C’era chi aveva visto nella partecipazione di Landini e Bombardieri al XXX congresso della Cisl un segnale di distensione. E chi invece non si era fatto troppe illusioni e, consapevole delle distanze abissali di merito di metodo su tutte le questioni del lavoro tra i tre sindacati, scommetteva su una recrudescenza delle spaccature.
Da un certo punto di vista è andata anche peggio di così. Che sui contenuti i leader dell’ex Triplice si dividessero era abbastanza nelle cose. Scontato che il segretario della Cgil parlasse di «salari che non stanno aumentando come dovrebbero». Di «questione salariale» e che mettesse al centro «il ruolo dei contratti e della contrattazione». Attaccando la Cisl (ricambiato dai fischi) perché «è contraddittorio dire che si è contrari al salario minimo e poi accettare aumenti del 6% nel pubblico impiego a fronte di un’inflazione del 17%». E poco importa se il buon Landini ha omesso qualche «particolare». Non ha ricordato per esempio che con governi di colore diverso, la Cgil aveva spinto per rinnovare contratti del pubblico impiego decisamente meno corposi e con aumenti ben al di sotto dell’inflazione del periodo. Oppure che per la prima volta un esecutivo, quello di centrodestra, ha stanziato in manovra circa 20 miliardi per aumentare gli stipendi dei dipendenti pubblici. O ancora che nell’ultimo anno, dopo un periodo parecchio negativo, il potere d’acquisto degli italiani abbia ripreso a crescere. Niente di tutto ciò è emerso dalle dichiarazioni dell’ex Fiom. Ma in realtà nessuno se lo aspettava. Sarebbe invece stato lecito attendersi un atteggiamento diverso di fronte alle apertura della padrona di casa. Nella sua relazione, infatti, il segretaria della Cisl Daniela Fumarola aveva fatto appello a un patto di responsabilità tra governo, sindacato e sistema delle imprese. Pur mantenendo il punto sulle differenze di impostazione e di linea rispetto alla Cgil, quelle parole rappresentavano una mano tesa che Landini si è guardato bene dall’afferrare. «Penso», ha subito chiarito Landini, «che abbiamo bisogno non in generale di “patti”. C’è un problema di applicazione dei patti esistenti, a partire da quelli fatti con Confindustria, e di affermare immediatamente degli accordi precisi su sicurezza, salari e investimenti, così come serve una vera riforma fiscale. Il mondo del lavoro non è mai stato diviso e frantumato come adesso», ha continuato, «il rispetto reciproco è la condizione per costruire un’azione che veda tutte le organizzazioni sindacali impegnate, evitando caricature reciproche. Non ho alcun pregiudizio quando si parla di partecipazione. L’unità è un valore, non è una semplice somma. È un diritto dei lavoratori».
Sarà pure un valore l’unità, ma se non si fa nulla per coltivarla alla fine è difficile che si materializzi.
Tant’è che anche il leader della Uil, Pierpaolo Bombardieri, per una volta ha avuto una reazione diversa. Di sicuro più aperturista. «Lavoriamo insieme. Tu hai detto misuriamoci sui contenuti, io ti dico sono pronto e siamo pronti a farlo. Non so se utilizzare il termine patto. Si richiama da sei anni, comincio ad avere dei dubbi che porti male. Non sono interessato al contenitore, ma al contenuto. Parliamo di accordi, facciamo un ragionamento su questo. Per esempio sulle politiche industriali. Discutiamo nel merito, anche partendo da posizioni diverse».
C’è una bella differenza.
Difficile non tornare a un altro passaggio della relazione della Fumarola. Quando il leader della Cisl evidenzia che «c’è un solo un modo per guardare avanti, per procedere, buttando giù gli steccati ideologici che ancora intralciano il cammino possibile. Costruendo unità sociale e sindacale. Ma nei contenuti». Il problema è che nelle parole e nei fatti emersi al congresso della Cisl quegli steccati ideologici sono sembrati invalicabili come poche volte era successo in passato.
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