Oggi la Banca centrale Usa dovrebbe lasciare il costo del denaro invariato. Mentre Francoforte lo aumenta e ferma il programma di aiuti sul debito dei singoli Paesi. Ci pensano i piccoli risparmiatori ad acquistarlo.

La buona notizia per i consumatori americani è che l’inflazione nel mese di maggio è scesa di più rispetto a quanto prevedessero gli analisti. Siamo ancora ben oltre l’obiettivo del 2% che si imposto la Fed, ma passare dal 4,9% di aprile al 4% (le previsioni erano al 4,1%), vuol dire che la direzione è quella giusta. E soprattutto che nella riunione iniziata ieri e che terminerà oggi la banca centrale Usa potrebbe lasciare i tassi invariati al 5,25%.

Occhio. Non tutti gli esperti di mercato convergono. Il dato sull’inflazione può segnare una svolta, certo, ma in molti alla vigilia pensavano che prima di scollinare i banchieri centrali americani avessero in canna un altro rialzo dello 0,25%. Quindi non sono escluse sorprese. Sorprese che invece non sono per nulla previste a Francoforte, dove la Bce si riunirà domani per alzare di un altro 0,25% i tassi di interesse.

Poco importa se la politica monetaria restrittiva della Lagarde ha portato i tassi al 4% (oggi sono al 3,75%) senza produrre grandi risultati sull’inflazione nel giro di 12 mesi, da qui alla fine dell’anno sono previsti altri tre rincari e i tassi dovrebbero, appunto, raggiungere quota 4,5%. «Le pressioni sui prezzi rimangono forti», evidenziano gli analisti di Pimco, «l’inflazione rimane troppo alta e riteniamo alto il rischio di aumenti dei tassi per un periodo più lungo rispetto alle aspettative del mercato».

Del resto viene messa in secondo piano anche la decrescita per nulla felice dell’Europa, con la la zona euro piombata in recessione, segnando per due trimestri di fila un calo del Pil dello 0,1%.

La Bce tira dritto e ferma anche il programma di aiuti: i reinvestimenti dell’asset purchase programme (App), l’erede del Quantitative easing. E meno male che l’Italia, sulla carta uno dei Paesi più penalizzati dalla stretta monetaria a causa dell’altissimo debito pubblico se la sta cavando da sola. La cartina di tornasole è data dalla risposta, per certi versi a sorpresa, dei piccoli risparmiatori rispetto alla prima emissione del Btp Valore, la nuova famiglia di titoli di Stato dedicata esclusivamente al retail.

Un risultato storico, con il record in termini di valore sottoscritto e di numero di contratti registrati in un singolo collocamento di titoli di Stato. Il ministero dell’Economia (Mef) ha infatti comunicato i dati definitivi che parlano di un valore superiore ai 18 miliardi di euro, a fronte di 654.675 contratti conclusi, con un taglio medio di 27.786 euro. Tagli piccoli se è vero che circa il 66% dei contratti è stato di importo inferiore ai 20.000 euro, mentre se si considerano i contratti fino a 50.000 euro si raggiunge circa il 92% del totale.

Certo i rendimenti sono decisamente più allettanti rispetto al passato, con il premio fedeltà si supera il 4%, ma una risposta di questo tipo (che del resto viene confermata in praticamente tutte le ultime emissioni di debito pubblico) vuol dire soprattutto che la fiducia dei piccoli investitori nella solidità finanziaria del Paese è alta.

E del resto ci sono tutta una serie di dati che spingono i risparmiatori ad andare in questa direzione. Dalla crescita: l’Ocse vede il Pil italiano in rialzo dell’1,2% nel 2023 e dell’1% nel 2024 contro lo striminzito +0,2% per il 2023 del precedente rapporto di novembre. Per arrivare al lavoro. È ormai costante l’incremento degli occupati a tempo indeterminato con una riduzione dei contratti a termine. E chiudere con lo spread. Il differenziale tra Btp e Bund ieri si è ristretto ancora arrivando a 162 punti, rispetto ai 166 della vigilia, attestandosi, quindi, ai minimi da aprile 2022.

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