Studenti in un corridoio scolastico (iStock)
I prof di Parma picchiati dai maranza dicono di voler «seguire una logica educativa e non sanzionatoria». Questo è un messaggio chiaro a tutti gli «italiani di seconda generazione»: la vostra prepotenza resterà sempre impunita. È la logica della sottomissione.
Parma, Italia. Non un sobborgo dimenticato del mondo. Non una favela latinoamericana. Parma. Due professori richiamano un ragazzo, che prendendo a calci una lattina sta danneggiando la carrozzeria di un’auto. Una scena che apparteneva, un tempo, alla normalità educativa di qualsiasi Paese civile.
E invece no. Il ragazzo è islamico, di origine nordafricana. I due professori sono kafir, ossia infedeli, esseri inferiori. Gli islamici, tutti, considerano gli infedeli, tutti, kafir, esseri inferiori, è una prescrizione coranica. Se sono molto educati e se sono in una condizione di non poterlo manifestare, lo nascondono, ma non esiste un islamico che non consideri i kafir esseri inferiori. I nordafricani considerano doppiamente gli europei esseri inferiori, non solo in quanto infedeli, ma in quanto schiavi. Lo studioso Davis ha quantificato in circa un milione di europei per secolo il totale degli schiavi cristiani rapiti dai saraceni e portati a morire. La vita media di uno schiavo era 7 anni. I palazzi del Marocco sono tutti stati costruiti da schiavi cristiani.
Ad aprile a Massa Giacomo Bongiorni si è permesso di riprendere un gruppo di «giovani» non meglio identificati, cioè di origine nordafricana, che si stavano divertendo a danneggiare una saracinesca, ed è stato picchiato a morte davanti al figlio undicenne. I kafir hanno diritto ad esistere solo da sottomessi, cioè dhimmi. Un kafir che si sia permesso di non essere dhimmi osando addirittura redarguire due padroni, deve essere rimesso in riga. Minacce. Violenza. Aggressione. Un professore colpito con una cintura sulla schiena davanti a decine di persone che filmano, ridono, osservano come si guarda una pubblica giusta punizione di uno sprovveduto. Questo è l’onore nell’islam, che i kafir irrispettosi vengano puniti. Nessuno interviene, nessuno sente il bisogno di difendere l’insegnante, nemmeno qualcuno degli altri kafir, perché paralizzati dal terrore di essere giudicati razzisti o, peggio, poco inclusivi. Una società corrotta dai fiumi di denaro in arrivo dai Paesi del petrolio ha creato questa stolida anestesia. Le punizioni che colpiscono chi tenta di reagire, disapprovazione, grane giudiziarie, vendette di altri maranza, hanno paralizzato tutti.
Il punto più squisitamente dhimmi della vicenda arriva dopo. La scuola decide di non denunciare. E la motivazione meriterebbe di essere incorniciata nei manuali di psicopatologia collettiva: «Seguire una logica educativa e non sanzionatoria». L’educazione è altresì senso dell’onore: mai due contro uno, si può colpire solo per difendersi. L’onore è che chi ha commesso un crimine sia sanzionato. La mancanza di sanzione è disonore e dhimmitudine. Non esiste alcuna possibilità educativa senza sanzione perché, non sanzionando, si sono tutti inchinati all’islam riconoscendone la superiorità e il diritto di punizione degli irrispettosi, loro. Veramente noi paghiamo uno stipendio a professori che scrivono boiate di questo calibro? Non esistono più aggressori: esistono «fragilità». Non esistono più violenze: esistono «percorsi problematici». Non esistono più responsabilità individuali: esistono «contesti». La motivazione i è quella che meriterebbe di essere incorniciata nei manuali: «Come essere un bravo kafir (infedele) e soprattutto un bravo dhimmi (kafir sottomesso)». I due professori non solo hanno giudiziosamente appreso la lezione, siamo certi, ma in questo modo l’hanno impartita anche al resto dell’Italia.
Anche in Francia «seguire una logica educativa e non sanzionatoria» ha fatto scuola: gli insegnanti francesi sono campioni di «dhimmitudine». È all’ordine del giorno subire aggressioni, sputi, insulti, derisione quando loro, kafir, osano dare un ordine a un islamico. Quando l’insegnante Samuel Paty è stato decapitato da uno studente rattristato da una sua lezione su Maometto, i suoi colleghi si sono precipitati a spiegare che, be’, certo, la decapitazione è un po’ forte, ma non bisogna provocare… «Seguire una logica educativa e non sanzionatoria» è una frase che racconta il crollo morale di un’intera classe dirigente meglio di qualsiasi trattato sociologico. Qui si parla di un’istituzione che, dopo essere stata aggredita, rinuncia perfino ad affermare il principio basilare secondo cui chi usa violenza deve risponderne. In fondo i nordafricani di prima generazione, e successive, vengono considerati individui non in grado di assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Inoltre fanno parte di un gruppo etnico che salda i conti in maniera atroce. Questo impasto di disprezzo e paura genera un comportamento ignobile, letteralmente ignobile, che manca di ogni nobiltà. Il professore che oserà, una volta aggredito, denunciare, grazie all’episodio di Parma potrà essere accusato di cattiveria, razzismo e poca inclusione. Dopo Parma l’impunità è d’obbligo. Il messaggio che arriva ai nuovi italiani è: nessun limite. nessuna conseguenza reale. I dhimmi hanno capito. Abbiamo costruito una società in cui l’adulto ha paura del minore, soprattutto se di italianità recente, il professore ha paura dello studente, soprattutto se islamico, il dirigente scolastico ha paura delle famiglie, sempre, persino di quelle realmente italiane, e lo Stato ha paura di chiamare le cose con il loro nome. È paralisi morale.
Lo scrittore francese Laurent Obertone, nel saggio purtroppo non tradotto in italiano La France Orange mécanique, descrive una Francia in cui la violenza quotidiana viene progressivamente normalizzata da media, politica e istituzioni. Le violenze aumentano di anno in anno. Sono a carico di immigrati di prima, seconda, terza, quarta e quinta generazione: un islamico nato in Francia da genitori, nonni e perché no, anche bisnonni nati in Francia resta un islamico, una persona che per volontà divina deve prevalere sui kafir e sottometterli alla «dhimmitudine». Per questo suona sorprendente leggere che «gli inquirenti sono a caccia dei responsabili della morte del 22enne a Milano», l’ultimo cristiano accoltellato da maranza cioè da islamici. I responsabili materiali saranno individuati, ma esistono anche responsabilità morali, culturali e politiche che da anni vengono negate. Sono responsabili coloro che trasformano ogni violenza in un alibi sociologico; chi giustifica aggressioni e degrado sostenendo che il criminale sia sempre «vittima del sistema»; chi preferisce accusare un presunto clima d’odio invece di riconoscere il fallimento di un modello che ha reso interi quartieri insicuri per i cittadini onesti. Sono responsabili quei professori che tacciono dopo essere stati aggrediti dai maranza per paura di apparire intolleranti; quei commentatori che invitano a «non strumentalizzare» anche davanti all’ennesima donna colpita in strada; quei sindaci che amministrano città sempre più violente mentre dedicano più energie alla retorica ideologica che alla sicurezza reale. Ma qui torna la lezione di San Tommaso: una comunità che rinuncia alla giustizia in nome dell’ideologia prepara il proprio disfacimento. Il comportamento dei professori di Parma è anticristiano.
E quindi? Impariamo a combattere, a combattere fisicamente. Alla modica somma di 80 euro su internet si compra un giubbotto anti accoltellamento. Portarlo sempre rinforza la muscolatura, come portare la corazza dei cavalieri di Malta o degli Ussari alati di Polonia. E soprattutto come i guerrieri di Poitiers, di Lepanto, di Vienna, impariamo a portare su di noi una croce e impariamo a pregare. Il cristianesimo ordina di evangelizzare i maranza, e nessun cristianesimo ordina di subirne le violenze. Meglio morire combattendo che vivere da dhimmi. Meglio essere Samuel Paty che scrivere boiate come «seguire una logica educativa e non sanzionatoria». Non abbiamo vinto a Poitiers, Lepanto e Vienna per diventare un Paese di kafir e dhimmi.
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Controlli sulle merci in un porto commerciale. Secondo l'Onu, il traffico di droga continua a rappresentare una delle principali fonti di reddito della criminalità organizzata transnazionale (Getty Images)
Secondo il nuovo report dell’Unodc, la criminalità organizzata provoca ogni anno circa 95.000 omicidi, un numero vicino a quello dei conflitti armati. Le mafie globali infiltrano economia e istituzioni. E l’esperienza delle mafie italiane continua a rappresentare un riferimento per gli studiosi del fenomeno.
Dall’America Latina alle cyber-truffe asiatiche, l’Unodc lancia l’allarme: mafie, cartelli e reti criminali sono diventati poteri paralleli capaci di infiltrare economie, istituzioni e territori. E l’Italia resta uno dei laboratori storici della governance criminale
La criminalità organizzata globale uccide quasi quanto le guerre. È il dato più inquietante contenuto nel nuovo report dell’Ufficio delle Nazioni unite contro la droga e il crimine (Unodc), pubblicato nel maggio 2026 in occasione del venticinquesimo anniversario della Convenzione di Palermo contro la criminalità organizzata transnazionale. Secondo il documento, dal 2000 a oggi le organizzazioni criminali sarebbero responsabili di circa 95.000 omicidi all’anno, praticamente lo stesso numero medio delle vittime provocate dai conflitti armati nel mondo. Un dato che cambia radicalmente la percezione del fenomeno: mafie, cartelli e reti criminali non vengono più considerati soltanto un problema di ordine pubblico, ma una minaccia globale alla sicurezza internazionale.
Il rapporto evidenzia che circa il 22 per cento degli omicidi intenzionali nel mondo è legato alla criminalità organizzata, mentre nelle Americhe la quota arriva addirittura al 50 per cento. La violenza, però, rappresenta soltanto la parte più visibile del problema. Secondo l’Unodc, le organizzazioni criminali transnazionali sono oggi strutture economiche sofisticate capaci di infiltrare l’economia legale, utilizzare aziende di copertura, sfruttare professionisti, corrompere funzionari pubblici e condizionare i mercati finanziari internazionali. Il traffico di droga continua a rappresentare la principale fonte di reddito. Il report parla di «centinaia di miliardi di dollari» generati ogni anno dal narcotraffico globale. Solo lungo la rotta balcanica, tra il 2019 e il 2022, i flussi finanziari illeciti collegati a oppiacei e metanfetamine avrebbero raggiunto una cifra compresa tra 3,4 e 6,9 miliardi di dollari annui. Ma secondo il documento Onu il vero salto di qualità delle mafie moderne è la capacità di muoversi contemporaneamente nei mercati legali e illegali, rendendo sempre più difficile distinguere tra economia lecita e criminale. Le organizzazioni criminali investono in società regolari, utilizzano consulenti finanziari, intermediari e professionisti, entrando nei settori strategici dell’economia globale. Ed è proprio qui che emerge indirettamente il modello italiano.
Nel report l’Italia non viene citata come uno dei Paesi più violenti, come accade invece per alcune aree dell’America Latina o dei Caraibi. Ma molte delle caratteristiche descritte dall’Unodc richiamano direttamente l’evoluzione storica di Cosa Nostra, ’Ndrangheta e Camorra: organizzazioni capaci di ridurre la violenza visibile per aumentare l’infiltrazione economica e politica.Il documento distingue infatti tra gruppi criminali orientati al «commercio» e gruppi orientati alla «governance». I primi puntano principalmente ai traffici e al profitto rapido; i secondi cercano invece il controllo del territorio, delle istituzioni e della vita economica locale.
È il concetto di «governance criminale», uno dei passaggi centrali del report Onu. Secondo l’Unodc, le organizzazioni criminali più evolute non si limitano a spacciare droga o trafficare armi, ma impongono regole, amministrano territori, controllano imprese, offrono lavoro e protezione, riscuotono estorsioni e sostituiscono progressivamente lo Stato. Un modello che in alcune aree del Sud Italia è noto da decenni. L’Unodc cita Haiti come esempio estremo di collasso istituzionale: nel 2024 le bande criminali controllavano circa l’85 per cento della capitale Port-au-Prince. Ma il report precisa che nessun Paese è immune, nemmeno quelli europei con istituzioni solide. Viene indicata perfino la Svezia, dove alcune organizzazioni criminali avrebbero sviluppato forme di controllo territoriale nei quartieri urbani, imponendo regole, controllando il mercato della droga e creando «strutture parallele» basate sulla paura e sull’intimidazione. È una dinamica che richiama molti meccanismi storicamente utilizzati dalle mafie italiane: gestione del consenso sociale, welfare parallelo, controllo del voto, infiltrazione negli appalti e capacità di condizionare l’economia senza necessariamente ricorrere alla violenza continua.
Secondo il report, le organizzazioni criminali moderne prosperano soprattutto quando riescono a confondere il confine tra attività legali e illegali. È il terreno sul quale le mafie italiane hanno costruito negli anni il proprio potere internazionale attraverso edilizia, logistica, ristorazione, energia, grande distribuzione e riciclaggio finanziario.
L’Italia continua inoltre a rappresentare uno snodo strategico per il narcotraffico europeo. Anche se il documento Onu non entra nel dettaglio dei singoli clan, il riferimento alla rotta balcanica e ai miliardi movimentati dal traffico di oppiacei e metanfetamine riguarda direttamente le reti criminali che attraversano il Mediterraneo e l’Europa meridionale. Accanto ai traffici tradizionali, il rapporto descrive poi l’esplosione del cybercrime e delle truffe online industrializzate. Nel Sud-Est asiatico sarebbero nate vere e proprie «scam farms», città della frode digitale dove migliaia di persone, spesso vittime di tratta, vengono costrette a realizzare truffe online e operazioni di riciclaggio. Secondo le stime ONU, le perdite provocate da queste attività nell’Asia orientale e sud-orientale sarebbero comprese tra 18 e 37 miliardi di dollari nel solo 2023.
Il report mette in guardia anche sul crescente utilizzo delle criptovalute, del gioco online illegale e delle piattaforme digitali per il riciclaggio internazionale. Un settore che interessa sempre più anche le mafie europee e italiane, ormai attive nelle frodi fiscali online, nelle piattaforme di scommesse clandestine e nelle operazioni finanziarie transnazionali. Uno degli aspetti più rilevanti del rapporto riguarda inoltre la convergenza tra gruppi armati, terrorismo e criminalità organizzata. L’Unodc cita organizzazioni come l’Ejército de Liberación Nacional colombiano e varie milizie del Mekong coinvolte contemporaneamente in narcotraffico, miniere illegali, gioco d’azzardo clandestino e cyberfrodi.
Il quadro che emerge dal documento Onu è quello di un ecosistema criminale globale sempre più fluido e interconnesso, dove mafie tradizionali, cartelli, milizie, bande digitali e reti finanziarie illegali collaborano attraverso continenti diversi sfruttando tecnologia, fragilità istituzionali e globalizzazione. La conclusione del report è netta: la criminalità organizzata transnazionale rappresenta oggi una minaccia diretta allo Stato di diritto, alla stabilità economica e alla sicurezza internazionale. Un potere parallelo capace non solo di accumulare immense ricchezze, ma anche di infiltrare governi, economie e società. E l’Italia, con la sua lunga storia mafiosa, continua a essere uno dei principali laboratori mondiali di questa trasformazione invisibile del potere criminale.
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Una piazza del movimento Black Lives Matters (Getty Images). Nel riquadro la copertina del libro «L'età del malcontento» di Thomas Chatterton Williams
In un coraggioso libro da poco tradotto in Italia, Thomas Chatterton Williams mette il dito nelle piaghe della cultura progressista. Dalle manifestazioni violente di Black Lives Matters che hanno «fabbricato» razzismo dove non c’era, fino agli insulti alla logica del tempo della pandemia.
Nemmeno il documentario pubblicato su Netflix nell’agosto del 2025 riesce a raccontare tutta la verità. Confonde le carte, insinua dubbi. Fa venire il sospetto che la storia raccontata da Jussie Smollett nel gennaio del 2019 possa essere vera. E il bello è che c’è ancora gente convinta che lo sia, tra quelli che la ricordano.
Per i più, almeno dalle nostre parti, quella vicenda è al massimo l’eco di uno sbiadito ricordo. Eppure è l’emblema (uno dei tanti, ma anche uno dei più efficaci) del livello a cui è giunto il dibattito politico e culturale nel mondo occidentale. Si può sostenere che dica praticamente tutto dell’uso che facciamo della libertà di pensiero e di parola.
Smollett all’epoca recitava in una serie di successo, Empire, ed era in attesa del rinnovo del contratto. Una notte, a Chicago, chiamò la polizia e denunciò di essere stato picchiato da alcuni sostenitori di Donald Trump con tanto di accessori Maga. Costoro lo avrebbero menato fuori da un fast food, gli avrebbero messo un cappio al collo e versato addosso candeggina o simili per «sbiancarlo». Il dettaglio del cappio ovviamente rendeva il tutto un perfetto «linciaggio del XXI secolo». Smollett dichiarò di essere stato aggredito perché nero e gay e nel giro di poche ore divenne un eroe americano, cioè una vittima cui tutti sentivano di dovere compassione e solidarietà. Mezza Hollywood lo elesse a simbolo della ferocia razzista scatenata in America da Donald Trump, politiche come Kamala Harris e Alexandria Ocasio-Cortez attribuirono ai Maga l’aumento dei crimini di odio, attivisti di ogni ordine e grado si scatenarono contro le destre. Peccato che nessuno si premurò di verificare che la storia di Smollett fosse vera.
Non lo era.
L’attore aveva pagato due nigeriani per picchiarlo un po’ e mettergli un cappio al collo. Era una messinscena per farsi notare gridando al razzismo. Smollett non ha mai ammesso di avere organizzato tutto, nemmeno quando le autorità di Chicago gli hanno fatto causa. Nemmeno uno tra i Vip che lo hanno difeso ha chiesto scusa o ha pensato di fare un piccolo esame di coscienza. Diversi anni dopo, Netflix può diffondere un documentario che mistifica la realtà. Perché? Perché ai sedicenti buoni tutto è concesso, anche la menzogna, anche la mistificazione. Si prende un granchio? Poco male, si fa finta di niente e si tira dritto. Si difende un attentatore sostenendo che sia un pazzo vittima del razzismo e non un terrorista, ma poi si scopre che davvero voleva spargere terrore? Si sorvola e si ricomincia con le tirate moraliste su un altro caso. Così si comportano gli odierni padroni del pensiero.
Sono davvero pochi coloro che hanno il coraggio di denunciare l’odioso livello di polarizzazione e intolleranza che la discussione pubblica ha raggiunto in Occidente. Tra questi c’è Thomas Chatterton Williams, scrittore e critico culturale che vive a Parigi e lavora per lo più negli Stati Uniti. Uomo di sinistra, detesta nemmeno troppo cordialmente Donald Trump, e a sua volta pare vittima di qualche pregiudizio di troppo sui conservatori. Tuttavia ha avuto il fegato di scrivere un saggio intitolato L’età del malcontento (Mondadori) in cui addossa alla destra fin troppe responsabilità per il degradato stato delle cose, ma riesce a denunciare tanti dei vizi culturali della sinistra intellettuale e politica. Quasi nessuno è stato capace di una così profonda autocritica, e benché il suo libro sia almeno in parte - per chi non appartiene al circolo dei «buoni&giusti» - la scoperta dell’acqua calda, ne va ammirato non solo il coraggio ma anche l’eccezionale capacità di analisi e la spietatezza.
Riguardo al caso Smollett e all’ossessione per l’antirazzismo, egli scrive che «l’ossessione per l’identità e per i racconti eroici di emarginazione e oppressione, a cui non solo ci siamo aggrappati, ma che abbiamo anche coltivato e rafforzato, potrebbe di fatto aver alimentato proprio quelle divisioni e tensioni che dichiarava di voler combattere. In certi casi, questa fissazione ha persino prodotto razzismo e oppressione dal nulla, quando la realtà concreta non ne offriva una quantità sufficiente». Mostruoso a tale riguardo il caso della città di Minneapolis, nota per essere stata il teatro dell’omicidio di George Floyd. Dopo quel triste episodio divenne l’epicentro di una ondata globale di antirazzismo militante. Alcuni politici locali arrivarono a sostenere l’abolizione della polizia, tra gli applausi di folle militanti. Risultato? «Nel novembre dello stesso anno, il Washington Post riferiva che gli omicidi a Minneapolis erano aumentati di un vertiginoso 50%, con un bilancio di quasi 75 morti ammazzati in città. Erano state bersaglio di colpi d’arma da fuoco più di 500 persone, la cifra più alta da oltre un decennio e il doppio rispetto al 2019. E si sono registrati più di 4.600 reati violenti - tra cui centinaia di furti d’auto e rapine -, il dato più alto degli ultimi cinque anni». La maggior parte di quegli episodi di violenza era avvenuta dopo l’uccisione di Floyd e la successiva pressione per «porre fine al sistema di polizia così come lo conosciamo: un azzardo retorico che, a detta del capo della polizia, il latinoamericano Medaria Arradondo, aveva spinto oltre cento agenti - più del doppio rispetto al tasso annuale - ad abbandonare il corpo». L’ennesima battaglia dei padroni del pensiero, dei Grandi Educatori dell’umanità aveva prodotto un disastro di cui tutti, anche le minoranze oppresse che a parole si volevano difendere, hanno fatto le spese.
Thomas Chatterton Williams non ha timore nemmeno di parlare del delirio Covid. Resta, a quanto sembra, un illuminato sostenitore della scienza, non si arrischia a parlare di tutte le tremende falsità e degli abusi compiuti in quel periodo. Ma riesce comunque a mettere il dito nelle piaghe dolenti dei progressisti. Ricorda ad esempio una clamorosa contraddizione che avrebbe dovuto manifestare a tutti l’assurdità del regime sanitario allora in vigore. A un certo punto, nel 2020, dopo i primi lockdown e le prime prove di totalitarismo medico, il mondo scoprì che in determinati casi le ferree regole di reclusione si potevano violare per «una buona causa», cioè per consentire le proteste antirazziste di Black Lives Matter.
«È un semplice dato di fatto che, come diretta conseguenza dei lockdown e delle quarantene, molti milioni di persone in tutto il mondo sono rimaste senza reddito, hanno finito i risparmi, non hanno potuto dire addio ai propri cari né partecipare ai loro funerali, hanno rimandato screening oncologici, non hanno vissuto lauree e feste di fine anno, a tratti non hanno avuto il minimo contatto umano e, in generale, hanno messo la propria vita in pausa a tempo indeterminato. Hanno accettato quei sacrifici come terribili ma necessari di fronte a un virus altrimenti inarrestabile», scrive Chatterton Williams. «E poi, da un giorno all’altro, è stato detto loro, con la massima serietà, che era stato tutto inutile. “Il rischio di assembramento durante una pandemia globale non dovrebbe impedire di protestare contro il razzismo”, dichiarava Npr (radio pubblica americana, ndr) con una sicumera sconcertante, citando una lettera firmata da decine di funzionari della sanità pubblica ed esperti di malattie americani. “La supremazia bianca è un problema di salute pubblica letale che ha preceduto il Covid-19 e vi ha contribuito” proseguiva la lettera. Un noto epidemiologo si è spinto persino oltre, sostenendo che i rischi in termini di salute pubblica derivanti dal non protestare per porre fine al razzismo sistemico “superano di gran lunga i danni causati dal virus”. Che cosa avrebbe dovuto pensare una persona sensata di un messaggio tanto contraddittorio?».
Beh, avrebbe dovuto pensare che l’inganno era svelato. Ma nessuno ebbe il coraggio di dirlo, in quei giorni, anzi fior di esperti spiegarono che le manifestazioni, pur provocando assembramenti, non avevano fatto diffondere il virus. «Quando è diventato ancora più urgente convincere le masse scettiche a sottoporsi a un vaccino non ancora verificato, o a rispettare una nuova tornata di rigidissimi obblighi di isolamento domiciliare, esperti e autorità hanno scoperto con stupore che sempre meno gente aveva voglia o volontà di obbedire. Stiamo ancora facendo i conti con le molteplici ripercussioni di quell’incoerenza morale e intellettuale autoinflitta», chiosa Chatterton Williams.
Sono esempi che ben conosciamo, ma è davvero suggestivo che a portarli sia un uomo di sinistra. Dimostra che esiste ancora l’onestà intellettuale, e soprattutto rappresenta l’eccezione che conferma la regola. Anzi, non proprio. Le stesse tesi, le stesse argomentazioni non vengono prese altrettanto sul serio se ad avanzarle è qualcuno proveniente dal novero degli impresentabili, cioè da qualcuno che non faccia parte del circolo dei moralmente e intellettualmente superiori. Chatterton Williams viene tollerato perché non è trumpiano, non è di destra e comunque è probabile che la sua richiesta di riflessione sia ignorata.
In fondo, pur a ormai molti anni di distanza, una seria analisi delle aberrazioni del periodo pandemico non è stata fatta, soprattutto in Italia. Non è difficile capire perché. Gli illuminati padroni del pensiero sono al di là del bene e del male. Dettano le regole e tutti le devono rispettare. Se sbagliano, danno la colpa ai sudditi che non hanno adeguatamente rispettato le prescrizioni, oppure semplicemente negano di avere sbagliato, e riprendono a dettare legge. Fino al prossimo errore, oppressione dopo oppressione, diktat dopo diktat. E non importa chi governi una nazione: gli eletti resistono nei luoghi di potere, e alla fine anche chi ne è stato lungamente vittima prima o poi, per servilismo o quieto vivere, si piega al pensiero prevalente. Chi non lo fa è cancellato, o svilito, o demolito. I più cedono: la libertà, capite bene, è un pasto fin troppo frugale.
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Un bimbo afghano in piedi accanto a una tenda improvvisata durante l'inverno nel distretto di Kamber a Kabul (Getty Images)
- La situazione economica del Paese è sempre più drammatica. Gli investimenti di Stati Uniti e Regno Unito sono stati quasi azzerati. Non ci sono soldi (né cibo) per mangiare e la gente cede i propri figli pur di sfamarli.
- L’incursore di Marina in congedo, Giuseppe Cossu: «Una parte di me è rimasta lì. Non tutto è perso, abbiamo lasciato qualcosa che germoglierà».
- Le sedi diplomatiche stanno diventando «cavalli di Troia» degli estremisti. Con la complicità dei governi del Vecchio continente.
Lo speciale contiene tre articoli.
Le pagine dei giornali che raccontano la cronaca internazionale corrono veloci. Un Paese cede il passo all’altro. Dall’Iraq si passa all’Afghanistan. Dalla Siria a Israele. Dal Libano all’Iran. Come se il mondo si congelasse e non accadesse altro negli altri luoghi della terra. Inizia una guerra, l’altra si conclude. Il valzer della morte continua.
Capita poi di ritrovarsi da un giorno all’altro con un nuovo gruppo terroristico. Come se fosse nato dal nulla, apparentemente senza alcuna ragione.
L’Afghanistan è uscito dalle pagine dei giornali, per cedere il passo alle cronache mediorientali. Eppure, questo Paese, nel silenzio generale, è tornato a essere un santuario della jihad. Sono passati ormai cinque anni da quando gli eserciti occidentali lasciarono (malamente il Paese). C’era la calca, in quei giorni di agosto del 2021, attorno all’aeroporto di Kabul. Afghani che cercavano disperatamente di oltrepassare i cancelli per salire su quegli aerei che avrebbero dovuto portarli in quelle nazioni con le quali avevano lavorato, spesso anche rischiando la pelle, per così tanto tempo. C’è chi ce l’ha fatta e chi no. Tra questi ultimi c’è, Houssaini che, subito dopo il ritiro, aveva cercato rifugio, con scarsi risultati, in Iran. Qualche mese, poi è costretto a tornare indietro. Ma in Afghanistan vivere era ancora peggio. Un nuovo viaggio. Un nuovo confine da oltrepassare e Teheran che, ancora una volta, lo aspetta. Poi però è scoppiata la guerra tra Donald Trump e gli ayatollah e così, ancora una volta, Houssaini è dovuto tornare indietro: «Sto affrontando enormi difficoltà», racconta alla Verità. «La lunga attesa e le continue incertezze hanno lasciato profonde ferite nella nostra vita. In particolare mia figlia maggiore è rimasta lontana dalla scuola e dagli studi per anni, e questo dolore pesa molto sul mio cuore. Forse questo era il destino che ci è toccato: rimanere sospesi nell’attesa e nelle difficoltà».
Già, le difficoltà. In Afghanistan sono sempre di più. Solamente qualche settimana fa, le Nazioni Unite hanno pubblicato un nuovo report per descrivere la situazione del Paese. Tre persone su quattro non riescono a soddisfare i propri bisogni primari. Trovare un lavoro è difficile, se non impossibile. Non si vive, al massimo si campa. Un reportage realizzato dalla Bbc racconta di come i genitori siano ormai costretti a vendere i propri figli per assicurare loro un po’ di cibo e sperare qualcosa per il loro futuro. «Sono disposto a vendere le mie figlie», dice un padre afgano. «Sono povero, pieno di debiti e indifeso», aggiunge. Non sono casi isolati. Un altro, Abdul Rashid Azimi, racconta sempre alla Bbc: «Se vendo una figlia, potrei sfamare tutti gli altri miei figli per almeno quattro anni. Mi si spezza il cuore, ma è l'unico modo».
Sono le moderne fiabe di Pollicino, che ci venivano raccontate quando eravamo piccoli, ma che in Afghanistan diventano realtà pur di avere un tozzo di pane in più. Gli Stati Uniti, che avevano portato con sé gran parte delle potenze occidentali nella «guerra contro il terrore», dedicano poco o nulla a questo Paese. Lo scorso anno hanno infatti quasi annullato gli aiuti. Lo stesso ha fatto il Regno Unito.
E se da una parte l’Occidente delude, dall’altra i talebani se ne lavano le mani. Scaricano la colpa sul governo precedente (che pure non è esente da colpe): «Durante i 20 anni di invasione, grazie all'afflusso di dollari statunitensi, è stata creata un'economia artificiale», ha dichiarato alla Bbc Hamdullah Fitrat, vice portavoce del governo talebano. Parevano si fossero aperti i seguaci del Mullah Omar. Li vedevamo, mentre tornavano alla guida del Paese, sfrecciare su pattini a rotelle, con gli smartphone in mano, simbolo di quella modernità che dicono di combattere. Si mostravano aperti ai giornalisti eppure, forse, non sono cambiati affatto.
Il nuovo decreto degli studenti del Corano sulla separazione coniugale, infatti, «rafforza la discriminazione sistemica» ed erode i diritti delle donne e delle ragazze afghane. Il codice è composto da 31 articoli ed elenca diverse motivazioni per la separazione in Afghanistan, tra cui la prolungata assenza del marito, l'«incompatibilità» tra i coniugi, la rinuncia all'Islam e la «mancanza di responsabilità da parte del marito». Il decreto, apparso nella Gazzetta Ufficiale del Paese, stabilisce anche che i contratti matrimoniali stipulati dai parenti «per conto di un minore» possono essere annullati. Il che, se si legge tra le righe (ma nemmeno troppo) significa che in Afghanistan i matrimoni tra minori non sono poi così rari. Nella maggior parte dei casi, le procedure per le donne che chiedono la separazione sono più complesse di quelle per gli uomini. Il codice, approvato dalla Guida Suprema Hibatullah Akhundzada, «fa parte di una traiettoria più ampia e profondamente preoccupante in cui i diritti delle donne e delle ragazze afghane vengono erosi», secondo quanto ha affermato Georgette Gagnon, vice rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite. «Questo provvedimento consolida ulteriormente la discriminazione sistemica nella norme e nella pratica», si legge invece nella dichiarazione delle Nazioni Unite, che aggiunge che alle donne e alle ragazze vengono negati «autonomia, opportunità e accesso alla giustizia».
L’Afghanistan è diventato un buco nero. Sapere ciò che accade lì non è poi così facile. I talebani si mostrano aperti, certo. Ma poi (e in questo hanno ben appreso la lezione dagli occidentali) ti portano esattamente là dove loro desiderano per mostrarti solamente ciò che è funzionale alla loro propaganda. Ma nel Paese sono presenti oltre 20 sigle terroristiche diverse. L’Isis non è scomparso, si è ritirato. Ma solo per il momento. Ora si muove tra le montagne dell’Afghanistan o tra i deserti dell’Africa. Serpeggia pronto a colpire.
Chi è riuscito a lasciare il Paese racconta che prima o poi vorrebbe tornare là dove è nato. Ma pare impossibile. I talebani controllano tutto, sanno chi sono i traditori e per chi hanno lavorato. Del resto le basi lasciate vuote non contenevano solo materiale militare, ma anche (e soprattutto) informazioni. Che ora sono in mano agli studenti del Corano. Sacerdoti in un santuario che coltiva la morte, mentre ogni gruppo attivo nel Paese urla che Allah è grande e Maometto è il suo profeta.
«Ce ne siamo andati. Ma il nostro lavoro non è stato inutile C’è ancora speranza»
Giuseppe Cossu, incursore di Marina in congedo, è un veterano dell’Afghanistan. Ci può raccontare di questa esperienza?
Ho fatto diversi turni in Afghanistan e, anche se le rotazioni erano serrate, ogni volta sembrava un teatro operativo diverso. Cambiavano le stagioni, cambiava il terreno, ma soprattutto cambiavano gli insurgent e il loro modo di agire, sempre più tecnologico e tattico.
Cioè?
All’inizio trovavi un certo tipo di minaccia poi tornavi mesi dopo e vedevi un’evoluzione continua: comunicazioni più sofisticate, imboscate studiate meglio, utilizzo diverso del territorio e una capacità crescente di adattarsi alle nostre procedure. Lo scenario estivo era completamente differente: il caldo, la polvere, le lunghe giornate e l’aumento dei movimenti rendevano tutto più intenso e imprevedibile. Anche durante il Ramadan percepivi un cambiamento operativo. A volte sembrava esserci una pausa apparente, ma era proprio lì che imparavi a non abbassare mai la guardia. In Afghanistan il silenzio non significava mai tranquillità. Dovevi continuamente riadattarti perché bastava pensare di aver capito il contesto per ritrovarti il giorno dopo dentro uno scenario completamente nuovo. L’imprevedibilità era costante. L’Afghanistan riusciva sempre a ricordarti che non eri mai davvero un passo avanti».
Qual era il vostro rapporto con gli afghani?
Cambiava completamente da zona a zona. Nelle città spesso percepivi rispetto e riconoscenza, perché vedevano concretamente quello che l’Italia stava facendo: strade, ponti, pozzi, scuole. Per molti bambini l’istruzione era diventata accessibile per la prima volta. E mentre la cooperazione lavorava per costruire, noi come forze speciali lavoravamo nell’ombra per neutralizzare le minacce più pericolose: gruppi armati che cercavano di controllare e terrorizzare la popolazione.
Chissà cosa pensavano gli afghani dei centri più periferici quando vi vedevano arrivare...
«In certi villaggi sembravamo arrivati da un altro pianeta. Per alcune persone eravamo il primo contatto con mezzi militari terrestri, elicotteri o velivoli. Ricordo ancora gli sguardi dei bambini: lo stupore puro. A volte scappavano appena ci vedevano, non perché avessero qualcosa da nascondere, ma semplicemente perché non avevano mai visto nulla di simile. In altri villaggi, invece, soprattutto quelli più radicalizzati, il clima era completamente diverso. Anche un gesto semplice come offrire acqua ai bambini diventava complicato. A volte la buttavano via davanti a te, altre volte arrivavano insulti o sassi. Ed è lì che capivi quanto fosse profonda la guerra psicologica e culturale che certe realtà vivevano da anni».
Un Paese di contraddizioni...
«Nello stesso giorno potevi trovare un sorriso sincero e pochi chilometri dopo un odio che non avevi nemmeno il tempo di capire».
Cos’ha pensato di fronte allo smantellamento delle truppe occidentali?
«All’inizio non riuscivo nemmeno a crederci. Poi hanno iniziato ad arrivarmi immagini e video della base dove avevo vissuto per mesi completamente in mano ai talebani. Ho visto distruggere stanze, strutture, la palestra costruita con sacrificio da tanti di noi. Per qualcuno potevano sembrare solo muri o attrezzature. Per noi no. Erano pezzi di vita, routine, fatica, fratellanza».
Tutto in fumo...
«Vedere tutto questo cancellato così è stata una violenza vera. Il nostro obiettivo era lasciare qualcosa di stabile: addestrare l’esercito regolare afghano, renderlo autonomo, permettergli di proteggere il proprio Paese. Credevamo davvero che potesse funzionare. E poi vedere l’aeroporto - che per molti civili rappresentava l’ultima speranza - diventare inutilizzabile è stato devastante».
Diversi afghani che avevano collaborato con l’Italia hanno rischiato di rimanere lì...
«Sono state tante le chiamate. Persone che avevano lavorato con noi, famiglie, interpreti che chiedevano aiuto direttamente. E tu dall’altra parte del telefono ti senti impotente, perché loro credevano in noi. Noi avevamo messo la faccia lì dentro. Oltre al sangue, oltre al sudore».
Solo chi c’è stato può capirlo...
«Credo che chi è stato in Afghanistan non abbia vissuto soltanto una missione militare. Una parte di noi è rimasta lì. Ed è per questo che vedere tutto crollare ha fatto così male»
Secondo lei è stato inutile?
No, non credo. Per oltre dieci anni abbiamo dato strumenti concreti a quella popolazione. Sicurezza, addestramento, istruzione, infrastrutture, possibilità che prima in molte zone semplicemente non esistevano. Abbiamo costruito strutture sanitarie, formato medici e personale locale, trasmesso conoscenze che prima erano assenti in intere aree del Paese. Oggi molte persone sanno riconoscere la differenza tra una patologia e l’altra, sanno quando e come curarsi, e questo ha significato anche aumentare l’aspettativa di vita di tantissime famiglie. E soprattutto abbiamo dato tempo.
Cioè?
«Abbiamo permesso a una generazione di bambini di andare a scuola, a molte donne di vivere una realtà diversa, a tante famiglie di immaginare un futuro che prima sembrava impossibile. Vedere l’Afghanistan in mano ai talebani fa male, inutile negarlo. Ma definire inutile tutto quello che è stato fatto significherebbe cancellare il sacrificio di chi non è tornato e anche i cambiamenti reali che, per anni, milioni di persone hanno vissuto sulla propria pelle. Le guerre non sempre finiscono come speri. Però ci sono missioni che, anche se non cambiano definitivamente un Paese, cambiano la vita delle persone che in quel periodo hanno potuto conoscere qualcosa di diverso dalla paura. E questo, per me, conta ancora»
Cosa porta con sé dall’Afghanistan
«Gli estremi dell’essere umano. La guerra, ma anche un’umanità incredibile. Mi porto dietro paesaggi che sembravano appartenere a un altro tempo. Montagne immense, silenzi irreali, deserti infiniti illuminati da tramonti che ti facevano quasi dimenticare dove ti trovassi davvero. Ricordo albe gelide dopo notti operative interminabili, il rumore del vento nei villaggi sperduti e quella sensazione costante di essere in un luogo duro, antico, impossibile da domare veramente. Mi porto dietro il rumore degli elicotteri nella notte, la polvere che entrava ovunque, il silenzio prima di un’operazione ma anche gli occhi dei bambini quando riuscivi a strappargli un sorriso in mezzo al nulla. E mi porto dietro la gente.
L’Afghanistan non è stato solo guerra, quindi...
«Ho conosciuto persone con una dignità enorme, uomini e famiglie che vivevano con pochissimo ma che trovavano comunque il modo di offrirti un tè caldo, del pane, ospitalità. In certe zone, quando conquistavi la fiducia della popolazione, sentivi una lealtà quasi assoluta. Alcuni rischiavano la vita semplicemente parlando con noi o aiutandoci. E questo peso non lo dimentichi più. Mi porto dietro volti che probabilmente non rivedrò mai più. Interpreti, bambini, anziani dei villaggi, persone che nel caos della guerra cercavano soltanto una vita normale. Ed è questo che mi ha colpito di più: la forza con cui quel popolo riusciva a rialzarsi ogni volta. L’Afghanistan mi ha insegnato quanto sia fragile la normalità che spesso diamo per scontata. Una strada sicura, una scuola aperta, un ospedale funzionante, una bambina che può studiare: lì capisci che per qualcuno tutto questo non è normale, è un privilegio enorme. E poi mi porto dietro i miei fratelli. Gli uomini con cui ho condiviso paura, stanchezza, risate, adrenalina e momenti che non si possono spiegare davvero a parole. In certi contesti il legame umano diventa qualcosa di assoluto. Infine mi porto dietro una speranza. Perché nonostante tutto quello che è successo, io continuo a credere che i semi lasciati in quegli anni non siano morti completamente. Magari cresceranno lentamente,, ma quando hai visto negli occhi di un bambino la voglia di conoscere un mondo diverso, capisci che certe idee non possono essere cancellate del tutto. E credo che sia questo il motivo per cui una parte di me, in Afghanistan, ci sia rimasta per sempre».
Le ambasciate in Europa «infiltrate» dai talebani per controllare i dissidenti
Poco alla volta, i talebani stanno prendendo il controllo dei consolati e delle ambasciate in Unione europea. Per qualche ora, si pensava che fosse successo anche in Italia quando, qualche giorno fa, è apparso un sito, con tutti i contatti dell’ambasciata, e la bandiera degli studenti del Corano. Una notizia, subito smentita dalla stessa sede diplomatica, che ha allarmato gli afghani presenti nel nostro Paese. Sul sito appariva la bandiera bianca con la shahada, la professione di fede islamica che recita: «Non c’è Dio all’infuori di Allah e Maometto è il suo messaggero». Un programma che sa di teocrazia.
Com’è possibile, pensavano gli afghani fuggiti, continuare a recarsi lì, in ambasciata, per loro che molto spesso sono ricercati dai talebani? Com’è possibile fidarsi di chi lavora lì se, come si vede plasticamente dal sito, condivide i «valori» dei talebani? Non ci si può fidare. Non ci si può più andare. Già prima non era facile, ma ora è impossibile. Fortunatamente l’allarme è rientrato subito. Ma il nocciolo della questione rimane.
Perché quello che sembrava essere accaduto in Italia si è già avverato in altre sedi diplomatiche situate in Unione europea. Era già successo in Germania, come avevamo raccontato su queste pagine, creando parecchio scompiglio. Una scelta, quella di Berlino, di aprirsi ai talebani per ragioni esclusivamente di interesse politico: rimandare indietro il maggior numero possibile di rifugiati afghani, che però, a differenza di molti altri, sono davvero scappati da una guerra. Il fatto che i rappresentanti talebani abbiano ormai cittadinanza in Europa rappresenta un problema, innanzitutto di sicurezza.
Per questo Nasir Ahmad Ashinda, ambasciatore dell’Afghanistan alle Nazioni Unite, ha lanciato un vero e proprio allarme parlando di un «cavallo di Troia» dei talebani, basato essenzialmente su tre punti:
1 L’inserimento di emissari talebani scelti personalmente e del loro «personale tecnico» accuratamente selezionato nelle capitali europee fornisce a un regime estremista e sanzionato una base operativa fisica. Questi individui non sono soggetti ai controlli occidentali e rispondono direttamente a Kandahar.
2 Quando i talebani controllano i database consolari detengono i dati biometrici, gli indirizzi di residenza e gli alberi genealogici di ogni membro della diaspora afghana, esule o richiedente asilo residente in Europa. Questo crea un’enorme falla nella sicurezza interna: un’entità violenta e repressiva, sanzionata dalle Nazioni Unite, può ora spiare, estorcere o minacciare attivamente i residenti entro i confini europei. Possono usare questa situazione come strumento di repressione e ricatto transnazionale.
3 Per i talebani, questi cosiddetti accordi tecnici o l’accettazione di un funzionario nominato dai talebani non sono altro che un’acquisizione ostile. La macchina propagandistica delle «Fatah» a Kandahar la diffonde internamente come un trionfo della loro ideologia sui valori occidentali.
Come nota l’ambasciatore, le cancellerie europee si stanno rendendo conto che i talebani stanno utilizzando le sedi diplomatiche in Occidente per portare avanti la propria vendetta. Per andare a cercare casa per casa i dissidenti, con il lasciapassare dei governi europei. Tutto questo è tollerabile per il Vecchio continente? Dopo una guerra durata vent’anni, che ha tolto più di quello che ha lasciato davvero. Dopo che gli afghani sono stati abbandonati a loro stessi? Ma soprattutto: l’Europa può permettere che le sue ambasciate diventino il centro non solo di propaganda estremista ma anche, forse, di eventuali attacchi contro l’Occidente? Non è un caso che, come si evince da numerosi documenti, l’attentato contro le Torri Gemelle dell’11 settembre fu reso possibile grazie anche ai servigi dell’ambasciata saudita. Vogliamo davvero che la storia si replichi, soprattutto ora che il jihadismo pare aver alzato la testa in Europa? I talebani non sono cambiati. Sono sempre loro. Restano i seguaci del mullah Omar, nonostante ora utilizzino il telefono come se fossero degli influencer.
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