L’Ue sblocca gli spiccioli del governo. Ma un altro sito per gli aiuti fa crash
Stefano Patuanelli (Ansa)
Bruxelles ha giudicato positivamente lo schema di intervento italiano, ma servirà a poco: per lo più sono miliardi che esistono solo sulla carta. Intanto, dopo quello dell’Inps, salta anche il portale del Mise.

Tanto per non sfigurare al cospetto dell’ormai leggendario portale Inps, crollato miseramente il primo aprile scorso davanti alla prevedibilissima ondata di domande per il bonus a 600 euro, ieri è stato a lungo inaccessibile (down, come si dice) anche il sito www.fondidigaranzia.it, che fa riferimento al ministero dello Sviluppo, e che (ammesso che un imprenditore sia così fortunato da riuscire a entrarci) dovrebbe mettere a disposizione il modulo per la richiesta di garanzia in vista del prestito, teoricamente fino a 25.000 euro, promesso dal decreto liquidità.

Ieri, in diversi momenti della giornata, e da diversi device fissi e mobili, abbiamo provato ad accedere, ma non ci siamo riusciti, trovandoci di fronte alla disperante scritta: «Server error. There is a problem with the page you are looking for» (in effetti, non occorreva particolare perspicacia per rendersi conto dell’esistenza di un problema tecnico). Vedremo se anche stavolta il governo evocherà il sabotaggio da parte di ipotetici e fantomatici hacker.

Certo, considerando l’esperienza infelice di due settimane fa, il livello di attesa per questa misura, il tempo che passa e l’aggravarsi della crisi delle pmi, la sensazione è che Giuseppe Conte e i suoi stiano mettendo a dura prova la pazienza degli italiani. Speriamo in ogni caso che oggi vada meglio.

Disavventure telematiche a parte, ieri è arrivata la notizia del via libera da parte dell’Ue, che ha ritenuto lo schema di intervento del governo italiano accettabile e in linea con il quadro temporaneo sugli aiuti di Stato adottato dalla Commissione il 19 marzo scorso a seguito dell’emergenza coronavirus.

A infiocchettare il pacco, ha provveduto un comunicato della vicepresidente Margrethe Vestager: «Lo schema di garanzie varato dall’Italia consentirà garanzie pubbliche su nuovi prestiti e sul rifinanziamento dei prestiti esistenti per tutte le imprese, incluse quelle grandi. Insieme all’altro schema per sostenere i lavoratori autonomi e le pmi colpite dagli effetti della pandemia di Covid-19, lo schema aiuterà le imprese a coprire i loro bisogni immediati di capitale circolante e di investimento, in questi tempi difficili».

Tutto bene, dunque? Neanche per idea, almeno per due ragioni. La prima è che non si ha ancora certezza (ma i segnali non sono positivi) sul fatto che il complesso delle norme attuative superi i criteri di Basilea e faccia anche venir meno le segnalazioni al sistema Crif, la temutissima centrale rischi.

In particolare, per evitare che piccole cicatrici del passato recente incidano negativamente sulla posizione dell’imprenditore, sarebbe indispensabile disporre la cancellazione dal sistema delle segnalazioni per importi al di sotto di una certa soglia. In mancanza di ciò, un imprenditore al limite, che viaggiava sul filo del rasoio, rischia di cadere inesorabilmente vittima delle forche caudine delle valutazioni bancarie, del rating, del merito. Tutte cose che potranno ritardare o precludere l’accesso a una liquidità vitale.

La seconda ragione, più volte spiegata in questi giorni dalla Verità, è stata ribadita ieri anche dall’ex viceministro delle Finanze Enrico Zanetti: e si tratta di un’osservazione che dà il sapore della beffa al semaforo verde fatto scattare da Bruxelles. Di che si tratta? Dell’esiguità delle munizioni inserite dal governo nel decreto (appena un minuscolo miliardo). Davanti a risorse così limitate, è fantasioso immaginare un effetto leva che moltiplichi all’infinito i pani e i pesci. Scrive Zanetti: «Quello che forse sfugge è che tanto i primi quanti i secondi 200 miliardi (sia quelli come garanzia per i prestiti sia quelli per il sostegno all’export, ndr) costituiscono un mero “tetto massimo” di assunzione di impegni consentita a Sace. Un “tetto massimo” che avrebbe potuto anche essere fissato nella misura di 1 milione di miliardi, ma che non avrebbe spostato di un millimetro la reale operatività che potrà essere sviluppata da Sace, la quale resta ovviamente agganciata al Fondo di dotazione che lo Stato le mette a disposizione». Ma il decreto liquidità (art. 1 comma 14) stanzia solo 1 miliardo. E allora ecco le conclusioni dell’ex viceministro: «Anche ipotizzando che Sace, in ragione di una ritenuta migliore qualità del proprio portafoglio, operi con una leva finanziaria di 20, tale per cui, per ogni euro disponibile del Fondo di dotazione, concede garanzie per 20 euro, significa che al momento la “potenza di fuoco” messa in campo dallo Stato con il decreto liquidità non è di 400 miliardi, bensì di 20 miliardi».

Facendo un passo indietro e tornando al Cura Italia di marzo, sono tuttora in attesa sia le partite Iva (per i 600 euro) sia i lavoratori sospesi (per la cassa integrazione). Per ciò che riguarda i primi, il governo assicura che il pagamento avverrà tra oggi e il 17 aprile (giova ricordare che lo stato d’emergenza è stato proclamato il 31 gennaio e il lockdown è stato deciso il 10 marzo). Lunga attesa anche per la cassa integrazione: fine aprile o entro 30 giorni dalla domanda.

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