2019-10-18
Paolo Zngrillo (Ansa)
Il ministro: «Le prossime due settimane saranno determinanti per decidere in merito. È un bene per Forza Italia che ci siano volti nuovi. E Marina Berlusconi ci spinge a fare meglio. Matteo Piantedosi? Una faccenda privata. Sui contratti della scuola abbiamo recuperato nove anni».
Ministro Zangrillo, andiamo subito al punto. Non molte ore fa lei ha firmato il rinnovo del contratto (solo la parte economica) della scuola. In media 137 euro in più al mese per circa 1,3 milioni di lavoratori. Di questi tempi è una notizia. Ma fa ancora più notizia la firma della Cgil, in controtendenza rispetto ai no imposti da Maurizio Landini in tutta questa legislatura. Cos’è successo?
«Innanzitutto mi faccia dire che in meno di tre anni questo è il terzo rinnovo del contratto dell’Istruzione della legislatura, una cosa mai successa prima. In tre anni abbiamo portato a casa i rinnovi di nove anni (dal 2019 al 2027 ndr) con incrementi del 17% pari a 400 euro lordi al mese. Creare continuità ed evitare i ritardi atavici era uno degli obiettivi che ci eravamo posti a inizio mandato e possiamo dire di averlo raggiunto anche grazie al lavoro di squadra del governo che ha già stanziato le risorse per il triennio successivo, il 2028-2030».
E questi sono fatti. Così com’è un fatto che la Cgil si era sempre opposta ai rinnovi, mentre a questo giro ha firmato. Come ha convinto Landini?
«Guardi, io non ho incontrato Landini e quindi non so se si sia convinto. Posso invece dire di aver trovato i rappresentanti della Cgil al tavolo molto ben disposti al dialogo vista l’importanza della proposta dell’Aran (che rappresenta lo Stato nella contrattazione ndr), consapevoli che continuare a restare fuori dalla trattativa sarebbe stato controproducente anche per il sindacato».
Beh, anche i rinnovi offerti in passato erano abbastanza sostanziosi, il governo ha stanziato circa 20 miliardi per i contratti della Pa, eppure Landini ha sempre detto no. Ha notato una spaccatura nel sindacato?
«Non mi faccia dire cose che non so e non mi faccia entrare in questioni che non mi competono. Per quello che ho visto io, c’era una gran voglia anche da parte dei rappresentanti della Cgil seduti al tavolo di mettere da parte la politica e di pensare agli interessi dei lavoratori. E infatti alla fine siamo riusciti a trovare la quadra».
Bene il contratto. Però il governo dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia sta vivendo il momento più complicato da inizio legislatura. C’è ancora qualcuno che pensa alle elezioni anticipate?
«Io non sottovaluto la sconfitta, che c’è stata, ma credo anche che nei momenti delicati sia fondamentale mantenere lucidità e guardare i numeri. I numeri del voto dicono che il Sì ha avuto più consensi di quelli raggiunti dalla coalizione di centrodestra alle ultime politiche e i sondaggi fotografano una situazione sostanzialmente immutata. Insomma, l’ipotesi del voto anticipato mi è sempre apparsa irrealistica».
Detto questo, l’economia sta peggiorando e il governo ha varato un mini-rimpasto che nessuno sa dire se sia finito.
«Non confondiamo i piani però. La situazione economica risente evidentemente del conflitto in Medio Oriente che non dipende certo da noi. Dal cdm siamo usciti con delle misure tampone come il rinnovo del taglio delle accise che erano fondamentali, ma ovviamente non basta. La situazione è seria e quindi nessun Paese può risolverla da solo, i provvedimenti vanno presi a livello europeo».
Che vuol dire stop al Patto di stabilità?
«Certo, il prima possibile».
Ma l’Europa dice che deve esserci una recessione per fermare l’automatismo dei vincoli. Paradossale no?
«Certo che è paradossale. E io sono convinto che con un conflitto lungo, Bruxelles non potrà non concedere deroghe al Patto, anche perché parliamo di una crisi energetica che per l’Europa è la più grave degli ultimi 30 anni».
Tempi?
«Le prossime due settimane, al massimo i prossimi 20 giorni, saranno decisivi per prendere una decisione».
Una volta ottenuta maggiore possibilità di spesa dove dovrebbero andare le risorse?
«La priorità va data a imprese e famiglie. Le prime hanno da sempre avuto nell’eccessivo costo dell’energia un fattore di gap competitivo rispetto ai loro concorrenti. Le seconde rischiano di subire aggravi sui carburanti e in bolletta. Ecco, noi dobbiamo annullare del tutto o comunque limitare più che possiamo questi rincari».
Paradossale che si parli di rimpasto di governo in questa situazione?
«Ancora una volta sarebbe sbagliato confondere i piani. Il governo va avanti, ricordiamoci sempre che restiamo l’esecutivo più solido rispetto ai nostri principali alleati europei, penso a Francia e Germania».
È scoppiato però anche il caso Piantedosi.
«Si tratta di una questione privata e tale doveva rimanere».
Anche il suo partito Forza Italia, comunque, è in fibrillazione. Dopo l’avvicendamento Gasparri-Craxi, sembra siano possibili altri cambiamenti.
«In Forza Italia si è aperta una nuova fase: metabolizzato l’esito del referendum, non rinunceremo certo a proseguire nella battaglia per una giustizia più giusta. E in ogni caso adesso siamo proiettati alle elezioni politiche del 2027».
Con facce nuove?
«Anche con delle facce nuove per lavorare a dei cambiamenti che devono riguardare sia l’organizzazione sia la proposta politica. Io arrivo dal mondo delle imprese e del privato e ho una visione sui cambiamenti un po’ diversa dal consueto ragionamento politico. La mobilità tra ruoli, gli avvicendamenti sono fisiologici in ogni organizzazione e mostrano vitalità e voglia di migliorarsi. Non li vedo come una bocciatura o un regolamento di conti, ma come un fisiologico avvicendamento di forze».
I rapporti tra Marina Berlusconi e il segretario di Forza Italia Antonio Tajani come sono?
«Ci si sorprende per l’incontro tra i due. Trovo normale che la figlia di chi ha fondato il movimento se ne occupi, d’altronde tutti sanno che Forza Italia è una delle creature a cui più teneva Silvio Berlusconi. Marina vuole solo il meglio per noi e ci sprona a migliorare».
Ecco, secondo lei in cosa dovrebbe migliorare il partito. Cosa vi ha insegnato il referendum?
«Ci ha detto che dobbiamo lavorare sui giovani, sulla Generazione Z che ha avuto un ruolo decisivo nella vittoria dei No. Il tema non è solo di contenuti: certo che servono delle proposte che vanno comprese dalle nuove generazioni e per fare ciò dobbiamo essere capaci di usare linguaggi adeguati».
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Per stupire gli ospiti accostatevi a questa preparazione d’altri tempi che però è perfettamente in sintonia con il menù della Pasqua. Il polpettone è stato per decenni uno dei piatti della festa quando mangiar carne era un lusso eppure si poteva e doveva portare in tavola. Il risultato è straordinario e i simboli della Pasqua ci sono tutti.
Ingredienti – 400 gr di macinato di manzo, 400 gr di macinato di maiale, 250 gr di speck affettato sottile, 150 gr di Parmigiano Reggiano o Grana Padano grattugiato, 350 gr di spinaci freschi, un po’ di pane raffermo, 5 uova, un mazzetto di basilico, uno di prezzemolo, sale, pepe, noce moscata (facoltativa) olio extravergine di oliva q.b.
Preparazione – Per prima cosa mettete ad assodare 4 uova partendo da acqua fredda (ci vorranno 8 minuti dalla presa di bollore). Mondate gli spinaci e fateli appassire in padella senza aggiunta di acqua a fuoco moderato. Girate spesso per evitare che gli spinaci si brucino. In una capace ciotola amalgamate la carne macinata, il formaggio grattugiato, l’uovo rimasto, le erbette finemente tritate e il pane ben ammollato e strizzato aggiustando di sale, pepe (se volete noce moscata) e un filo d’olio. Impastate bene. Ora sgusciate le uova, fate freddare gli spinaci, strizzateli ben bene per poi passarli finemente al coltello. Su una placca stendete un foglio di carta forno e sistematevi le fette di speck ben allineate. Sopra alle fette di speck mettete spalmandolo il composto di carni e formaggio e sopra ancora stendete gli spinaci, sistemate a circa due terzi della misura orizzontale di questo composto le quattro uova sode, poi con l’aiuto della carta forno arrotolate e serrate bene. Irrorate ancora con un po’ di olio extravergine di oliva e infornate a 180 gradi per circa 45 minuti.
Come far divertire i bambini – Fatevi aiutare a comporre il polpettone, si divertiranno moltissimo impastando con le manine.
Abbinamento – Santa Pasqua, anno francescano e allora Sagrantino di Montefalco. In alternativa un Sangiovese di buona struttura oppure un ottimo Aglianico.
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Gianni Murano, presidente di Unem (Ansa)
Il presidente dell’Unem, Gianni Murano: «I nostri impianti si stanno rivelando strategici e il loro funzionamento ci permette di essere indipendenti. Basta green».
«Bruxelles invece di parlare di razionamento dovrebbe dichiarare le raffinerie asset strategico, rivedendo l’Ets e riaprendo il discorso dell’approvvigionamento russo con una svolta sul conflitto russo-ucraino. L’Italia, considerata finora pecora nera dell’Europa per aver mantenuto attive le sue più importanti raffinerie, ora è un modello da seguire perché sul fronte dei prodotti finiti da petrolio, è autosufficiente a parte il settore dell’aviazione. Servirebbe un bagno di realismo, uscire dalla gabbia dell’ideologia green». Gianni Murano, presidente di Unem, l’Unione energie per la mobilità, che riunisce le principali aziende della lavorazione, logistica e distribuzione dei prodotti petroliferi, è un fiume in piena.
Quale è la situazione delle raffinerie in Italia?
«È uno degli asset strategici del Paese, pur avendo chiuso negli ultimi vent’anni, dal 2005, sette raffinerie su 17. Quindi ne rimangono dieci, di cui una dedicata ai bitumi. La domanda di carburanti fossili è diminuita, perché sostituiti da gas e rinnovabili, fondamentali per la produzione di energia elettrica. Ma per la mobilità stradale, aerea e marittima, i derivati dal petrolio sono dominanti. La chiusura delle raffinerie è stata determinata anche dalla politica dell’Ets, il meccanismo di acquisto delle quote di emissioni che non esiste in altre parti del mondo e che diventa pertanto uno svantaggio competitivo per le raffinerie europee. L’Italia sul fronte della raffinazione è autosufficiente. Lo scorso anno abbiamo raffinato circa 60 milioni di tonnellate di petrolio grezzo e abbiamo esportato 28 milioni di tonnellate di prodotti finiti. La raffinazione ci consente ancora di essere indipendenti tant’è che le importazioni non superano i 15 milioni di tonnellate e, quindi, abbiamo un saldo positivo in termini di export. Quanto al gasolio, ne importiamo 5 milioni di tonnellate e ne esportiamo 8 milioni. Dove soffriamo è sul jet fuel, ossia il carburante per aviazione, che acquistiamo dall’estero per il 50% del nostro fabbisogno, e sul Gpl che importiamo per l’80%. Per l’Italia, quindi, non c’è una situazione emergenziale».
Vuol dire che il nostro Paese è in una situazione migliore del resto d’Europa?
«Esattamente. L’Europa ha bisogno di importare 20 milioni di tonnellate di prodotti finiti e 10 milioni di tonnellate di jet fuel. Il gasolio prima veniva dalle raffinerie russe. Scoppiata la guerra ucraina, l’Europa ha pensato di poter fare a meno di Mosca rivolgendosi al Medio Oriente ma abbiamo visto come sono andate le cose».
Se l’Italia è autosufficiente per il gasolio perché soffre i rincari?
«Il prezzo dei prodotti petroliferi è internazionale».
Il commissario europeo all’Energia, Jorgensen, continua a prospettare il razionamento dei prodotti petroliferi. Ma l’Italia autosufficiente sarebbe costretta a stringere la cinghia?
«Innanzitutto, è un’ipotesi. Poi, non penso che Bruxelles abbia i poteri per decidere per tutti gli Stati membri. Come tenderei a escludere che l’Italia possa essere chiamata a compensare il deficit di prodotti raffinati di altri Paesi, dirottando parte della sua produzione. Il nostro Paese, più volte ripreso per non essere al passo con la decarbonizzazione, che comprende anche la chiusura delle raffinerie tradizionali, ora è in una posizione di vantaggio. Abbiamo un sistema di raffinazione molto flessibile. Nel 2025 abbiamo lavorato oltre 80 tipologie di petrolio arrivate da 31 Paesi (la metà sono africani). Durante la guerra del Kippur, nel 1973, si lavoravano 25 tipologie di petrolio che arrivavano da 15 Paesi. La Commissione Ue dovrebbe considerare la raffinazione come un asset strategico, da proteggere».
Quanto può durare l’autosufficienza dell’Italia?
«Le raffinerie fanno i contratti in anticipo, per cui gli acquisti di petrolio grezzo sono garantiti per aprile e inizio maggio. Quello che succederà dopo non possiamo prevederlo, ma vediamo che il prezzo di acquisto sta aumentando enormemente. Quindi, tutto dipende dalla disponibilità di petrolio e da quanto i prezzi di acquisto incidono sulla profittabilità delle raffinerie. I piccoli impianti potrebbero essere indotti a diminuire la produzione. C’è un dato che indica il carattere strategico delle nostre raffinerie. Negli ultimi anni abbiamo visto alcuni cambiamenti di proprietà a favore di operatori internazionali e multinazionali. Sono il segnale di quanto le nostre raffinerie sono attrattive».
Come dovrebbe intervenire l’Europa per affrontare l’emergenza?
«Parlare di razionamento è un errore. Significa preoccuparsi tatticamente di un’emergenza e non saper affrontare le politiche energetiche. Bisogna intervenire sul meccanismo dell’Ets, congelandolo poiché incide sulla competitività del sistema europeo e zavorra le imprese. Avrebbe senso solo se applicato a livello globale. Le raffinerie europee andrebbero considerate come asset strategici e tutelate anziché considerarle il nemico del Green deal. È giunto, poi, il momento di avere una posizione più determinata sul conflitto russo-ucraino e riaprire il canale del dialogo per arrivare ad una vera soluzione negoziale. Serve una vera politica energetica europea, fatta di realismo e non di ideologia».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Quel valore nacque per meri scopi comunicativi: l’esecutivo pensi a famiglie e imprese.
Ha senso impiccarsi per delle regole che non hanno alcun fondamento? Per quanto riformato più volte, il «mito del 3 per cento» resiste ed è divenuto un dogma dell’euro fanatismo. Vale la pensa ricordare che lo stesso «inventore» del parametro lo ammise senza troppi giri di parole: non ha alcun valore matematico. L’economista si chiama Guy Abeille ed era in forza al ministero francese delle Finanze del governo Mitterand.
In una intervista del 2012 a Le Parisien, Abeille affermò di aver inventato il limite del 3 per cento al rapporto deficit/Pil «senza un’analisi teorica. Mitterrand aveva bisogno di una regola facile da opporre ai ministri che si presentavano nel suo ufficio a chiedere denaro […]. Avevamo bisogno di qualcosa di semplice». Quella regola nata per la Francia fu poi adottata sic et simpliciter anche per Maastricht, diventando così un totem «intoccabile». Come se ciò non bastasse, sempre per volere francese, ci siamo impiccati con una riforma che a medio termine è persino peggiorativa della formulazione precedente.
Gabriele Guzzi, studioso serio e appassionato, ha scritto un libro che dati alla mano verbalizza il fallimento delle politiche europeiste tanto da parlare di «Eurosuicidio», nel momento in cui il vincolo esterno europeo ha sottratto alle istituzioni democraticamente elette le leve fondamentali della politica monetaria, fiscale e di bilancio. Insomma, l’Europa è la causa delle crisi che stiamo vivendo.
Ecco perché tocca alla politica avere il coraggio di rompere l’incantesimo malefico. La politica non può limitarsi a fare i conti solo con i mercati, seppur titolari di un pezzo del nostro debito pubblico, ma deve fare i conti con le famiglie, le imprese che vivono nell’economia reale, coi lavoratori… Insomma deve preoccuparsi del popolo sovrano, di quel popolo che ha iniziato a capire che il conto delle crisi è quantomeno ingiusto e asimmetrico perché premia banchieri e gente d’affari e penalizza le persone.
Negli anni del Covid la gente è rimasta quasi bloccata per paura e si è bevuta ciò che era nascosto nei giochi anche sporchi di Bruxelles: le spese spropositate per i vaccini che celavano intrallazzi con Pfizer (ci sono fior di processi e persino sentenze avverse alla signora Von der Leyen, che però continuano a essere silenziate: per chi volesse c’è un bel libro - boicottato - che si intitola Ursula Gates scritto da Frédéric Baldan, un lobbista che vuota il sacco anche su Big Pharma); o i vari piani di rilancio ben confezionati con nomi dalle belle intenzioni ma infettate dal trucco mefistofelico di impigliare sempre più i governi alle regole Ue. Ripeto, il grosso della gente si era bevuto tutto questo: «Andrà tutto bene», scriveva sui balconi.
Oggi, quella manipolazione non c’è più e il realismo indotto dalle guerre emerge nelle rivendicazioni: se avete i soldi per le armi, allora li tirate fuori anche per noi. Ecco cos’è cambiato da allora: la gente stavolta sa e vede che si stornano voci di spesa per produrre e piazzare armi di ogni risma; la gente vede e legge di bilanci floridi per le imprese del settore militare. E poi c’è tutto il mondo dell’hi-tech, di quella intelligenza artificiale per cui ci si svena: oggi serve - dicono - ai fini della difesa, domani per… mettere gli umani fuori dai processi produttivi. E allora? Allora perché l’Europa dovrebbe allargare generosamente i cordoni della borsa per finanziare armi, droni e Ia, e non essere altrettanto generosa per consentire ai governi di incentivare e aiutare le famiglie, le imprese che non brigano con le guerre?
Oggi c’è un grande problema dell’energia (che l’Ia assorbe in quantità inimmaginabili) e domani ce ne saranno altri legati ai rincari scatenati sempre dalle guerre, come denuncia il comparto agricolo: se la Ue si svena per la guerra, lo può fare perché non è eletta da nessuno! Ma i governi no! E allora, perché mai il governo italiano dovrebbe impiccarsi nel rispettare una regola che non ha valore matematico e men che meno ne ha uno politico? La sinistra ha deciso di votarsi ai santi europei da sempre, e attraverso le regole di Bruxelles ci ha propinato i peggiori scenari; ma il centrodestra (che tra l’altro già con Berlusconi e Bossi aveva capito come sarebbero andate le cose) non deve cadere nell’ipnosi contabile, deve far valere la forza dell’interesse nazionale rispetto all’interesse Ue, che poi coincide con la convenienza dei mercati.
La Meloni abbia il coraggio di andare avanti nel rompere la liturgia del 3 per cento; non abbia paura. Vada in deficit per salvaguardare le famiglie, gli imprenditori, i lavoratori. Guardi al tessuto sociale e non agli operatori dei mercati finanziari. Nessun elettore rinfaccerà mai a lei e al governo di essersi occupati di lui; lasci pure la sinistra starnazzare come suo solito a difesa del bidone Ue. Dai migranti alle regole di bilancio, questa maggioranza prese i voti per tutelare gli italiani.
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