I dati diffusi per i 172 anni dalla nascita della polizia mostrano che le frodi in Rete sono sempre più sofisticate. Ivano Gabrielli, a capo della postale: «In futuro, con l’intelligenza artificiale monitoreremo pure il cyberterrorismo».

Anche nel nostro Paese, negli ultimi anni, il cybercrime ha registrato negli anni un aumento esponenziale, sia per quanto riguarda il numero di reati commessi, sia per quanto riguarda il livello e la qualità criminale. I tempi in cui, agli albori della diffusione di internet in Italia, i principali pericoli che le nostre forze dell’ordine dovevano contrastare erano la diffusione di copie pirata di programmi e videogiochi e la fase embrionale della diffusione del materiale pedopornografico, sono ormai lontani. Anche se il fenomeno della pedopornografia è cresciuto a dismisura, tanto che nel 2023 il Centro nazionale per il contrasto della pedopornografia online ha portato avanti 2.702 investigazioni, e indagato 1.239 persone, oggi il bersaglio più ambito dai cybercriminali, ormai strutturati in vere e proprie organizzazioni, sono i dati presenti sulla Rete, che vengono utilizzati per attaccare l’integrità dei servizi pubblici essenziali, realizzare frodi informatiche e campagne di «cyber-estorsione», alimentare i mercati neri del darkweb e aggredire la sfera più intima della libertà personale dei cittadini, tra cui i minori sono purtroppo i soggetti più esposti.

Un ruolo da protagonista assoluto nel contrasto a questo tipo di reati è quello che viene giocato dalla polizia postale e delle comunicazioni, nata nel 1998, quando il crimine online era ancora agli albori e gli italiani si connettevano a fatica con lentissimi modem analogici. I dati sulle attività della polizia postale, diffusi in occasione dei festeggiamenti per i 172 anni della polizia di Stato, fotografano chiaramente la complessa attività di prevenzione e repressione portata avanti dagli uomini guidati da Ivano Gabrielli, un veterano della postale, nella quale è entrato nel 2006, e della quale è diventato direttore nel 2022.

Alla Verità Gabrielli spiega che il servizio da lui diretto, in virtù dei suoi 26 anni di attività, si può considerare «una delle polizie cibernetiche più vecchie del mondo». Oggi la polizia postale è una realtà articolata in 18 centri operativi per la sicurezza cibernetica, recentemente riorganizzati, che agiscono sotto l’egida del Centro nazionale anticrimine per la protezione delle infrastrutture critiche (Cnaipic). A loro volta i centri operativi controllano 82 sezioni per la sicurezza cibernetica, che permettono di garantire, spiega Gabrielli, «il presidio di sicurezza che deve essere dato da una struttura di polizia e di Enforcement ai cittadini e alle infrastrutture sensibili e quindi alle infrastrutture critiche che oggi proteggiamo».

L’anno scorso, la sala operativa dello Cnaipic ha gestito, a livello nazionale, 632 attacchi a sistemi informatici di strutture nazionali di rilievo strategico, 79 richieste di cooperazione nel circuito internazionale High tech crime emergency, avviato 96 indagini e indagato 98 persone. Per Gabrielli quello della cybersicurezza ormai va considerato un tema che riguarda «la difesa dei nostri confini» e che rappresenta anche la «proiezione delle nostre capacità di difesa online in tema di intelligence». Per questo, spiega, oltre alla recente introduzione dell’agenzia per la sicurezza nazionale, anche «i nostri servizi hanno strutture deputate a questo di resilienza». Ma a essere fondamentali sono soprattutto «il contrasto e la prevenzione alla criminalità informatica». Un compito non facile, visto che si non si tratta di proteggere una superficie fisica, ma «multidimensionale». Una situazione resa ancora più critica dall’avvento dello smartworking, che ha aumentato la vulnerabilità delle infrastrutture, spesso soggette anche a errori da parte di chi le gestisce. «C’è una statistica che è significativa», aggiunge Gabrielli, «che dice che oltre il 70% degli attacchi informatici, anche portati a infrastrutture critiche, partono da un attacco portato a un dipendente che non ha saputo gestire le proprie password, o a un account a un sistema di lavoro da remoto e quindi smartworking, o anche nella gestione come non corretta da parte degli amministratori di sistema». La sfida del futuro nel settore del cybercrime non può che passare attraverso l’intelligenza artificiale, che, spiega ancora Gabrielli, viene già usata per i reati commessi attraverso la Rete: «Quello che vedremo con l’intelligenza artificiale, e che già stiamo vedendo, è di fatto la potenzialità di uno strumento che può mistificare la realtà, che può creare quindi voci credibili in maniera, sintetizzata, immagini, video». Oggi, aggiunge, «viene sfruttata per fare delle truffe di alto livello», ma in futuro «potrà essere sfruttata per la gestione di un’enorme mole di dati per compiere attacchi informatici», ad esempio ai sistemi di pagamento online. L’Intelligenza artificiale però viene già usata anche dalle forze di polizia per contrastare il cybercrime, attraverso delle «attività predittive e preventive» di attacchi informatici, sfruttando la capacità dell’Ia nell’esaminare una mole enorme di dati e ricavarne analisi, che in futuro potranno permettere, ad esempio, di monitorare perfino il cyberterrorismo.

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