Non deve essere lo Stato a dire chi si cura e chi no
Indi Gregory (iStock)

Lo so, l’attenzione dell’opinione pubblica è monopolizzata da quanto sta accadendo a Gaza. E poi ci sono la guerra in Ucraina, la manovra con le ricadute sulle pensioni e sulla casa. Infine, la polemica sull’apertura di due centri per migranti in Albania, con la sinistra che accusa la destra di voler creare la Guantanamo italiana.

Sì, ho capito che abbiamo un’infinità di problemi e dunque non c’è tempo per pensare ad altro. Però, quella bambina inglese a cui si vuole staccare la spina è per me un pensiero fisso. Dei giudici ritengono che la sua vita non meriti di essere vissuta e fa niente se i genitori la pensano in maniera diversa e chiedono di non interrompere le cure.

Indi Gregory, questo è il suo nome, ha otto mesi ed è affetta da una grave malattia genetica. Da quando è nata, è ricoverata presso il Queen’s medical di Nottingham, cittadina resa celebre dalla leggenda di Robin Hood, il giustiziere che rubava ai ricchi per dare ai poveri. Purtroppo, nella vicenda di Indi non c’è nessun eroe popolare, nessun paladino che ne sposi la causa e ne prenda le difese contro il potente di turno. Dunque, se non interverranno fatti nuovi, ossia una decisione dell’Alta Corte che le consenta di vivere e di essere trasferita in un altro ospedale, magari in Italia (il nostro governo le ha concesso la cittadinanza e dunque potrebbe essere curata al Bambin Gesù di Roma, che già si è offerto), presto sarà condannata alla morte. Qualcuno dirà che crescere con la prospettiva di passare la vita in ospedale non è vivere. Può essere, ma a deciderlo dovrebbe essere la piccola Indi, o per lo meno dovrebbero stabilirlo i suoi genitori, ovvero chi l’ha messa al mondo e la ama, non una fredda corte di giustizia. In passato, nonostante gli appelli, un altro bambino inglese, Alfie Evans, fu lasciato morire per decisione della magistratura. Mamma e papà si opposero in ogni modo e a salvarlo non servì né l’offerta di ricovero del Bambin Gesù, né il conferimento della cittadinanza italiana, sollecitato all’epoca proprio da Giorgia Meloni. Andò meglio a Tafida, bambina britannica di origine pakistana, che nonostante sembrasse destinata a fare la fine di Alfie fu a un certo punto trasferita e ricoverata al Gaslini di Genova. La tragica roulette russa che prima aveva ucciso il piccolo affetto da un disturbo neurovegetativo la salvò, ma ora potrebbe condannare Indi.

Se non mi stanco di pensare a quella bambina di otto mesi la cui vita è appesa non alle macchine ma alla decisione dei giudici, è perché penso che non si possa decidere con una sentenza se ti puoi curare oppure no. Non può essere un magistrato a stabilire se «il miglior interesse della piccina è morire», perché in questo modo non soltanto si cancella la responsabilità dei genitori, il loro diritto a occuparsi dei figli, accettando un sacrificio che solo un papà e una mamma possono accettare, ma si stabilisce che la vita e la morte sono affari da tribunale e si decide in base al codice ciò che è nell’interesse pubblico e cosa non lo è. Perché è evidente che qui non c’è solo la tutela dei diritti di un minore. Anzi, togliamo il solo, perché forse non si sta amministrando la legge a tutela di un infante, ma la si esercita a salvaguardia del bilancio pubblico. Curare Indi costa ed è per questo che l’ospedale di Nottingham vuole staccare la spina. Morta lei si libera un posto letto. Non è in discussione «l’interesse di un minore», ma quello maggiore dei conti dell’ente che è proprietario del Queen’s medical.

Tutto ciò fa riflettere su quale sia il pericolo di una salute pubblica valutata solo con i parametri delle entrate e delle uscite, che porta inevitabilmente a guardare i pazienti, o per lo meno i pazienti lungo degenti, come una specie di costo da abbattere. Bisogna fare «saving», dicono i manager, ma se il «saving» significa risparmiare sulle cure delle persone, chiunque può comprendere che il limite può essere valicato per una bambina di 8 mesi, ma anche per un malato terminale o per un anziano. Le aspettative di vita non servono solo a calcolare la pensione, ma a quanto pare anche per decidere se interrompere o meno una vita.

C’è un altro elemento che dovrebbe essere considerato e riguarda la salute pubblica affidata alle mani dello Stato o di un magistrato. Se è lo Stato a decidere quando ti devi curare, sarà sempre lo Stato o un suo servitore, ossia un giudice, a stabilire quando si può smettere di farlo. Se c’è un’autorità che con un dpcm ti può imporre di vaccinarti, pena l’esclusione dalla vita sociale o il pagamento di una pena pecuniaria, la stessa autorità potrebbe decidere che non devi essere curato. Ricordate quando cominciò a circolare l’ipotesi che ai non vaccinati non avrebbe dovuto essere consentito un intervento chirurgico e, addirittura, qualcuno paventò l’idea di un’obiezione di coscienza nei confronti di chi non fosse stato immunizzato? Beh, il ragionamento è sempre lo stesso. Se affidi a terzi i diritti alla Salute, poi ti puoi aspettare tutto. In nome dell’interesse collettivo, puoi essere obbligato a curarti oppure essere condannato a morire. Ovviamente, sempre per un bene superiore.

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