L’Iran minaccia attacchi a Gibilterra: «Chiuderemo anche il Mediterraneo»
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Gli Huthi hanno reso pericolose le rotte attraverso il canale di Suez, ora i pasdaran promettono di bloccare le colonne d’Ercole. Drone colpisce nave cisterna nel Mar Arabico: è la risposta all’attivismo Usa nell’area.

Dopo la crisi del canale di Suez provocata dai ripetuti attacchi degli Huthi alle navi mercantili nel Mar Rosso, presto potrebbe verificarsi quella del Mar Mediterraneo. L’allarme arriva dall’Iran, dove i pasdaran, alleati dei miliziani yemeniti, hanno minacciato di chiudere l’accesso allo stretto di Gibilterra per rispondere ai crimini di guerra perpetrati da Israele, in collaborazione con gli Stati Uniti, nella Striscia di Gaza. A riportare quella che è a tutti gli effetti un’intimidazione è stato direttamente il generale di brigata dei Guardiani della rivoluzione della Repubblica islamica, Mohammad Reza Naqdi: «Questa non è solo retorica. Si aspettino presto la chiusura del Mar Mediterraneo, dello stretto di Gibilterra e di altre vie d’acqua», ha dichiarato ai media iraniani.

Un’eventualità che, dovesse realizzarsi, bloccherebbe il commercio non solo del Vecchio continente, ma di tutto il mondo, provocando seri danni a un’economia europea già messa a dura prova dal conflitto in Ucraina e dalla situazione attuale nel Mar Rosso. Ieri, stando a quanto riportato da Ukmto, organizzazione del Regno Unito per il commercio marittimo, una nave cisterna battente bandiera della Liberia e collegata a Israele, che trasportava prodotti chimici, è andata in fiamme dopo essere stata colpita da un drone. L’attacco, avvenuto nel Mar Arabico a largo delle coste indiane, a 200 miglia nautiche a Sudovest di Veraval, e non ancora rivendicato dal gruppo sciita yemenita, sarebbe una risposta al recente dispiegamento nell’area di una forza navale internazionale voluta dagli Stati Uniti – e della quale fa parte anche l’Italia – per frenare l’espansione delle attività degli Huthi e di conseguenza dell’Iran.

La portavoce della sicurezza nazionale della Casa Bianca, Adrienne Watson, ha detto senza troppi giri di parole che il regime degli ayatollah è profondamente coinvolto negli attacchi operati dagli Huthi contro le navi mercantili che transitano nel Mar Rosso, spiegando che «non c’è motivo di credere che l’Iran stia cercando di dissuadere i miliziani yemeniti da questo comportamento sconsiderato» e che «l’intelligence iraniana è fondamentale per consentire agli Huthi di prendere di mira le navi». Una dichiarazione che si inserisce in un contesto di scambio di accuse tra Washington e Teheran, dopo che la Guida suprema, Ali Khamenei, ha accusato gli Usa di aver «agito spudoratamente» in occasione del Consiglio di sicurezza Onu che, con una risoluzione, dà il via libera all’accesso degli aiuti umanitari a Gaza, senza però alcun riferimento a un cessate il fuoco immediato. L’ayatollah, nel suo discorso riportato da Press Tv, ha poi rincarato la dose dicendo: «La grande vittoria della nazione palestinese è che ha screditato l’Occidente e l’America e le loro false rivendicazioni sui diritti umani. Oggi nessuno al mondo ritiene diversi il regime sionista, l’America e l’Inghilterra».

Tutto questo avviene mentre a Gaza si continua a combattere e le trattative per il rilascio degli ostaggi sono ferme al palo. Ieri c’è stata una telefonata tra il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi e quello iraniano Ebrahim Raisi, in cui quest’ultimo ha affermato che «gli Stati Uniti non possono svolgere il ruolo di benefattore e di pacificatore a Gaza, perché da un lato invitano ipocritamente tutte le parti all’autocontrollo, e dall’altro forniscono sostegno militare al regime sionista e pongono il veto alla risoluzione dell’assemblea generale delle Nazioni unite».

Intanto Hamas ha fatto sapere di aver perso i contatti con un gruppo affiliato che detiene in ostaggio un gruppo di cinque israeliani, ipotizzando che potrebbero essere stati uccisi in seguito a un raid condotto dall’esercito di Gerusalemme. Il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, dopo l’approvazione della risoluzione del Consiglio di sicurezza, ha chiesto il rilascio immediato e incondizionato degli ostaggi. Onu che, attraverso l’ufficio dell’Alto commissario per i diritti umani, ha denunciato l’uccisione di almeno 11 palestinesi disarmati avvenuta il 19 dicembre a Gaza City davanti ai propri familiari; mentre, secondo la protezione civile che opera a Gaza, 76 membri di una famiglia palestinese allargata sono morti in seguito a un raid aereo israeliano. Il ministero della Sanità palestinese, controllato da Hamas, ha aggiornato il numero delle vittime dall’inizio del conflitto, salito a quota 20.258, oltre a 53.688 feriti. L’Idf intanto ha comunicato di aver arrestato nel corso dell’ultima settimana più di 200 miliziani di Hamas e della jihad islamica e di averne uccisi circa 2.000 nelle ultime tre settimane.

Anche il fronte a Nord con il Libano continua a essere caldo. Il Times of Israel ha scritto di attacchi aerei condotti dall’aeronautica israeliana nei pressi di Kafr Kila. Il Wall Street Journal, invece, ha rivelato un retroscena relativo a una telefonata dello scorso 11 ottobre tra Joe Biden e Benjamin Netanyahu, in cui il presidente americano avrebbe convinto il suo omologo israeliano a non attaccare preventivamente Hezbollah in Libano, in modo da evitare un allargamento del conflitto.

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