L’Europa che ci fa le pulci sui conti
è quella che ci ha spinto a rovinarli
Ursula Von Der Leyen (Ansa)
I fondi per ridurre le tasse non bastano perché sono stati drenati dai sussidi: il modello Ue danneggia il Pil, l’industria e il welfare.

L’inchiodata della locomotiva tedesca e i dati nostrani sull’occupazione confermano ciò che in molti temono: un inverno economicamente difficile. A peggiorare le cose ci penserà l’Unione europea. E non lo diciamo per partito preso, ma perché sempre più spesso Bruxelles si propone come cura dopo aver causato o con-causato la malattia. Lasciamo da parte il Pnrr (un piano quinquennale su modello sovietico), il Mes, la gestione dei bail in nel 2015 e gli altri fallimenti bancari, la pandemia e la schizofrenica gestione della politica estera. Concentriamoci sui conti. Se entrerà in vigore dopo gennaio non impatterà sulla legge finanziaria 2024, ma se invece il Patto di stabilità dovesse essere approvato prima nel migliore dei casi l’Italia si troverà a gestire già dal prossimo anno almeno 7 miliardi di tagli.

L’Europa vuole introdurre il nuovo concetto di spesa pubblica netta, cioè la capacità degli investimenti di incidere direttamente sulla crescita del Pil. Da qui deriverà un percorso di nuova austerity che alla fine della giostra dovrà riportare i Paesi a raggiungere i due parametri storici del Patto di stabilità. Il 3% di deficit e il rapporto tra debito e Pil del 60%. Ogni Paese avrà un percorso su misura che potrà durare quattro o sette anni. Al termine dei percorsi non saranno concesse deroghe. Lo schema di rientro sembra invece essere una nuova forma di vincolo esterno che per giunta va a sommarsi all’enorme vincolo interno che va sotto il nome di Pnrr. La proiezione degli effetti concreti è già stata elaborata dai tecnici della Commissione incrociando i target di rientro previsti dalla nuova proposta Ue con i numeri dell’economia italiana. L’aggiustamento minimo annuale dal deficit eccessivo, nel nuovo possibile Patto è dello 0,5% del Pil. Considerati, inoltre, i termini dello scostamento del bilancio italiano rispetto ai tetti europei di debito e deficit (rispettivamente 60% e 3% in rapporto al Pil), lo sforzo di aggiustamento per l’Italia in una traiettoria di quattro anni dovrebbe essere pari allo 0,85% del Pil all’anno. Circa 14 miliardi di euro. Se invece l’Italia potesse usufruire di un’estensione del periodo di aggiustamento fino a sette anni la correzione annua scenderebbe allo 0,45% del Pil. Circa 8 miliardi. Il tutto sotto stretta sorveglianza dei tecnici di Bruxelles.

Ci scusiamo per la lunga premessa. Ci sembrava opportuno fare prima un quadro di ciò che stiamo per rischiare al fine di anticipare ai lettori come la sinistra, i socialisti europei e la Commissione in carica ci faranno le pulci. Ergendosi a giudici terzi. Cosa che nessuna delle figure citate poco sopra è. Lo dimostra il fatto che i principali capitoli di spesa che stanno mettendo in difficoltà il nostro bilancio e la capacità di affrontare interventi proattivi sull’economia per rilanciarla sono stati suggeriti o approvati dalla stessa Ue. Ci riferiamo alle due bandiere del governo Conte, proseguite con l’esecutivo Draghi: il Superbonus e il Reddito di cittadinanza. Il primo intervento era piaciuto perché nel solco della transizione green. Peccato che se l’attuale governo non avesse interrotto (creando purtroppo un ampio esercito di esodati) lo schema di agevolazioni ci saremmo trovati il prossimo anno con almeno 60 miliardi di deficit. Immaginate che cosa sarebbe successo. Il secondo pilastro, il Rdc, è sostenuto dall’Ue chiaramente per altri motivi ideologici. L’obiettivo sembra essere quello di trasformare la nostra società ampliando a dismisura il numero di cittadini sussidiati (e quindi controllabili) per mantenere il costo del lavoro molto basso. L’immissione di manodopera extracomunitaria contribuisce a sostenere il trend. Al tempo stesso, però, l’ingente spesa per i sussidi (ora siamo sopra ai 9 miliardi l’anno) blinda i bilanci e rende sempre più difficile, dentro i parametri del Patto di stabilità, tagliare le tasse a chi produce. L’unica strada che permette alla ricchezza di crescere e quindi di sostenere il Pil.

Invece, seguendo la strada Ue chi produce è sempre più gravato, ma le sue spalle sono sempre più sottili. Su circa 60 milioni di italiani, 18,5 sono pensionati. Tra l’altro di questi solo 13,5 rientrano nella previdenza lavorativa. Gli altri non hanno versato contributi o non ne hanno versati di sufficienti. Gli occupati sono 23,4 milioni. Di questi 3,3 sono dipendenti pubblici. In quanto tali, essendo un costo (o un investimento secondo taluni), sono da togliere dalla lista degli attivi. Non versano alle casse ma richiedono un budget di 170 miliardi ogni anno. Restano insomma 20 milioni di lavoratori, di cui solo 17 hanno lavori stabili e continuativi. Se contiamo infine che ci sono circa 10 milioni di ragazzi under 19, significa che sulle spalle di 17 milioni di lavoratori ci sono altri 31 milioni di cittadini a cui sono da aggiungere i disoccupati sussidiati. Se proseguiamo su questa strada altro che conti scassati.

Prima che ci sia un’inversione di tendenza demografica (stimata nel 2040) finiremo in una spirale. E a quel punto è chiaro che l’Ue ci chiederà di abolire il welfare così come l’abbiamo conosciuto. Un cane che si morde la coda. Sussidi ma via le vecchie pensioni: troppo onerose. Sussidi, ma via la vecchia sanità. E così via. Intanto il Vecchio continente diventerà un deserto industriale.

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