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2026-06-22
Stefano Fassina:«Per evitare il suicidio l’Ue deve ricostruire rapporti con la Russia»
Stefano Fassina (Ansa)
L’economista: «Dall’Europa del lavoro stiamo passando a quella della guerra. Gli Usa? Anche senza Trump, non cambieranno».
Viene voglia di citare il film su Batman, Il cavaliere oscuro: quella di Stefano Fassina, già viceministro dell’Economia nel governo Letta, ora presidente dell’associazione Patria e Costituzione, non è la sinistra che ci meritiamo, ma è quella di cui abbiamo bisogno.
Donald Trump ha offeso Giorgia Meloni.
«È preoccupante. Innanzitutto, per il comportamento dell’amministrazione Usa. Al di là dell’episodio di venerdì, la tregua siglata in Iran è l’ennesima prova che la Casa Bianca si muove senza consapevolezza dei danni che produce. Dopodiché, l’offesa, molto grave, non derubricabile a incidente, era rivolta al nostro popolo: la Meloni rappresentava la nazione intera».
Lei si è detta «allibita»
«È l’esito della sua accondiscendenza nei confronti di Trump: dai dazi, al Venezuela - Meloni è stata una delle poche leader occidentali a definire legittimo quel blitz - al “non condivido né condanno” sulla guerra in Iran. Questa condiscendenza, evidentemente, dall’altra parte dell’Atlantico ha generato aspettative che non potevano essere corrisposte quando il comportamento dell’amministrazione americana ha manifestamente colpito l’interesse nazionale».
Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Keir Starmer: non è che con gli altri leader europei Trump sia stato più gentile.
«E non è che questi leader siano stati meno accondiscendenti della Meloni. Di Merz, ricordo l’imbarazzante siparietto alla Casa Bianca: quando Trump attaccava pesantemente Pedro Sánchez, che aveva tenuto la schiena dritta sull’Iran, il cancelliere non aveva proferito parola».
E ora gli ha regalato la maglietta della Germania con il numero 47 (Trump è il quarantasettesimo presidente, ndr).
«Nemmeno Starmer ha compiuto atti di particolare autonomia».
Sánchez che li ha compiuti - sulle basi, Spagna e Italia hanno fatto la stessa cosa - ha preso sberle lo stesso.
«La differenza non sta nell’attacco in sé, quanto nelle parole usate da Trump, che ha dipinto la presidente del Consiglio come una questuante. Come se, appunto, si fosse sentito tradito nelle sue attese».
La potenza americana in declino, dinanzi all’ascesa cinese, si ritrincera, scarica gli alleati, o almeno li induce, anche violentemente, a responsabilizzarsi. C’era da aspettarselo, ma a questo passaggio storico le classi dirigenti europee sono arrivate impreparate.
«Qui si tende a rimuovere la realtà, proprio in senso psicologico: quando non riesci a rapportarti con un evento, fai finta che non esista o che sia un incidente di percorso. Era già evidente nella vicenda dei dazi».
Sì?
«Gli Stati Uniti non possono più essere i compratori di ultima istanza per il resto del mondo. Quello schema è tramontato, per ragioni macroeconomiche e geopolitiche strutturali. E invece gli europei provano a tenerlo in piedi».
Finito Trump, cambieranno le cose?
«Ma no: anche l’amministrazione Biden è stata protezionista, anche se con più stile. Primo: non ha smantellato nessuna delle chiusure di Trump. Secondo: con gli interventi di agevolazione agli investimenti in America, ha condotto un’operazione che aveva obiettivi analoghi. Dopo Trump, non cambierà il segno, nemmeno in termini del livello di attenzione alle varie aree del mondo».
La priorità è l’Indo-Pacifico?
«È evidente. Ma in Europa c’è una enorme difficoltà a riconoscere la necessità di una correzione radicale di rotta nella politica estera ed economica».
Di che tipo?
«Non si tratta di diventare nemici degli Usa. Ma vanno costruite relazioni strategiche con i Brics per un ordine multilaterale simmetrico».
Dove la parte del leone la fa la lettera «C» di Cina. I rapporti economici con Pechino nascondono le loro insidie.
«Infatti, non abbiamo dinanzi delle passeggiate di salute. Il punto però è un altro. E le conclusioni dell’ultimo Consiglio europeo lo rafforzano».
A che si riferisce?
«Se continui a considerare la Russia una “minaccia esistenziale” e a coprire il criminale governo israeliano ti poni in una condizione inevitabile di subalternità agli Stati Uniti e ti precludi quel rapporto con i Brics. Non è solo un problema cinese. Nessuno dei Brics ti verrebbe dietro: l’India, il Brasile, il Sudafrica. Se questo passaggio storico non è affrancato da una lettura suicida della Russia, finiremo privi di una prospettiva da coltivare. Al netto delle difficoltà che ognuna di esse comporta».
Che pensa dell’Ucraina nell’Ue?
«Cosa è avvenuto quando nell’Ue sono entrati gli altri Paesi dell’Est? Non è una congettura maliziosa e sovranista: se, in un mercato che non ha protezioni, infili milioni di lavoratori abituati a prendere 400 euro al mese e giurisdizioni con tassazioni da paradiso fiscale, induci delocalizzazioni e dumping salariale. Soprattutto a danno di chi percepisce salari più bassi, tanto più che la forza lavoro che proviene dall’Est è altamente scolarizzata».
Ha sentito la sinistra parlarne?
«Poco».
Dov’è la difficoltà?
«In un europeismo astratto, che considera qualunque iniziativa che vada verso l’integrazione positiva a prescindere, senza una valutazione del suo impatto economico, sociale e geopolitico. Perché è un fatto che l’allargamento abbia reso all’Europa più difficile svolgere la funzione di ponte tra Est e Ovest e Nord e Sud che le spetta. Ciò spiega perché ci sia stata la Brexit e perché la destra abbia continuato ad acquistare consenso».
A proposito di idee astratte: Elly Schlein si dice favorevole alla difesa comune e contraria al riarmo dei singoli Stati.
«Non c’è dubbio che sia una fase in cui è opportuno ripensare la difesa, sapendo che la difesa unica, l’esercito unico, il comando unico, non possono esistere. Quello che si può fare è coordinare gli eserciti nazionali e i sistemi d’armi nazionali. Il punto, però, è che tutto ciò deve arrivare dopo che sia stata compiuta una scelta geopolitica».
Cioè?
«Il riarmo è uno strumento. Ma cosa vuoi farci con le armi? Qual è l’obiettivo? Lo stato di guerra permanente, in base alla lettura della Russia come minaccia esistenziale? Questi interrogativi sono stati rimossi. Quale politica estera vuoi condurre? Quella di Kaja Kallas? O una politica estera che ricostruisca relazioni con la Russia? Il comunicato finale del Consiglio Ue sembrava scritto quattro anni fa. L’Unione europea si limita ad affermare che sosterrà i negoziati. Ma chi li deve portare avanti?».
La Meloni parla di un mediatore che venga da un Paese di media potenza.
«Parla esattamente di quello che andrebbe fatto, ma nel testo non c’è una riga. Francia e Germania hanno criticato António Costa perché ha aperto un canale con il Cremlino. Così si snatura l’Europa, che sta diventando l’Europa della guerra, non più l’Europa del welfare e del lavoro».
Intanto l’Ucraina martella le metropoli russe con i droni.
«Con questi raid e con gli atteggiamenti dei cosiddetti volenterosi, si sta promuovendo l’escalation».
Ma al netto delle incursioni simboliche, rimane difficile che Kiev riconquisti i territori perduti.
«Le previsioni del Fondo monetario e della Commissione europea, soggetti non sospettabili di putinismo, sono chiare: la Russia, che dovrebbe avere un’economia prossima al collasso, crescerà più della media dell’Eurozona nei prossimi due anni; avrà un deficit nettamente al di sotto del 3% e un debito pubblico al 20% del Pil; il rublo si è rivalutato, tornando ai livelli pre-guerra; e la bilancia commerciale ha un avanzo doppio rispetto a quello dell’Ue. Scommettere, dopo quattro anni, sul collasso di Mosca e sulla vittoria sul campo, è fuori dalla realtà. E siccome le classi dirigenti conoscono questi dati meglio di noi, temo che l’intenzione sia di alimentare l’escalation per mobilitare opinioni pubbliche fredde».
La logica del nemico esterno?
«Esatto. E l’iniziativa è di tre signori - Macron, Merz e Starmer - che sono, nelle rispettive nazioni, parecchio malmessi».
Negli ultimi anni, la sinistra si è incagliata su immigrazione e sicurezza. Che dovrebbe fare?
«Affermare che regolare i flussi è necessario per renderli sostenibili. Affrontare le cause strutturali delle migrazioni. Sa, quando iniziai a frequentare le sezioni del Pci, la cooperazione allo sviluppo era considerata essenziale».
Tradotto: aiutiamoli a casa loro?
«Uso le parole della Dottrina sociale della Chiesa: esiste il diritto a non emigrare».
L’ha ripetuto papa Leone XIV, davanti a Sánchez.
«D’altronde, noi soffriamo quando i nostri giovani migliori se ne vanno; non è che per gli altri sia una benedizione. L’accoglienza deve essere seguita da politiche di integrazione: sono costose, richiedono capacità amministrative, ma sono necessarie. Altrimenti, soprattutto nelle aree più complicate delle città, i conflitti esplodono. A me piacerebbe che la coalizione progressista comunicasse che è pronta ad assumersi fino in fondo tale responsabilità. Su questo, come sul problema demografico».
Secondo Francesco Boccia, non si risolve facendo fare più figli agli italiani. Sarà…
«Gli orizzonti della demografia sono molto lunghi: in senso strettamente tecnico, Boccia ha anche ragione. Ma a me interesserebbe capire perché non si fanno più figli. Non penso solo alla dimensione economica. C’è un’emergenza antropologica di cui anche la politica dovrebbe farsi carico».
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Alberto Mingardi
L’economista: «La tassa sulle proprietà farebbe scappare i ricchi e colpirebbe il capitalismo familiare, la spina dorsale produttiva italiana. I rapporti Oxfam sull’aumento delle disuguaglianze sono falsati, vi spiego perché» .
Alberto Mingardi, direttore generale dell’istituto Bruno Leoni: perché in Italia la patrimoniale torna sempre di moda?
«Perché quando parliamo di patrimoniale non parliamo di fisco. La patrimoniale è un osso che la sinistra lancia ai suoi militanti. Trasforma un problema complicato - far tornare i conti - in una favola con un cattivo già pronto. Non c’è un problema di qualità ed efficienza della spesa pubblica, non bisogna ragionare su quale dev’essere il perimetro dello Stato. C’è la pentola d’oro alla fine dell’arcobaleno, basta andarla prendere…».
Crescono le disuguaglianze, possiamo restare a guardare?
«Possiamo, intanto, evitare di scambiare uno slogan per un dato. I rapporti Oxfam, che segnalano ogni anno l’aumento delle disuguaglianze, misurano la ricchezza netta, e quella misura ha un difetto comico: il giovane medico americano che si è indebitato per fare la scuola di specializzazione, e che quindi ha un patrimonio netto negativo, risulta “più povero” del contadino del Nepal che mangia quel che coltiva ma non ha debiti. Concentrare l’attenzione sulla quota di patrimonio detenuta dal 5% dice poco su come stia il 95%. Se il 95% sta meglio, è davvero un problema se il 5% ha un patrimonio con tantissimi zeri? I patrimoni non crescono per caso: aumentano se quelle risorse sono impiegate in attività produttive. Se diventano capitale per imprese che producono beni e servizi che servono alle persone, e che danno lavoro ad altre persone…»
L’economista francese Zucman propone di tassare al 2% i patrimoni sopra i 100 milioni.
«La proposta Zucman è stata approvata dall’Assemblea nazionale nel febbraio 2025 e poi respinta dal Senato nel giugno successivo, e di nuovo bocciata in autunno. Se la importassimo da noi, il gettito sarebbe una frazione di quello sbandierato - in Francia le stime serie dividevano per quattro o cinque quelle dei sostenitori. Chi detiene grandi capitali di solito ha meno problemi a spostarsi o a costruire strumenti societari che gli consentono di proteggersi. Inoltre, colpirebbe il capitalismo familiare, la spina dorsale produttiva italiana: quando la gente legge “100 milioni di patrimonio” pensa ai megayacht. Molto spesso quei 100 milioni sono il pacchetto di controllo di un’azienda manifatturiera illiquida. Il fatto stesso che Zucman debba prevedere una exit tax di cinque anni per chi espatria è emblematico: è una tassa che funziona solo se si stende un recinto per non far scappare i tassati».
Però in Italia il fisco colpisce più il lavoro che la ricchezza: non serve un riequilibrio?
«Il cuneo fiscale è tra i più pesanti dell’area Ocse. Ma la stessa parola “riequilibrio” nasconde l’assunto che il totale prelevato debba restare al medesimo livello, dunque per togliere di qui bisogna aggiungere di là. Se il lavoro è tassato troppo, cerchiamo di capire come è possibile abbassare le tasse sul lavoro (spoiler: riducendo la spesa pubblica). Non bisogna mai dimenticare che il patrimonio è reddito che è già stato tassato quando veniva prodotto e che qualcuno ha scelto di non consumare. Tassarlo significa disincentivare il risparmio, come spiegava Luigi Einaudi».
Si bada più al prelievo che alla ragionevolezza della spesa?
«È la madre di tutte le rimozioni del dibattito italiano. Parliamo di come raccogliere un altro miliardo e non discutiamo mai se quel miliardo, una volta speso, serva a qualcosa. Con una pressione fiscale al 43% del Pil, l’idea che in Italia serva una tassa in più è una follia. Dobbiamo imparare a chiederci “questa spesa pubblica vale ciò che costa al contribuente?”. Non tutto quello che fa lo Stato merita di essere finanziato».
Molte ricchezze sono ereditate. Alziamo la tassa di successione?
«Produce un gettito modesto. Chi ha un grande patrimonio ha a disposizione tutti gli strumenti per costruirsi protezioni ad hoc. O semplicemente con una donazione in vita. I billionaire americani di solito, anche per ragioni “pedagogiche”, decidono di non lasciare ai figli più di una certa somma. Scelta ammirevole. Però il patrimonio è di chi se lo costruisce: complimenti se decide di donarlo, portarglielo via non è diverso che rapinarlo…».
Gli ultraricchi di oggi non mettono in pericolo la democrazia, condizionando la politica?
«Che il denaro catturi le regole, crei monopoli, compri l’opinione pubblica è un rischio reale. Ma la guarderei da un altro punto di vista: il problema è il potere discrezionale che la ricchezza può comprare. Più lo Stato è grande, più conviene catturarlo, perché il bottino è maggiore».
Quindi?
«Accrescere le risorse a disposizione dello Stato - che è quello che vuole chi invoca nuove tasse - non riduce l’influenza dei pochi: anzi alza semmai la posta in gioco. Aumenta l’incentivo a controllarlo».
Come se ne esce?
«Provando almeno a darsi l’obiettivo di restringere il perimetro dello Stato. E rifiutando le narrazioni a senso unico».
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Il capo della segreteria politica di Fdi Arianna Meloni e il responsabile organizzativo di FdI Giovanni Donzelli durante ila direzione Nazionale di Fratelli dItalia, con il seguente ordine del giorno "Referendum sulla giustizia (Ansa)
Il deputato di Fdi: «Schlein si chieda: meglio puntare a vincere o ambire a un pareggio per poi essere rottamata? Mi iscrissi al Fuan dopo che mi salvarono da un pestaggio».
A Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia, tocca il compito più arduo del momento: la trattativa sulla legge elettorale.
«Con il centrodestra abbiamo trovato sintesi immediata. Con le opposizioni proviamo a discutere da una vita».
Non cedono.
«Sono dilaniati da due tentazioni: fingere di criticarla sperando di vincere oppure affossarla sognando governi tecnici».
Vi favorisce, assicurano.
«Così ammettono che non prenderanno mai un voto in più di Giorgia Meloni e preferiscono il pantano».
Temete di perdere le elezioni, aggiungono.
«È l’esatto opposto. Con le regole attuali saremmo il partito di maggioranza relativa. Si potrebbero dare le carte e cambiare gli alleati di volta in volta. Ma non siamo come la sinistra, che per le poltrone è disposta a cambiare idea».
Sovvengono i governi Conte.
«Appunto. Non vogliamo ripetere quello che hanno fatto 5 stelle e Pd nella scorsa legislatura».
Chi tifa governissimo?
«Non tutti. C’è anche chi vuole andare alle elezioni con la nuova legge, ma finge di essere contrario».
Chi?
«Se fossi Elly Schlein farei una riflessione: meglio augurarsi di prendere più voti per guidare l’Italia o ambire a un pareggio per venire rottamata un minuto dopo?».
Le commissioni si susseguono.
«L’impianto, però, non cambia: governa la coalizione che prende un voto in più».
Grazie a un generoso premio di maggioranza.
«Quello previsto alla Corte costituzionale: massimo il 55%».
Donzelli resta un inguaribile ottimista.
«Questa riforma serve all’Italia. Se ci ritrovassimo nuovamente ad aver bisogno di novanta giorni per formare un governo, bruceremmo miliardi di investimenti».
Sarà approvata entro l’estate?
«Alla Camera mi auguro proprio di sì».
Melonellum o Stabilicum?
«Stabilicum».
Scadenza naturale o elezioni anticipate?
«Si voterà nel 2027».
Quando?
«La nuova legge elettorale permetterebbe una maggioranza solida, quindi anche in autunno. L’attuale costringerebbe ad anticipare in primavera, per evitare di finire a ridosso della finanziaria».
Comunque vada, batterete ogni record.
«Il 4 settembre questo governo diventerà il più lungo della storia. Ci ha preceduto però Silvio Berlusconi. Il primato resterà al centrodestra».
La stabilità è il dogma.
«Porta credibilità, investimenti e occupazione. E consente scelte di lungo respiro. Meloni è riuscita a far approvare in Europa le norme per frenare l’immigrazione selvaggia mettendo insieme liberali, conservatori e popolari».
L’avversato «modello Albania».
«Giorgia ha avuto tre anni di tempo per spiegare e trattare».
Trump, invece, continua ad attaccarla: avrebbe implorato il suo perdono.
«Per il bene dell’Italia, cerchiamo di tenere buoni rapporti con tutti senza farci mettere i piedi in testa da nessuno. Questo può aver dato fastidio».
Una scomposta reazione a un presunto sgarbo?
«Ha confuso l’amicizia storica tra due popoli con una sudditanza personale che non avremo mai. Non abbiamo concesso agli Stati Uniti la base di Sigonella per bombardare l’Iran. Ma non si può considerare uno sgarbo la difesa dell’interesse nazionale e dei trattati».
«Vuole tornare mia amica perché è in calo di popolarità», dice il presidente americano.
«Non sono certo che essere amici di Trump sia fonte di popolarità. Andiamo avanti considerando un valore l’unità dell’Occidente e proseguiamo con il nostro lavoro».
Gli alleati, nella nuova legge elettorale, non vogliono le preferenze.
«Fratelli d’Italia ha già annunciato che presenterà un emendamento. È giusto che, su un tema simile, si esprima tutta l’aula».
Cercando una maggioranza diversa?
«Ciascun parlamentare valuterà cosa reputa più opportuno».
Nei sondaggi i due partiti calano.
«Forza Italia e la Lega restano molto più stabili di quanto raccontino in giro. Li hanno dati anche in passato per spacciati molte volte e invece sono in ottima forma».
Intanto, Vannacci incombe.
«Fin dall’inizio c’è stato chi ha voluto remare contro: dai commentatori di La7 a certa magistratura politicizzata. Ora s’è aggiunto qualcun altro che si definisce di destra».
La sporca dozzina.
«Per sei volte hanno votato con la sinistra. Quando siamo in aula a difendere il governo di destra, tra Boldrini e Soumahoro interviene Pozzolo».
Già espulso dal vostro gruppo, ora è deputato di Futuro nazionale.
«Sono stati eletti per sostenere il centrodestra, ma in questo momento ci stanno palesemente ostacolando insieme al cosiddetto campo largo».
L’eterno trasformismo?
«Mi sembra fattuale».
Meloni dice che aiutano la sinistra.
«Quando i 5 stelle hanno attaccato vergognosamente Giorgia sulle famose ginocchiere, lei ha risposto per le rime. Nella maggioranza c’è stata una standing ovation. Quei parlamentari sono rimasti al loro posto, glaciali».
Il generale non è un alleato.
«In questo momento è un alleato delle opposizioni».
Vannacci o Calenda?
«Calenda fa un’opposizione netta al governo, ma non all’Italia. Porta avanti provvedimenti senza pregiudizi ideologici. Su certi temi, come il nucleare, abbiamo trovato una sintesi. Mi sembra un comportamento molto serio».
Bisognerà recuperare al centro i voti che si perdono a destra?
«Gli elettori di destra faranno di tutto per non lasciare l’Italia in mano a Schlein e Conte».
Il centrosinistra dibatte sulle primarie.
«Non ci interessa».
Renzi incorona Silvia Salis.
«La mia solidarietà a Matteo. È diventato il parente di cui ci si vergogna, da nascondere nelle foto di famiglia».
Il giovane Donzelli è stato uno strillone per la società del padre Tiziano, che distribuiva quotidiani a Firenze.
«Avevo vent’anni e studiavo all’università. Mio padre era morto da poco e non volevo pesare economicamente. Ho fatto mille lavori: ripetizioni, pianoforte, baby sitter, animatore. E anche lo strillone per i Renzi».
Racconti.
«Facevo spesso sia il turno delle sei di mattina che quello di mezzanotte, per guadagnare di più. Distribuivamo La Nazione».
C’era pure Matteo?
«Ogni tanto passava».
Lo chiamavano «il bomba».
«Lo conoscevo bene. Ci incontravamo agli scout: lui era nel gruppo di Rignano sull’Arno, io in quello di Firenze. Sua madre qualche volta mi ha fatto persino da capo».
Quasi amici.
«Qualcuno racconta che alle elezioni universitarie mi abbia pure votato, ma io non ci credo».
Ha iniziato a fare politica nel 1993?
«Ai tempi delle stragi di mafia e Mani pulite. La prima Repubblica era agli sgoccioli. Mi innamorai di Fini: lo ascoltavo, riconoscevo le sue parole».
Una folgorazione.
«Borsellino aveva fatto il rappresentante del Fuan. L’Msi era stato l’unico partito non coinvolto in Tangentopoli. I ragazzi del Fronte della gioventù organizzavano i girotondi fuori da Montecitorio. E io all’università diventai per tutti “il fascista”».
Cosa successe?
«Il 25 novembre 1994 ci fu un convegno sulla par condicio con Storace, che sedeva nella Commissione di Vigilanza Rai. Ingenuamente, chiesi indicazioni ai ragazzi di un collettivo. Partirono calci e cazzotti. Mi salvarono quelli del Fuan. Tre giorni dopo, entrai nella loro sede. Era il mio compleanno».
In famiglia come la presero?
«Gli dissi: “Mi sono fatto un regalo: sono entrato nel Fuan”. La mamma, povera donna, si mise a piangere. Il nonno, fervente socialista, diventò rosso. Non sapevano più cosa dire».
Furono anni di grandi contestazioni.
«Una volta mi presero per i piedi, lasciandomi penzolare dal terzo piano nella tromba delle scale».
Perché?
«Stavamo distribuendo volantini a Scienze politiche».
Quando ha incontrato Meloni per la prima volta?
«Proprio in quel periodo. C’era una campagna nazionale sulla politicizzazione dei libri di testo. Da Roma vennero due dirigenti di Azione studentesca: Giorgia e Francesco Lollobrigida».
Entrò in consiglio comunale nel 2004.
«Misi il mio numero di telefono sui manifesti a lettere cubitali. Chiamavano a tutte le ore. Capii allora cos’è la politica. Tanti pensano sia ancora a Palazzo Vecchio. L’anno scorso chiamò una signora molto anziana. “Ho lo sciacquone rotto” disse. “Mi può dare una mano?”».
Da An passò al Pdl, infine nacque Fratelli d’Italia.
«Fu una liberazione. Il Pdl era un progetto in cui avevamo creduto, ma non si realizzò mai. Restavano mondi diversi: gli ex aennini e gli ex forzisti. Fratelli d’Italia, invece, diventò subito la nostra casa».
Gli inizi non furono esaltanti.
«Alle politiche nel 2013 i sondaggi ci davano al 6% e prendemmo l’1,97. Due anni dopo mi ritrovai in regione come unico consigliere del gruppo. Quando i sondaggi ci davano al 2,8, cercavo di fare il simpatico con i miscredenti: “L’obiettivo è togliere la virgola”».
Per arrivare al 28?
«A dire il vero, non ci credevo nemmeno io».
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