma d’importazione, che arriva in container dall’Oriente a un prezzo al pubblico di 20 euro al massimo, mentre volevo qualcosa di diverso, che avevo sempre sognato guardando le vetrate barocche di Notre Dame. Volevo ripristinare l’antica tecnica di lavorazione italiana della gioielleria e convertirla in bijoux fashion couture ma con un’alta tecnica per farla diventare esclusiva, unica, iconica, qualcosa di particolare, un gioiello customizzato. Un mestiere d’arte».
Quando è iniziata l’avventura?
«Inizio nel 2010, faccio la mia esperienza, butto un sacco di soldi proprio per la mia non conoscenza della tecnica finché nel 2012 scopro di avere un tumore- Avevo pochi mesi, ma il mio lavoro mi ha ridato la vita e sono molto orgogliosa e molto fiera di raccontare tutto questo. Le cose sono andate avanti, dopo otto mesi sono riuscita a camminare e ho deciso, attraverso dei contatti, di ricominciare da Firenze dove ho raggiunto dei gioiellieri locali che, a loro volta, erano passati dalla gioielleria alla bigiotteria, con la competenza tecnica dei gioielli, quello che a me serviva».
Che cosa è accaduto?
«Abbiamo deciso di proseguire, di andare avanti: loro si occupano della parte tecnica, io di quella artistica e del recupero conservativo di vecchi materiali. Spesso vado a Parigi dove acquisto delle filigrane, bordure di metallo antiche che faccio rivivificare a Firenze da uno scultore e da un incisore con una micro fusione a cera persa. Poi vengono puliti, polimentati con paste e spazzolini sottili e dorati. Un lavoro di pazienza, umiltà, un vecchio mestiere».
Lei ha dato nuova vita anche a un antico lavoro di alto artigianato.
«Assolutamente sì. Addirittura, nel 2019, abbiamo ripreso dai libri della storia la tecnica della gioielleria di Volterra, quella etrusca. Abbiamo ideato questi castoni fatti da noi dove viene inserita la pietra, ribattuti a mano. Ogni singolo castone è differente da un altro e al mondo nessuno fa questi lavori, molto lunghi, realmente artistici».
La mano d’opera è tutta di Firenze?
«Tutti, così come la produzione. Le idee e la creatività, invece, sono a Bergamo».
Perché il nome Thot?
«Nel 2009 stavo facendo un corso di tarologia antica arcaica e durante la ricostruzione dei tarocchi antichi del Trecento mi sono innamorata perdutamente della figura di Thot l’eremita, un dio egiziano della scrittura e della parola che nell’ultimo millenio si è scoperto essere l’alchimista, colui che trasformava il piombo in oro. Così, dalla trasformazione di materie impure nasce Thot. È rappresentato con un caduceo in mano che significa salute e difatti ha scritto le tavole smeraldine. Nell’altra mano tiene una lanterna che illumina il percorso. Metaforicamente Thot vuole portare luce nelle persone».
È questo lo scopo dei suoi gioielli?
«Certo, illuminano. Con la luce e con il colore. Devono infondere la gioia, il buon umore. Sono dei port bonheur con elementi che possono essere dei portafortuna. Thot aveva un copricapo tondo che rappresenta la circolarità ma anche il gioiello, il prezioso, e si espande in Occidente e in Oriente in un grande abbraccio. Per questo suo dualismo è meglio indossare due gioielli e non uno solo per poter trasmettere un potere energetico, far dialogare yin e yang e dare benessere spirituale».
Che materiali usa per i suoi gioielli?
«Ottone placcato oro 24 carati con l’inserimento di pietre semipreziose, resine tornite a mano in Italia, vetri, cristalli e strass».
Il mercato più importante?
«Noi siamo al 90% all’estero e in questo momento il mercato di riferimento è la Cina. Abbiamo departement store molto importanti come Brown Thomas, Harwey&Nichols a Hong Kong, il Bosco dei ciliegi a Mosca, prima avevamo tanta Russia ma con la guerra tutto si è fermato. Emirati Arabi e Londra perché Thot gioielli vende i propri prodotti a Paul Smith che li mette nei suoi negozi. Europa un po’ ferma».
Un marchio di nicchia come il suo come fa a vendere in questi Paesi?
«Partecipo due volte l’anno a Parigi a Premier class, fiera mondiale molto famosa per l’accessorio. È organizzata in concomitanza con le presentazioni dei grandi brand di abbigliamento, per cui i buyer soprattutto esteri che non vengono a Milano si trovano già a Parigi e, terminati gli acquisti di moda, passano in fiera e decidono cosa acquistare del settore accessori. Spesso do la possibilità di creare collezioni customizzate nel colore dato che il nostro è un prodotto sartoriale, couture. L’ultima collezione è ispirata agli anni Ottanta, a un momento gold e alla liberazione delle donne: la libertà femminile è rappresentata dalle catene pesanti e spesse che opprimono, mentre il potere maschile da borchie in ottone. Ho voluto trasmettere un vero e proprio messaggio».
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